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Pernigotti, Luigi

Sacerdote, Politico

Luigi Pernigotti (di Giuseppe Pernigotti e di ? / Serravalle Scrivia, 27 agosto 1803 / Genova, 8 agosto 1859).

Le prime, scarne, notizie biografiche su Luigi Pernigotti le abbiamo desunte da Wikipedia. Laureatosi in giurisprudenza all’Università di Torino, perfezionò gli studi in teologia e fu ordinato sacerdote nel 1828. Nel 1830 fu nominato vicario del vescovo di Tortona, Carlo Francesco Carnevale, e cinque anni più tardi divenne vicario di mons. Andrea Charvaz, arcivescovo di Genova. Fu eletto Deputato del Regno di Sardegna nella I, nella II e nella IV legislatura, eletto nei collegi di Castelnuovo Scrivia e di Serravalle.

Tuttavia un necrologio a lui dedicato, comparso sulla “Gazzetta dei Tribunali” di Genova, il 24 agosto 1859, ce ne fa comprendere l’importanza.

Tre giorni appena da che la Città di Genova deplorava estinto un Magistrato integro, operosissimo, lo acerbo rammarico le si accresce dalla morte di un Uomo, non tanto per l’eminenza del grado, come per le rare doti dell’intelletto e del cuore, elettissimo nel clero. Egli fu LUIGI PERNIGOTTI, Canonico Amministratore della Basilica di S. Siro, Cavaliere Mauriziano. Di lui si accenna perché amministrò la giustizia nel Tribunale Ecclesiastico.
Era egli nato il ventisette di agosto 1803 in Serravalle di Scrivia. Gli esempi del padre, che era avvocato de’ poveri in questo Senato, e i buoni ammaestramenti di uno zio, Fra Luca dell’Ordine de’ Predicatori, che fu uomo dotto e valente concionatore, eccitarono nel giovanetto LUIGI cupidità di sapere. A pochi mesi sopra il ventennio, pronunciato dottor di leggi nell’Università di Torino, perfezionavasi in teologia, ordinavasi prete nel 1828. La profondità degli studi di lui, la maturità precoce del suo giudizio erano in tal conto avuti da Monsignor Carnevale allora Vescovo di Tortona, che nell’anno 1830 chiamollo a sè e lo ritenne, finché visse, suo Vicario Generale. Dell’ufficio sì bene sdebitossi che a riprenderlo era invitato nel 1855 all’arcidiocesi di Genova quando vi perveniva Monsignor Andrea Charvaz.
Conoscere le condizioni de’ tempi, tanto da quel che prima erano a prò di questa parte d’Italia rimutate, distruggere le conseguenze triste di una erronea funestissima dottrina indottasi da una consorteria stata bandita, scrutare la vita pubblica e privala de’ singoli del clero dipendente, reprimere gli abusi, con discrezione punire, antivedere contr’ogni male, promuovere in somma tutto che al bene morale profittasse, era difficile arringo. Il PERNIGOTTI quell’arringo corse generosamente; ampio gli era l’ingegno, forte l’animo, non inteso che a giustizia; quindi, sprezzate le fine arti di chi avrebbe voluto disviarlo dal suo proposito, sprezzate le inique detrazioni, operò e molta operò.
Se tutti del clero, come il PERNIGOTTI, sentissero ed operassero, si manterrebbe quel ceto a tutti in convincimento di assolutamente necessario, com’è, in una bene ordinata civile società. Quell’Uomo avvisava, come fosse un indirizzare i popoli a osservanza della religione lo eccitarli ad ubbidire a chi governa; fosse all’incontro un violare la legge di Cristo lo insinuare o sulla cattedra, o ne’ tribunali per la coscienza, l’avversione al nuovo ordine di cose, alle leggi che si indicono, al progresso delle scienze: abominevole fosse poi il diffondere nelle menti deboli lo favoreggiamento a’ nemici d’Italia sotto apparenza di santo zelo.

E sentiva bene assai; poscia chè mal si velano di santità i con dannevoli affetti. Lo zelo per la Chiesa, e la religione, in chi ha fede e senno, non può scompagnarsi dal voto ardente per la Italiana indipendenza.
Del non avere il PERNIGOTTI, sedendo in Parlamento, promossa con la faconda sua parola In sanzione della legge del 9 aprile 1850, non gli si dee far carico dai buoni. I canoni, i concilii erano i fonti a’ quali egli era usato d’attingere, e il disposto di quelli invocò per sostenere che dovesse precedere l’approvazione del Pontefice. Ma se così, egli sacerdote, si governò, non si mostrò tuttavia, come certuni per ogni maniera di sofismi, l’oppugnatore acerrimo della legge stessa. E per vero non è da ammettersi ch’egli, uom savio, ricco di dottrina, ignorasse la storia della Chiesa e come ne’ suoi primordii l’autorità sua non fosse che spirituale; non riconoscesse come, a poco a poco stesasi alle cose temporali quell’autorità, la distensione fosse divenuta soverchia, e come al progredire dello incivilimento non avrebbe potuto mantenersi senza gravi danni, senza il massimo disordine (3).
Si è detto che LUIGI PERNIGOTTI fu giudice Ecclesiastico. Quant’egli si adoperasse in investigare le vere cause de’ dissidii fra’ coniugati, quanto soavi le sue maniere di conciliare gli animi loro prima di sentenziare, quanto di sapere mostrasse sentenziando, il dicono coloro ch’ebbero a piatire innanzi a lui, il dicono i luminari del nostro foro, il dicono le sue decisioni.
Altre lodi non si aggiungono, essendosi accennato di quelle, che più al carattere di questa collezione si accomodavano. Di LUIGI PERNIGOTTI allora meno si deplorerà l’immatura morte, quando a succedergli nell’alto ufficio sia tal uomo trascelto che, alla santità della vita, all’ingegno, alla dottrina accoppii degli uomini e de’ tempi la conoscenza perfetta quello spirito di giusta tolleranza senza la quale più si fa di nocumento, che non di vantaggio, alla religione ed alla società.

Il necrologio sottintende eventi e informazioni che certamente il lettore dell’epoca aveva ben chiare ma che meriterebbero un approfondimento e un chiarimento, volti a meglio comprendere la personalità e l’importanza del nostro protagonista. A titolo di esempio, quando il necrologio dice di “non avere il Pernigotti, sedendo in Parlamento, promossa con la faconda sua parola in sanzione della legge del 9 aprile 1850” fa riferimento alla seduta della Camera in cui si esaminava la proposta di abolizione del Foro Ecclesiastico contenuta nelle “leggi Siccardi” che limitavano i privilegi della Chiesa e degli ecclesiastici dopo l’entrata in vigore della Costituzione. In tale seduta Cavour intervenne con un discorso che citava direttamente Pernigotti:

Quindi io credo che questo modo di procedere, senza nessun utile effetto, tenderebbe anzi ad accrescere le difficoltà che per avventura possano da questa riforma derivare; accrescerebbe certamente i mali umori, e non scemerebbe per nulla gli scrupoli; i timori delle coscienze che non possono approvare queste disposizioni legislative, ma di più aumenterebbe di molto la forza dell’argomento che faceva valere l’onorevole canonico Pernigotti il quale vi diceva: «Se credevate di far senza la Santa Sede, perché vi siete rivolti ad essa? Se la prima volta avete ricevuta una ripulsa, perché esporvi ancora ad una terza, ad una quarta?». Se voi evidentemente dimostrate che non credete avere in voi il diritto bastevole per operare queste riforme, in allora veramente non potrei contraddire all’onorevole Pernigotti. Per tutto ciò credo poter asserire che non riuscirà inopportuna la legge anche in ordine alle possibili trattative da farsi colla Santa Sede.

Il nome di Pernigotti era già echeggiato alcuni anni prima nell’aula della Camera (nella tornata del 6 febbraio 1849) a proposito di alcune contestazioni circa eventi avvenuti nel seggio di Serravalle durante le elezioni che lo promossero a deputato. La denuncia pervenuta alla Camera dichiarava che:

Dai sottoscritti elettori per il deputato del collegio di Serravalle-Scrivia si espone alla S. V. Ilìma, che nel giorno ventitré dello spirante mese gennaio, ultimato il primo appello della seconda votazione alle ore dodici circa, il presidente di detto collegio, il secondo, terzo e quarto scrutatore ed il segretaro avrebbero abbandonato la sala dell’elezione, trasportando in una delle camere vicine l’urna contenente le schede e tutte le carte relative che esistevano nella sala dell’adunanza per un tratto di tempo di circa un’ora, essendo in seguito sopraggiunti un dopo l’altro a breve intervallo due altri scrutatori e poscia il segretario. Il presidente però col quarto scrutatore non si sarebbe presentato nella sala che dopo un’ora e mezzo circa, e fu soltanto dopo il loro ritorno che il presidente rimise sul tavolo dell’uffizio l’urna dei bollettini e le carte che aveva fatte ritirare nella vicina camera. Di più nel tempo che i detti membri dell’ufficio, non ancora compiuta la votazione, stettero assenti dal loro seggio, e che l’urna contenente le schede fu ritirata nella vicina camera, come sopra si è detto, si sarebbero da alcuni vedute entrare in detta camera persone estranee all’ufficio, le quali aprendo con chiave la camera stessa vi si sarebbero introdotte e quindi uscite.

La Camera promuove a questo proposito un’inchiesta per accertare l’effettivo svolgersi degli eventi che, se confermati, avrebbero invalidato l’elezione di Pernigotti.


Insomma, il nome di Pernigotti resta legato a un piccolo mistero (o intrigo, che dir si voglia) parlamentare e politico dell’Ottocento: non dovrete quindi stupirvi se, nei prossimi mesi, tornerete a sentir echeggiare il suo nome su questo sito per raccontare meglio, e cercare di risolvere, questa piccola ma iintrigante vicenda che lo vide protagonista.

Riccardo Lera

"Io nella vita ho fatto tutto, o meglio un poco di tutto" (Uomo e galantuomo di Eduardo De Filippo) Pediatra, scrittore per diletto, dal 2002 al 2012 assessore alla cultura di Serravalle Scrivia; ex scadente giocatore, poi allenatore e ora presidente del Basket Club Serravalle.

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