Il caso di don Montemanni. Un giallo risorgimentale
Nel precedente articolo sulla colletta per Un milione di fucili per Garibaldi si era ben evidenziato come, durante il Risorgimento, Novi fosse un centro molto attivo politicamente, essendo caratterizzato dalla presenza di molti liberali, mazziniani e garibaldini. Un territorio, il nostro, ricco di attivismo: basti pensare che già i primi moti carbonari, quelli del 1820-21, prendono il via da Alessandria, dove il 10 marzo 1821 scoppia il moto liberale preparato da Santorre di Santa Rosa, Roberto d’Azeglio, Giacinto di Collegno, Carlo di S. Marzano, consenziente il principe ereditario Carlo Alberto.

In conseguenza della rivolta si costituisce una Giunta di governo per la proclamazione del Re di Piemonte a Re d’Italia, con la Costituzione di Spagna del 1813. Si innalza la bandiera bianca, rossa e verde. La rivolta sarà duramente repressa, ma le idee continueranno a circolare.
Negli anni precedenti alla Prima guerra d’indipendenza inizieranno a comparire i primi giornali editi in loco, dove si discute di cultura e politica, spesso tra le righe, in quanto è attiva una censura spietata sugli organi di stampa che non possono nemmeno definirsi apertamente politici, travestendosi da riviste letterarie o da fogli scientifici. I famigerati revisori delle stampe esercitano un controllo pressoché totale su tutte le forme d’espressione, compreso il teatro. Sotto le forche caudine dei revisori finiscono anche le opere di Paolo Giacometti, in particolare la tragedia Paolo De Fornari viene proibita a Genova e può andare in scena ad Acqui Terme, dove i censori probabilmente erano di manica più larga.

Il primo giornale novese è Il Vaglio del 1840, a cui seguono Il Popolano della Scrivia (piccola nota: il nostro fiume, nei testi antichi è sempre femminile) e Il Proveditore, entrambi del 1849 e quindi più liberi (moderatamente) in quanto successivi all’adozione dello Statuto Albertino. Attorno a questi giornali si riuniscono uomini di cultura, giovani pieni d’entusiasmo per le idee risorgimentali, in quanto Novi, dopo il fallimento della Prima guerra d’indipendenza e dopo l’abolizione degli statuti negli altri stati italiani, diventa luogo di rifugio di esuli e di evasi dalle prigioni in cui erano stati incarcerati per reati politici.
In questo clima così ricco di stimoli si distinguono due sacerdoti di idee liberali, rosminiani e legati alle nascenti Società di Mutuo Soccorso, ma anche vicini agli ambienti mazziniani Gianfrancesco Capurro e Nicola Montemanni. Gianfrancesco Capurro è figura più conosciuta e studiata; la vicenda di Don Nicola Montemanni, invece, è sconosciuta ai più e presenta connotati a dir poco misteriosi.

Don Nicola Montemanni nacque a Cassano Spinola nel 1803 e fu rettore della parrocchia di San Martino in Pozzolo Formigaro dal 1828 al 1850. Oltre che religioso, Montemanni fu letterato, autore del Dizionario Biblico, giornalista, pubblicista, collaboratore di alcuni giornali fra i quali il novese Il Vaglio, L’Espero ed altri.

Politicamente fu un acceso ammiratore di Mazzini, Gioberti, D’Azeglio. Per queste sue simpatie e per una lettera scritta al Ministro degli Interni del Regno Sardo, nella quale invitava a sequestrare i beni delle confraternite per finanziare la guerra contro l’Austria, venne più volte richiamato dal Vescovo della Diocesi di Tortona, fino al tragico epilogo narrato dal giornale Il Consigliatore (8 marzo 1850) e che vi sveleremo fra poco. La Municipalità di Pozzolo gli intitolò una via, mentre il Comune di nascita, Cassano Spinola, oltre ad un Vicolo, diede il suo nome alle scuole elementari.
Tra i redattori de Il vaglio, Don Nicola Montemanni, parroco di Pozzolo, esprimeva il suo spirito progressista: quando, per esempio, raccontava entusiasticamente l’avventura del viaggio sulla ferrovia Milano-Monza a bordo de l’orribile mostro che corre la terra, cioè la locomotiva che doveva apparire ai suoi contemporanei, come a lui stesso, un qualcosa di straordinario, da osservare tra lo stupore e la paura. Basti ricordare l’episodio del primo frammento filmato dei fratelli Lumière, appunto l’arrivo di una sbuffante locomotiva alla stazione di La Ciotat nel 1895, che fece scappare atterriti gli spettatori dalla sala per paura di essere travolti.

L’attivismo del giovane sacerdote lo aveva spesso messo spesso in contrasto con le gerarchie religiose, in particolare con il vescovo conservatore Negri, il quale ad un certo punto prese una decisione dall’esito nefasto. Sono anni di vivace fermento e l’episcopato del Regno di Sardegna si scontra spesso con le autorità civili. Il vescovo Negri ha aderenze presso la corte di Torino e la Santa Sede, ma i suoi sforzi per bloccare il corso della storia, a posteriori si riveleranno inutili. Nel 1847 muore il cardinale Placido Maria Tadini, arcivescovo di Genova, e monsignor Negri ne diviene in pratica il metropolita. Col passare del tempo il suo atteggiamento diventa sempre più intransigente e intollerante, in particolare nei confronti dei sacerdoti vicini agli ambienti liberali e rivoluzionari, come Don Montemanni, il quale, anche se ostacolato e frequentemente richiamato, non si piega e continua nella sua opera, forte delle sue idee.

Proprio per questi motivi Don Montemanni, nel gennaio del 1850, venne confinato nel Convento di San Nicola a Genova dove il povero sacerdote morirà in circostanze deplorevoli. Don Nicola era noto per il suo spirito ribelle e insofferente ai bavagli politici, così fuori dagli schemi che si era fatto ben presto notare dalle diffidenti autorità ecclesiastiche. Inoltre egli aveva organizzato alcune delle nascenti Società di Mutuo Soccorso e svolgeva opera assidua a favore delle classi oppresse anche a costo, talvolta, di scontrarsi con la gerarchia. Addirittura, nel 1833, Don Montemanni era stato sospettato di essere l’autore di una satira contro l’ordine costituito e conseguentemente di essere simpatizzante della Giovane Italia di Giuseppe Mazzini, la società segreta fondata da poco a Marsiglia.
La morte di Don Montemanni fece molto scalpore tanto che su di essa sorsero numerose illazioni. L’amico Capurro così racconta su Il Proveditore (2 marzo 1850) parlando de «l’immaturo trapasso dell’egregio don Nicola Montemanni, già parroco di San Martino di Pozzolo Formigaro»:
…Un ordine severo del suo Vescovo lo condanna a nascondersi nel silenzio di una cella del convento di San Nicola in Genova. Per quale motivo Mons.Negri si decidesse ad un fatto comando, è più facile sospettare che indovinare. Fatto sta che il Montemanni, appena giunse tra i zelanti custodi della sua punizione, fu preso da un tale dolore di capo e di ventre, che in breve non fu più tra i viventi. Non ebbe la consolazione di dare l’ultimo addio ai suoi fratelli, giunti a vederlo negli ultimi istanti del suo mortale delirio. E questi ebbero il doppio rammarico di aver ignorato la sua malattia e di aver inteso che una triste persuasione di avvelenamento si manifestava in tutte le parole dell’estinto germano…
L’episodio divenne di dominio pubblico e provocò manifestazioni popolari violente come quella del 1 marzo 1850, a Genova, quando un sacerdote, scambiato per il Vicario Generale, «venne bastonato e ridotto in letto dalla plebe esasperata per il caso Montemanni». Camillo Capellaro sulla rivista storica Iulia Dertona, parlando dei contrasti tra le gerarchie ed i sacerdoti di idee liberali ricorda:
L’episodio più cruciale avviene nel gennaio 1850, quando un suo prete, Don Nicola Montemanni, fervente sostenitore dell’unità nazionale, muore in un convento di Genova in circostanze non del tutto chiare.
Anche i giornali satirici si occupano della vicenda, il foglio genovese Fra Burlone scrive il 25 febbraio 1850:
Il celebre Montemanni fu confinato nel convento di San Nicola, ove giace ora gravemente infermo e quasi impazzito. Il meschino grida nella sua frenesia di essere stato avvelenato. Questo non lo crediamo, ma domandiamo al Vescovo, al Vicario, ai frati: dov’è la giustizia, dov’è la carità?
A quanto si sa la vicenda non ebbe alcun seguito giudiziario e ben presto finì per essere dimenticata, anche se oggi potremmo definirla a tutti gli effetti un cold case. Allo stato attuale è praticamente impossibile ricostruire i contorni della vicenda ed accertare quanta verità ci fosse nelle illazioni. Certamente, comunque, Don Montemanni, a causa delle sue idee e delle sue attività, subì una specie di internamento coatto del tutto simile alla carcerazione, in seguito al quale è possibile che le sue condizioni di salute siano gravemente peggiorate fino a portare il povero sacerdote alla morte. Fatto sta, quindi, che pur senza essere morto sui campi di battaglia, Don Montemanni può essere considerato a tutti gli effetti un patriota caduto nella diffusione delle idee che portarono all’Unità del nostro paese.
Per approfondire la sua figura consiglio il testo di Gian Michele Merloni e Luca Rolandi Nicola Montemanni (1803-1850) ed il suo tempo.

