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Malaria. Il Nobel negato: storia di Battista Grassi – Il nuovo libro di Paolo Mazzarello

La pestilenza dominava su ampie porzioni del globo. Nel corso dell’Ottocento oltre metà della popolazione mondiale era a rischio di contrarla e, probabilmente, una persona su dieci periva a causa del morbo. In Italia la malaria era quasi una “malattia nazionale” perché colpiva estese zone della penisola. Scoprire l’origine del contagio significava assicurare l’immortalità scientifica al proprio nome.

Così Paolo Mazzarello presenta il suo nuovo libro, Malaria. Il Nobel negato: storia di Battista Grassi, che esce proprio oggi nelle libreria e sugli store online.
Paolo è un medico e uno storico della medicina (ha insegnato la materia per molti anni all’Università di Pavia), ha scritto molti saggi storici, un romanzo filosofico e diversi volumi e scritti nei quali spesso il territorio dell’Oltregiogo è uno dei protagonisti. Ed è un nostro prezioso collaboratore.

Paolo Mazzarello definisce il suo nuovo lavoro un “thriller scientifico”. È infatti la storia di un medico che meritava il premio Nobel ma non lo ottenne.
Nel 1902 il premio Nobel per la Medicina venne infatti assegnato al medico britannico Ronald Ross «per il suo lavoro sulla malaria». Ma, sulla sola base dei suoi studi, nessuna profilassi contro la malattia sarebbe stata realizzabile.

Giovanni Battista Grassi

Il riconoscimento escludeva Battista Grassi, il medico lombardo che aveva identificato la zanzara del genere Anopheles responsabile del contagio, descrivendo lo sviluppo del parassita nell’insetto e la sua trasmissione all’uomo. Grazie alle proprie ricerche, lo studioso italiano fu il primo a organizzare una profilassi antimalarica scientificamente fondata.
Per quale ragione Grassi venne escluso dal Nobel che avrebbe dovuto condividere con Ross? Basandosi sulla documentazione esistente, Mazzarello racconta l’incredibile congiura ordita contro Grassi, guidata dallo stesso Ross e dal grande microbiologo tedesco Robert Koch.
Proprio nelle cruciali settimane in cui si sarebbe decisa l’assegnazione del premio, lo accusarono di plagio. Alla base dell’accanimento dei colleghi vi furono diverse ragioni, non ultimo il carattere irruento del medico, che gli creò nemici potenti.

Paolo ripercorre  la biografia di Grassi e ci rivela la trama di un vero e proprio “giallo” che lo privò di un meritato riconoscimento.
Un libro da leggere come un saggio scientifico e allo stesso tempo come un thriller. Un libro di cui Paolo ci regala, in contemporanea con l’uscita nelle librerie, le pagine che aprono la narrazione (Redazione Chiekletè).

MALARIA. IL NOBEL NEGATO: STORIA DI BATTISTA GRASSI
PROLOGO

La cartolina portava scritto: «Ho passato una giornata a Follonica nelle Maremme toscane e oggi sono di passaggio da Montecatini per visitare la palude di Fucecchio. Se il cielo m’aiuta ho fatto una grande scoperta sulla malaria». Era stata spedita il 23 agosto 1898 da Montecatini ed era segnata biblicamente: «Il Battista».
Si firmava così Battista Grassi, scrivendo alla moglie.

Quattro giorni prima aveva anticipato lo stesso annuncio in un’altra Cartolina, spedita da Bellano alla figlia dodicenne Isabella, detta Ella, che si trovava in Germania: «Cara Ella, ho fatto un viaggetto di tre giorni alla ricerca di zanzare e spero di aver scoperta quella che produce la malaria. […] Addio. Baci a tutti dal tuo Papà».

Era il momento di svolta delle molte ricerche che sarebbero culminate in una grande scoperta sulla trasmissione della malaria umana.

La pestilenza dominava su ampie porzioni del globo. Nel corso dell’Ottocento oltre metà della popolazione mondiale era a rischio di contrarla e, probabilmente, una persona su dieci periva a causa del morbo. In Italia la malaria era quasi una “malattia nazionale” perché colpiva estese zone della penisola ed era particolarmente perniciosa nelle regioni meridionali. Per un beffardo gioco del destino molti fra i terreni più fertili – nelle pianure, lungo i litorali e nelle valli fluviali – erano quelli dove l’infezione maggiormente infuriava riducendo drasticamente le capacità produttive di contadini e braccianti agricoli con un costo economico elevato per il Paese. La Sicilia «in molte delle sue coste» era «rovinata da questa pestilenza» e la Sardegna ne era, addirittura, «devastata». Scoprire l’origine del contagio significava assicurare l’immortalità scientifica al proprio nome.

Battista ne era pienamente consapevole quando, non potendo contenere l’entusiasmo, fece conoscere alla figlia adolescente, e alla moglie, la sua intuizione.
Ma quel momento era anche l’inizio di una vicenda destinata a mutarsi in un dramma scientifico personale: l’occasione fallita di ottenere il massimo riconoscimento scientifico dal sinedrio di Stoccolma che, con il suo potere quasi liturgico di emanare l’ordalia dei premi Nobel, avrebbe influenzato per sempre il giudizio degli storici della biologia e della medicina.

VERMI

Gli ampi stanzoni della Clinica medica dell’Ospedale San Matteo di Pavia erano affastellati di ammalati adagiati nei letti, fianco a fianco, in lunghe file, uno stanzone per gli uomini l’altro per le donne. I medici seguiti da drappelli di studenti passavano da un paziente all’altro rilevando i segni più frequenti degli stati morbosi: febbri, defedamento generale, dolori al capo, alterazioni del ritmo cardiaco, presenza di vomito e diarrea. Palpavano l’addome, auscultavano il torace, illuminavano le profondità della gola, osservavano le urine e le feci, il gonfiore agli arti, la presenza di piaghe terebranti, il respiro affannoso, la tosse catarrosa e sanguinolenta. Il polpastrello del dito medio della mano percuoteva il torace provocando suoni talvolta caratteristici, indicativi di processi patologici importanti.

Una gestualità ripetuta in successione, dopo il medico gli studenti degli ultimi anni di Medicina. Così si imparava, dalla sofferenza e dalla precisione del gesto emergeva il segno clinico significativo che forse conduceva alla diagnosi. Spesso nascevano interrogativi e discussioni sulla natura del morbo sostenuti da un linguaggio tecnico – quasi esoterico – che escludeva gli ammalati dalla comprensione.

Tutti guardavano al primario Francesco Orsi – professore di Clinica medica dell’Università – e alle sue diagnosi quasi divinatorie ottenute seguendo l’indirizzo tradizionale di esame del malato. Le sue mani accarezzavano il paziente palpando con delicatezza l’addome o scivolavano sul torace percuotendolo dolcemente ma con gesto sicuro. Il suo udito acutissimo rivelava solo a lui i significati nascosti dei suoni generati dall’auscultazione diretta del dorso ponendo l’orecchio o lo stetoscopio sulla cute. Orsi faceva affidamento solo sui propri sensi e, naturalmente, sull’intuito che calava con premonizione al punto che – in quegli istanti – «sembrava rischiarato d’un tratto da una luce interna sua speciale». Un suo studente avrebbe ricordato che, quando si trattava di un paziente moribondo – dunque prossimo «a passare al tavolo anatomico» –, soleva «scrivere la diagnosi in un foglietto che chiudeva in una busta». Poi la consegnava a un assistente con l’incarico di aprirla solo dopo il risultato dell’esame autoptico. Era il suo modo, un po’ esibizionista, di mostrare la sicurezza che riponeva sulle sue intuizioni. Faceva lezione al letto del paziente, o in un angolo della corsia, e colpiva per chiarezza, ordine, profondità e arguzia dell’esposizione diagnostica e prognostica. Il suo aspetto austero e un po’ funereo si coglieva già quando arrivava all’ospedale in una di quelle vecchie carrozze così tipiche per i medici dell’epoca: «Tutte nere, col cavallo nero, l’auriga pure vestito di nero». Nessuno capiva come mai fosse così abituale una parata da funerale tanto sconcertante per chi aveva il dovere professionale di infondere coraggio.

Nel 1878 il cinquantenne Orsi era all’apice della carriera, aveva scritto un manuale dedicato alle malattie del sangue ed era molto noto in Italia per le sue ricerche sulle anemie. Fra i molti ricoverati distribuiti negli ampi saloni della Clinica medica pavese vi era una degente gravemente debilitata. Si trattava di una contadina ventiduenne e Orsi «si fermava spesso e volentieri coi suoi allievi davanti al letto di questa ammalata, che dichiarava affetta di un’anemia incurabile, della quale egli non poteva comprendere la ragione». Il tempo passava e le condizioni della donna peggioravano sempre più: pallore – la pelle quasi diafana –, stanchezza generale, edema alle estremità, dispnea per piccoli movimenti. Nessuno riusciva a formulare un’ipotesi diagnostica precisa, neanche il primario.

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