Delitto al Grand Hotel di Voltaggio
Là dove l’arco dell’Appennino impedisce al mar Ligure di allagare la pianura, tra boschi di castagni, si trova il borgo di Voltaggio. Sorto alla confluenza di tre torrentelli, era noto soprattutto per i funghi e per le fonti: una di acqua solforosa, apprezzata in tutto il circondario e non solo, e un’altra, che scaturisce in corrispondenza delle antiche fornaci per la calce. Si raccontava poi di una terza, di cui si erano perse le tracce, che i bene informati individuavano nel pozzo, ormai chiuso, che si trova nel bel mezzo della piccola piazza.

Sia come sia, quello, per Voltaggio, era stato un giorno di festa. Con S. Giovanni si festeggiava la fine della brutta stagione e il solstizio d’estate con i suoi riti e le sue tradizioni. La mattina ci si era alzati pieni di curiosità per scoprire se nella brocca preparata la sera prima l’albume d’uovo avesse preso la forma di un veliero foriero di buoni auspici. Per sicurezza si provvedeva a tergersi il volto con l’acqua purificatrice in cui, sempre la sera prima, erano stati messi a macerare fiori ed erbe di campo. Il tutto in attesa della processione dei “Cristi” e magari del falò. Inconsciamente si festeggiava, perché ancora se ne sentiva il bisogno anche se erano già passati due anni, la fine della guerra. Ormai quelli che l’avevano scampata erano riusciti, in un modo o nell’altro, a tornare a casa. Quanto agli altri, meglio rassegnarsi. Qualcuno era riuscito perfino a tornare dai campi di concentramento e lo si poteva udire gridare, la notte. Per chi l’ha vissuta, la guerra non finisce mai. Nella migliore delle ipotesi rimane l’assillo di una minaccia incombente che spesso si manifesta, in chi ne soffre, nell’innocua ossessione di avere sempre in dispensa un’adeguata riserva di farina, zucchero, olio e altri alimenti di prima necessità. Per altri invece il tarlo della vendetta e dell’odio costituisce un’ossessione ben peggiore e ben più pericolosa.
Ma adesso regnava la pace. Ora che anche gli ultimi Cristi erano rientrati nei rispettivi Oratori, dopo essere stati portati in processione insieme alla statua del Santo, che le note festose della banda erano svanite insieme ai musicisti ed ai loro strumenti, che i pochi banchi di giocattoli e dolciumi avevano riposto le proprie mercanzie, adesso tutto taceva.
Solo una figura percorreva lentamente, aiutandosi con il bastone al quale di tanto in tanto si appoggiava, l’unica strada che attraversava il paese. Renata, non più giovane, era di aspetto imponente, tanto da essere nota come “Renatona”. I capelli, un tempo biondi, erano composti attorno al volto grassoccio nel quale spiccavano un paio di occhi tondi e furbi ed una bocca piccola ma perfettamente funzionante al pari delle orecchie. Da tempo si era dedicata alla conoscenza, ma non quella con la C maiuscola, quella spicciola e più gratificante, dei fatti altrui. Nulla di ciò che accadeva nel villaggio le sfuggiva o poteva esserle tenuto a lungo nascosto, tanto che chi desiderava diffondere una qualsiasi notizia andava direttamente a confidarsi con lei sicuro di poter contare su una rapida divulgazione. Benché avesse ormai qualche difficoltà negli spostamenti, tuttavia trascorreva la maggior parte della giornata per strada, intrattenendosi a discorrere ora con questo, ora con quello, sostando su questo o quel sedile che trovava lungo il suo percorso, in modo tale da poter osservare comodamente la vita dei propri compaesani. Occhi ed orecchie sempre ben attenti a captare movimenti, sguardi, gesti o parole. E quando non bastavano i metodi empirici, passava all’azione domandando direttamente e senza tanti giri di parole.
Non deve meravigliare dunque se in quel giorno, a quell’ora, in giro ci fosse soltanto lei. Doveva accertarsi che non ci fosse più nulla che valesse la pena di archiviare in quel suo cervello sempre all’opera. A guardarla bene, però, c’era nel suo sguardo qualcosa di più della semplice osservazione. Nel modo in cui volgeva il capo da un palazzo all’altro, da una finestra ad un balcone, da un tetto ad un portone, si percepiva chiaramente che quello che vedeva le piaceva. Lo sentiva proprio. Per lei ormai era tardi, e forse non ne aveva neppure le capacità, ma per suo figlio no. Ne era certa. Adesso lavorava lontano, ma un giorno, chissà, sarebbe tornato, magari a capo della piccola comunità. Guardandosi attorno Renatona pareva volergli dire sognante: “Un giorno tutto questo sarà tuo”.
Arrivata all’altezza dell’unica piazzetta alberata del paese, non seppe resistere alla tentazione di avvicinarsi al muretto che ne racchiudeva l’estremità, e di lasciar vagare lo sguardo oltre il torrente. Il sole avrebbe illuminato ancora per poco le cento sfumature di verde dei boschi lontani e in breve sarebbe calata la sera. Stava per tornare verso casa quando un movimento attirò la sua attenzione. Due figure erano sbucate tra le case che sorgevano laggiù, lungo la stradina parallela al corso d’acqua. Erano due donne, infagottate in una lunga veste scura e col capo coperto da uno scialle, scuro anch’esso. Faticò non poco a riconoscerle. Un po’ perché la zona era già in ombra, un po’ perché non riusciva ad associare quelle sagome a nessuno degli abitanti di quelle case. Si sarebbero dette le sorelle Pirone. Ma quelle erano tre, e inseparabili. Avevano lavorato assieme nella locale filanda e adesso, con i magri risparmi, cercavano di trascorrere una dignitosa vecchiaia. Eppure, erano loro! Ma che ci facevano ancora in giro? Le vecchie zitelle, infatti, conducevano vita molto ritirata. Uscivano quasi esclusivamente per andare in chiesa e mai si sarebbero fatte vedere per strada a quell’ora. Solo quando era la stagione o faceva un gran caldo, un po’ sul tardi, ma sempre prima di sera, a volte uscivano a spigolare o a raccogliere le more dei gelsi per farne marmellate. Ma adesso non era ancora tempo. La cosa non poteva non stuzzicare la curiosità di Renata che rimase ben salda nel suo punto di osservazione. In fondo, che fretta c’era? La sua pazienza fu premiata. Dopo una decina di minuti comparve un’auto che rallentò fino a fermarsi in corrispondenza delle due donne. Ne discese un uomo, giovane si sarebbe detto, senza bagaglio. L’auto ripartì mentre le due sorelle, prese sottobraccio dal nuovo arrivato si avviarono verso casa dalla quale si staccò una terza figura femminile e si fece loro incontro. Tre donne. I conti tornavano: erano proprio loro, le Pirone!

Un uomo dalle Pirone! Questa si che era bella! E chi mai poteva essere? Si poteva star certi che quella stessa sera Renata avrebbe messo in atto la sua proverbiale abilità e lo avrebbe scoperto. Ancora non sapeva che non ne avrebbe avuto il tempo.
Se la strada era deserta e silenziosa non altrettanto lo erano le abitazioni al loro interno, dove ci si preparava con frenesia al ballo che da lì a poche ore avrebbe degnamente concluso i festeggiamenti. La sala da ballo aveva sicuramente visto tempi migliori. Adesso appariva un po’ triste e spoglia, ma solo pochi anni prima, con i suoi lampadari, i divani, gli specchi, i tendaggi drappeggiati e le comode poltrone aveva rappresentato il cuore mondano dell’albergo, anzi del Grand Hotel, che a metà dell’Ottocento era sorto per sfruttare le proprietà medicamentose della fonte solforosa. La guerra aveva però cambiato molte cose. Quella ricca borghesia che lo aveva per decenni frequentato, sottoponendosi alla cura delle acque ed ai vari trattamenti idroterapici, non c’era più. Le terme sembravano essere passate di moda. Ben presto i costi di gestione di una struttura di oltre cento stanze con annessi e connessi erano diventati insostenibili e, capita l’antifona, gli ultimi proprietari stavano cercando di realizzare quanto più fosse possibile attraverso la vendita di macchinari e arredi. L’unica nota di colore era costituita dal giardino al quale si accedeva attraverso una serie di ampie portefinestre distribuite con regolarità lungo uno dei lati lunghi. Per il resto solo sedie, poche, sparse qua e là. Per prima arrivò l’orchestrina. Fatta in casa, perché ingaggiarne una da fuori sarebbe costato troppo. E poi erano bravini e pieni di buona volontà. Li aveva radunati un certo Raffaello che con un nome così sentiva di dover dar sfogo in qualche modo alle proprie tendenze artistiche. A dire il vero lui non suonava e non cantava, ma aveva scelto il nome del gruppo, Zero4, e fungeva da manager: anche quella era un’arte. La formazione ufficiale comprendeva Piero alla batteria, Gigino al sax, Luigi alla chitarra e Beppino come voce solista. Benché qualcuno di loro fosse intrigato dalla nuova musica portata dagli Americani, il loro repertorio era esclusivamente fatto di musiche tradizionali: ballabili, valzer, tango e mazurka. Quando attaccarono il primo pezzo la sala era gremita da giovani e meno giovani, tutti con gli abiti della festa, anche quelli, come l’orchestrina, rigorosamente fatti in casa rivoltando o adattando qualche abito di un fratello o di una sorella maggiore oppure, ma solo per pochi, confezionato dal sarto muto del paese. C’erano proprio tutti, anche quelli che non ballavano, ma si accontentavano di guardare e fare commenti sottovoce su questa o quella coppia. Proprio in costoro sperava Renata e nell’effetto del vino che qualcuno aveva portato per rallegrare la festa, perché sciogliesse oltre ai cuori anche le lingue e le desse modo di venire a capo del suo piccolo mistero.
L’orchestrina aveva da poco attaccato lo struggente valzer “Speranze Perdute” quando due colpi secchi sovrastarono la musica facendo ripiombare i presenti in un incubo non ancora rimosso e provocando, dopo un attimo di smarrimento, un fuggi fuggi generale. In un battibaleno ballerini, spettatori ed orchestrali lasciarono precipitosamente la sala cercando scampo nel giardino.
A terra, tra le sedie, le bottiglie rovesciate e gli strumenti abbandonati, giaceva inerte il corpo di un uomo.

Il maresciallo Castello passeggiava lentamente lungo il vialetto del giardino del Grand Hotel cercando di riordinare le idee. L’unico dato certo era che c’era scappato il morto e che sarebbe toccato a lui scoprire l’assassino. Fu raggiunto dall’appuntato Barone che lo salutò portandosi la mano alla visiera. “Allora, Barone, che mi dici?” gli chiese. È morto, signor Maresciallo”.
“Sveglia, Barone! Adesso sta a vedere che non riconosco un morto!”
“La vittima è Rino Demicheli, il lattaio, quello che…”
“E dai! Pensa, prima di parlare! Questo lo so, Barone, vuoi che non l’abbia visto?” lo interruppe. “Anzi a quest’ora ormai lo sa tutto il paese. Voglio dire: ci sono testimoni, qualcuno che abbia visto?”.
“Scusi, Maresciallo. Abbiamo radunato tutti i presenti nella sala da ballo e preso le generalità. Con noi nessuno ha detto niente, neanche la ragazza con cui stava ballando. Piange e trema tutta, poverina, ma non parla”.
“Va bene, va bene Barone. Lasciateli andare a casa. Per stasera ne hanno avuto abbastanza” concluse il maresciallo. “Piuttosto provvedete a trasferire il cadavere nella camera mortuaria”.
Il giorno dopo incominciò la sfilata dei testimoni: praticamente tutto il paese, esclusi i vecchi, i bambini ed il sarto in quanto muto. Tutti ripetevano la stessa solfa: ”Non ho visto, non so”. Ed era vero, tanto rapida ed inattesa era stata la tragedia. La stessa Rosetta, la ragazza con la quale la vittima stava ballando un valzer, l’aveva visto cadere davanti a sé, ma pensava che fosse inciampato dato che non era un gran ballerino. Contemporaneamente c’erano stati i colpi e tutti, anche lei erano fuggiti. “Solo fuori, in giardino, mi sono resa conto che Rino… Mio Dio! Solo un attimo prima ballavamo…”. Neanche Beppino, il cantante, si era rivelato più utile: “un miracolo, signor Maresciallo! Un miracolo! C’era un pezzo solo suonato e allora mi stavo facendo largo fra le coppie per arrivare al vino bianco. Sa com’è, cantando la gola si secca. Va bene, all’improvviso mi vedo questo qui che mi crolla addosso. Sa io non ci metto molto. Sono piccolo ma se mi cercano mi trovano eh! Stavo già per mollargli un lordone quando ho sentito i colpi e ho capito. È stato un attimo. Se c’è da correre non mi batte nessuno. Via! Quando penso che se fossi passato davanti alla coppia anziché dietro di loro… Tanto così – e accompagnò le parole con il gesto delle due mani tese a misurare una distanza minima – e addio Beppino!”.
Quando fu il turno di Renata il maresciallo Castello ebbe la conferma che non sarebbe stato un caso semplice. Ancora non si capacitava di come avesse potuto darsela a gambe così rapidamente. In ogni caso non solo non aveva notato nulla di significativo, a parte l’abbigliamento sconveniente di qualche ragazza, ma non era neppure in grado di fornire informazioni di una qualche utilità né sulla ragazza né sullo sfortunato ballerino. Fra i due non c’era alcun tipo di storia. Questo lo sapeva per certo. Lei non era più giovanissima e non aveva alcun pretendente. D’altra parte, non era una bellezza. Lui era uno che si faceva gli affari suoi. Un tipo serio e riservato.

Era riuscito a portar a casa la pelle dal fronte, per poi finire in modo così stupido. Lavorava come lattaio, nel senso che tutte le mattine faceva il giro a raccogliere il latte appena munto e lo portava alla latteria di una sua zia che in parte lo rivendeva al minuto, in parte lo passava a quelli della cooperativa. Tutto lì.
Più tardi, a pranzo, il maresciallo Castello ed il dottor Anfossi, il medico del paese, si ritrovarono davanti ad un piatto di trenette al pesto.
“Allora dottore, riguardo il Demicheli, cosa mi dice?”.
“No, no, Maresciallo. La prego. Non mi rovini questo capolavoro. Non ho fatto preparare nient’altro, gustiamocelo. Senta come le trenette sono cotte a puntino, i fagiolini e le patate come si sciolgono in bocca e poi questo pesto, il basilico: un’erba da re! … superbo!”.
Mangiarono lentamente ed in silenzio, salvo qualche commento su quel vinello bianco di Gavi, un po’ acidulo ma perfetto con il pesto, e poi sorbirono il caffè.
“Una sola ferita, commissario, dietro l’orecchio sinistro; un colpo fatale. Non si è accorto di niente, secondo me, la morte è stata istantanea”.
“Ah, una ferita sola… Tutti però riferiscono di aver udito distintamente due colpi. E il secondo che fine ha fatto? Bisognerà cercarlo. Ha estratto la pallottola dottore?”.
“Veramente no, non pensavo fosse necessario. Vuole che non sappia riconoscere una ferita d’arma da fuoco?” rispose il medico.
Il Maresciallo si alzò: “A questo punto però diventa indispensabile. La prego, faccia il possibile. Adesso mi scusi ma devo assolutamente trovare il secondo proiettile. Grazie per il pesto. È fortunato lei ad avere una cuoca così brava, dottore”. L’apprezzamento lo disse a voce alta in modo che Caterina, la domestica, dalla cucina potesse udirlo e ne fosse gratificata.
La grande sala da ballo appariva, se possibile, ancora più desolatamente vuota ora che la morte era passata da lì e aveva lasciato una macchia brunastra sul pavimento. Un paio di uomini si dedicarono al giardino, nella speranza che fosse ancora possibile, dopo tutto il via vai della notte e della mattinata, rinvenire eventuali bossoli. Le ricerche del secondo proiettile invece, si indirizzarono prima di tutto nel luogo più ovvio, vale a dire sul muro alle spalle della vittima. E infatti fra i numerosi segni che il tempo aveva lasciato sulla parete, non fu difficile individuare quello giusto e con l’aiuto di un coltellino estrarre un piccolo proiettile dalla punta schiacciata. Si sarebbe detto un 9mm ed i dubbi furono fugati quando i carabinieri spediti a setacciare il giardino tornarono con due bossoli compatibili rinvenuti nei pressi della porta-finestra di mezzo, dalla quale era possibile tenere sotto tiro praticamente tutta la sala.
Renatona intanto non sapeva darsi pace. Possibile? Per settimane non accadeva niente di niente e poi d’un colpo, prima un uomo misterioso e poi addirittura un omicidio. Più ci pensava e meno ci capiva: non aveva elementi sufficienti. A meno che… ma certo! Era possibile. E se le due faccende fossero state collegate? Questo significava che probabilmente l’assassino era ancora in paese e lei sapeva dove! Afferrò il bastone e uscì di furia.
Il maresciallo Castello era moderatamente soddisfatto. Il dottore gli aveva appena mostrato il proiettile mortale, identico a quello rinvenuto conficcato nel muro. I conti incominciavano a tornare. Non era molto, ma ormai poteva escludere che gli assassini fossero più di uno, o per lo meno era chiaro che una sola era stata l’arma usata. Un morto, due colpi, due bossoli identici, un assassino con una sola arma. Già l’arma. Se fosse saltata fuori…
“Maresciallo!” si sentì chiamare. “Aspetti, Maresciallo!”. Si voltò. Era Renata che trafelata cercava di raggiungerlo arrancando e dimenando il bastone. “Andiamo bene – disse fra sé – ci mancava solo questa!”. Tuttavia, l’attese. “Maresciallo, una parola!”. Quando lo raggiunse prese fiato e dopo avergli lanciato un’occhiata d’intesa, come per dire “so quel che dico”, attaccò: “dopo pranzo, faccio sempre un sonnellino, sa, la digestione… si vede che oggi i corzetti di ieri riscaldati sono stati un po’ pesanti, perché ho fatto dei sogni…”. Il Maresciallo fece l’atto di andarsene ma quella lo trattenne per la manica “senta cosa ho sognato. Ho sognato che le Pirone, le conosce no, quelle che abitano dal ponte, erano in giro di sera”. “Va bene, poi le arresto per vagabondaggio! -. intervenne il maresciallo spazientito – E con questo, che c’è di strano?”. “C’è, eccome se c’è – riprese lei – ma glielo spiego un’altra volta. Il fatto è che con loro c’era un uomo, uno sconosciuto e questo non è solo strano, è quantomeno sospetto”. “Ah sì? -fece il Maresciallo – e com’era quest’uomo?”. “Non ricordo bene, gliel’ho detto, Maresciallo, era un sogno, ma sembrava piuttosto giovane, sulla trentina, alto, magro. Ma di questi tempi magri lo sono tutti – commentò – direi abito grigio, capelli corti e scuri, baffetti sottili”. “E il nome non gliel’ha detto?” – abbozzò il Maresciallo. Renata stette al gioco “stava per farlo, ma mi sono svegliata, mi dispiace. Provi a chiederglielo lei. Arrivederci”.

Oltre i campi da bocce e da tennis, riservati un tempo agli ospiti dell’albergo, giù verso il torrente c’era la vecchia lavanderia e poco distante quello che veniva chiamato il “ribattu”, il luogo in cui venivano gettati gli scarti ed i rifiuti provenienti dall’albergo perché il torrente, con le sue piene, se li portasse via. Per i bambini del villaggio quello era stato un luogo speciale, una sorta di pozzo di San Patrizio, dove si poteva trovare, con un po’ di fortuna, qualche oggetto ancora in buono stato o comunque ancora utilizzabile. Era così che abiti sbrindellati, cappellini fuori moda, pipe sbocconcellate, borse sfondate e oggetti simili tornavano a nuova vita nei giochi di quei piccoli “villani” che scimmiottavano i “signori” che venivano dalla città. Si favoleggiava di ricchi ritrovamenti, ma in concreto poi non si andava oltre qualche collanina di poco conto.
Il pomeriggio stava volgendo al termine e Maria stava setacciando il sottobosco alla ricerca delle fragoline di bosco che da quelle parti erano gustose e abbondanti. A volte non riusciva a resistere e, invece di riporre nel cestino il piccolo frutto leggermente asprigno, se lo portava avidamente alle labbra. Lo conosceva bene quel posto. Quante volte, da bambina, era andata anche lei in cerca di fortuna nel “ribattu”. Era stato così che aveva scoperto anche il posto delle fragole. Tutte le volte che ci tornava non poteva fare a meno di ricordare quella volta che era corsa a casa trionfante dopo aver trovato uno strano flauto lungo e nero che aveva due soli fori alle estremità, una delle quali era arrotondata. Aveva cercato di suonarlo soffiandoci dentro ora da una parte, ora dall’altra, ma non era riuscita ad ottenere alcun suono. Lo aveva ugualmente portato a casa e lo aveva orgogliosamente mostrato alla mamma. Questa, dopo averlo rigirato tra le mani, lo aveva lasciato cadere con un grido: ”Che schifo! È una cannula da clistere!”. A questo e al senso di ribrezzo che ancora le provocava stava pensando, quando qualcosa attirò la sua attenzione. Quella che spuntava tra le piantine di fragole non era un flauto, ma neanche una cannula da clistere. Sembrava piuttosto la canna di… . Con circospezione allungò la mano e l’afferrò con due dita sollevandola: era proprio una pistola.
Il maresciallo Castello rigirava tra le mani la pistola che il padre di Maria, di buon mattino, si era affrettato a consegnare. Era una Luger, un’arma da guerra di fabbricazione tedesca. Bella come può esserlo un’arma mortale. E sparava proiettili da 9mm. Un altro piccolo passo avanti.
“Vedi quest’arma che ha trovato Maria?” disse rivolto all’appuntato Barone, “sai che significa?”.
“Che l’assassino o è un tedesco o ha avuto a che fare con i tedeschi, signor maresciallo!”.
“E bravo Barone! Ma pensa, prima di parlare! Secondo te qui ci sono ancora i tedeschi? E mi sai trovare qualcuno che non abbia avuto a che fare con i tedeschi, neonati a parte? Allora, probabilmente questa è l’arma del delitto. È ben tenuta, ha sparato da poco, dal caricatore mancano due colpi e guarda caso corrisponde anche il calibro. Aveva il colpo in canna e questo vuol dire che il nostro uomo era disposto ad usarla di nuovo pur di garantirsi la fuga. Il luogo in cui è stata ritrovata mi suggerisce che l’assassino fosse a conoscenza di quella discarica e quindi dev’essere uno di qui, che magari è ancora in paese”. Questo pensiero lo elettrizzava.
“Ma allora, se è del posto basta chiedere alla Renatona, se non lo sa lei…”. Il Maresciallo non fece in tempo a riprendere l’Appuntato per la solita sciocchezza, che gli tornarono alla mente le parole della donna: “c’era un uomo, uno sconosciuto…” Ma sì, non aveva nulla da perdere a sentire le tre zitelle.
“Bravo Barone, mi hai dato proprio una buona idea! Vieni con me”.
Il povero Appuntato non ci capiva più niente. Gli aveva suggerito di consultare Renata, il maresciallo per una volta lo aveva elogiato e adesso si ritrovava davanti alla porta delle sorelle Pirone. Si guardò bene dal chiedere lumi al superiore per evitare i soliti rimbrotti e bussò
“Chi ghè?” domandò una voce da dentro. “Carabinieri!” rispose l’appuntato.
“Bellu Segnù”. Era la Marghe, la sorella di mezzo, che spaventata si raccomandava all’Onnipotente mentre schiudeva l’uscio.
“Non si preoccupi, signorina” la tranquillizzò il Maresciallo dopo aver lanciato un’occhiataccia a Barone. “Passavo di qui e mi son detto: è un po’ che non vedo le sorelle Pirone, staranno bene?”.
“Grassie maresciallu, sempre gentile lei. Entri, venga pure. Sa, noialtre usciamo di rado”.
”Eppure l’altra sera eravate a spasso, mi dicono” disse prontamente il Maresciallo con tono di finto rimprovero mentre veniva introdotto nella cucina.
L’espressione della donna si fece seria. “Eccu! E vu dixae, sücche!” intervenne con veemenza la Tina, la più anziana delle tre. “Due donne in gìu da sule, fantin-e, e doppu l’Ave Màia! Ve dixan appreuvu!”
“Ma no, figuriamoci, che dite! Piuttosto, mi risulta che non foste proprio sole, no? Non c’era un giovanotto con voi?”
La Marghe non osava più parlare dopo la sfuriata della sorella e quest’ultima, imbronciata, continuava a biascicare invettive. Così intervenne la Rusinin, la più giovane. Aveva studiato fino alla seconda elementare e aveva avuto anche un fidanzato dal quale era stata poi lasciata, in parte per colpa delle sorelle. Delle tre era la più “evoluta” tanto che la Tina, con aria quasi scandalizzata, diceva di lei “As lova er muru tütte e matin-e”. Rusinin non parlava il dialetto, meno che mai in presenza di estranei, anche se il suo italiano era un po’ personale. “Ma certo maresciallo. Eravamo sortite per aspettare il cugino Vittorio. Il figlio di mio barba Genio. Ma lei non lo può conoscere. È tanti anni che non abitano più qui. Han girato tanti di quelli posti che lo san solo loro”. Intanto allungò una mano verso la credenza, afferrò una busta e la porse al maresciallo “vede, ci aveva scritto che arrivava di passaggio e che si fermava a dormire da noi. Era tanto che non lo vedevamo. Cosa sarà? Tre o quattro anni? Forse prima della guerra”. Le sorelle maggiori annuirono. “Dev’essere un pezzo grosso – aggiunse con soddisfazione – perché è arrivato con una macchina a nolo, mica con la corriera. Combinazione era proprio San Giovanni, l’altro ieri, così c’abbiamo fatto i corzetti, che era per così che non li mangiava! Che bel ragazzo! Fine eh? Proprio fine. C’ha portato anche una bottiglia di “Strega” e dopo mangiato ha voluto a tutti i costi che ne bevessimo un gotto. Che buona che è! La conosce signor Maresciallo? Ne gradisce un cicchetto?”.

“Grazie, magari dopo. – si affrettò a dire il Maresciallo stoppando il braccio dell’Appuntato che già si era proteso nell’atto di accettare e tramutando così il suo sorriso in una smorfia di delusione – “piuttosto, questo vostro cugino… mi piacerebbe conoscerlo”.
“Peccato, Maresciallo. U se n’è anetu seija matìn“– disse Tina.
“Pensi che non ce ne siamo neanche accorte – aggiunse Rusinin – All’uso noi ci alziamo fito al mattino. Ma ieri abbiamo dormito un po’ di più e quando siamo scese in cucina abbiamo trovato un biglietto. Diceva che ci dispiaceva tanto ma che doveva proprio andare. Ci dispiaceva adesciarci ma ci salutava tanto”
“Capisco, pazienza”. – disse il Maresciallo facendo l’atto di uscire. Si fermò e domandò, con il tono di chi cercava una conferma: ”l’altra sera, quella del suo arrivo, sapete se poi è uscito, è andato a trovare qualcuno?”.
“Era così stanco, Maresciallo, che dopo mangiato abbiamo chiacchierato cinque minuti e poi è andato subito a dormire. E noi anche, eh? – rispose Rusinin cercando con lo sguardo conferma nelle sorelle. E subito aggiunse, abbassando la voce come per fare una confidenza: ”sarà stata la Strega, ma non stavamo più in piedi. Siamo andate in camera e abbiamo dormito come dei seppi tutta la notte. A proposito, quel cicchetto?”.
Questa volta l’Appuntato non fece neppure l’atto di accettare, tanto ormai conosceva la risposta: “grazie ma dobbiamo proprio andare. Arrivederci”.
“Capisci Barone? Forse la pista è quella buona. Questo Vittorio arriva e con la scusa di salutare le zie si piazza da loro. Le fa bere, magari mette pure qualcosa nei loro bicchieri, poi aspetta che si addormentino ed esce di nascosto. Va al ballo, fa fuori quel poveraccio e torna a casa passando dalla lavanderia per liberarsi dell’arma. Il giorno dopo, così com’era arrivato, se ne va di buon mattino probabilmente prelevato dalla stessa auto che lo aveva accompagnato. Fila no?”.
“Si Maresciallo, ma perché?” chiese Barone pentendosene subito e portandosi la mano alle labbra come per dire “m’è scappata”.
“E bravo Barone! Vedi che ogni tanto una l’azzecchi pure tu. Già, perché?”.
L’Appuntato stava per riaprir bocca ma fu subito zittito; “eh no eh? La tua bella figura per oggi l’hai fatta. Vedi di non rovinare tutto! Piuttosto, mi piacerebbe scambiare due parole col giovanotto. Fai una bella cosa. Comunica i suoi dati al Comando e chiedi che venga rintracciato. Potrebbe spiegarci tante cose. Và, sbrigati!”.

Mancava un movente. Eppure, un motivo doveva esserci. Non erano saltate fuori donne, interessi, invidie o inimicizie che potessero dar luogo ad un atto così definitivo. Stava rimuginando questi pensieri quando fu raggiunto dalla Renata che senza tanti giri di parole gli domandò: “allora, Maresciallo, ha poi parlato con le Pirone?”.
“Le ho incontrate per caso – mentì ben sapendo di non essere creduto – e così, parlando mi hanno accennato ad un cugino che era passato a salutarle. A lei non sfugge proprio niente eh?”.
“Ah volevo ben dire! Erano proprio loro! Avevo visto bene allora. Sa, a volte, magari da lontano, è facile sbagliare e scambiare uno per un altro, col rischio anche di fare delle brutte figure, o peggio! Come quella volta che la buonanima di mio marito insisteva a dire che quello che…”.
Ma il Maresciallo non l’ascoltava più. Quella donna ne sapeva una più del diavolo. Non sapeva quanto la cosa fosse voluta, ma le sue parole gli avevano fatto suonare un campanellino. E se si fosse trattato di un errore, di uno scambio di persona? Lasciò bruscamente la Renata che ancora stava parlando e si affrettò verso la caserma.
“Hai diramato le generalità del ricercato?” – domandò all’Appuntato.
“Signorsì, signor Maresciallo! Tutto a posto, signor Maresciallo!” rispose quello mettendosi sull’attenti.
“Barone, che c’è? Che vuoi? Ormai lo so che quando mi chiami così è perché vuoi chiedermi qualcosa. Sputa il rospo!”.
“Veramente, Maresciallo, ci volevo chiedere un permesso per questa sera, perché vorrei invitare quella che ballava col morto, cioè no, quando ci ballava era ancora vivo, insomma la Rosetta, a prendere il gelato. Le ho parlato due o tre volte per via del fatto e mi pare che ci sono simpatico”.
“Ma certo Barone, anche due, di gelati, vedrai. Dopo, però. Prima mi devi trovare tutti quelli che erano presenti al ballo l’altra sera, e quindi anche questa Rosetta. Falli venire alla sala da ballo dell’albergo, diciamo per le nove. Fatti dare una mano se no ci metti una vita. Ho un’idea in mente. Dopo potrete prendere tutti i gelati che vorrete“.
L’espressione di Barone era quella di chi non ci stava capendo un granché ma era docilmente disposto ad eseguire tanto più che questo gli forniva la scusa per parlare alla Rosetta.
“Prego, entrate e cercate di disporvi nella posizione che, più o meno, occupavate l’altra sera”. Le parole del Maresciallo rimbombarono nel vuoto della sala da ballo dove una macchia scura sul pavimento ricordava la tragedia appena accaduta. Rosetta, che appariva molto scossa, le si collocò di fianco, badando bene a non calpestarla in segno di superstizioso rispetto.
Lentamente, non senza incertezze, le varie coppie cercarono di riprendere le rispettive posizioni fino a riprodurre la scena del crimine, componendosi in un muto ballo macabro.
Castello osservava il quadro che si andava ricostituendo, affacciato sulla porta finestra dalla quale supponeva che l’assassino avesse fatto fuoco. “Barone, prendi il posto della vittima e vai a coprire quel buco!”. L’Appuntato non se lo fece ripetere e si avvicinò alla Rosetta che era ovviamente rimasta sola, anche lui cercando di evitare di calpestare la macchia di sangue. ”Così, bene. Beppino, il cantante, c’è?” “eccomi, Maresciallo” disse l’uomo alzando un braccio per farsi individuare dato che era piccolino. “Perfetto, tu mettiti dietro Barone, bene in linea, mi raccomando”. L’uomo obbedì. ”Maresciallo, guardi che là manca qualcuno, quella ragazza mica poteva ballare da sola no?”. Era la voce della Renatona che silenziosa era sfilata alle sue spalle per avere il suo stesso punto di osservazione e ora aveva puntato il dito verso una figura solitaria oltre Beppino. “Ho visto, ho visto, non si preoccupi. Come si chiama quella ragazza?” “Teresina” rispose pronta la donna. “Teresina, chi era il tuo compagno, perché non è qui?”. La ragazza si voltò risentita: “ballavo col Gale, ma perché non sia qui non lo chieda a me. Non sono mica la sua custode io!”. Il Maresciallo rivolse uno sguardo interrogativo alla Renatona che prontamente arrivò in soccorso: “uh! Quello? È uno che ne ha fatto più di Carlo in Francia! Da ragazzo era tremendo! Poi è sparito per un po’ ed è tornato qui dopo la guerra. Lo chiamano Gale per non chiamarlo col suo vero nome che sarebbe Galeazzo. Si figuri! Nessuno lo chiamava Galeazzo già prima della guerra, immagini un po’ adesso”. Il maresciallo intanto continuava ad osservare la scena e non poté fare a meno di notare la vicinanza tra le due ballerine scompagnate e, sollevando un poco lo sguardo, nella stessa direzione, il segno lasciato sul muro dal secondo proiettile, quello andato a vuoto. Bisognava saperne di più.
“Sbrigati Barone! Andiamo a fare due chiacchiere con il nostro miracolato! Sempre che non sia già svanito!”. Il maresciallo Castello aveva appena terminato di pronunciare quelle parole che il telefono squillò: “sono il dott. Capasso, segretario personale di sua Eccellenza il Prefetto”. “Sempre agli ordini“ rispose prontamente il Maresciallo. “Sua Eccellenza vorrebbe essere informato direttamente sui progressi delle indagini in merito all’omicidio”. “Accidenti si sta muovendo addirittura il Prefetto!” pensò il Maresciallo prima di rispondere “siamo a buon punto. Può rassicurare sua Eccellenza. Abbiamo motivo di ritenere che ci sia stato uno scambio di persona. Si, insomma che possa essere stata uccisa la persona sbagliata. Ma dobbiamo verificarlo. Stavo proprio per…”

“E l’omicida? Nessuna ipotesi?”
“Anche quella da verificare. Ci sarebbe un tale, ma si è reso irreperibile”
“Proprio di questo le volevo parlare. Abbiamo visto la sua richiesta di rintracciare una certa persona. Perché è quello il suo sospettato, vero?”
“Beh, si. Ci sono un paio di circostanze che vorrei chiarire con lui”
“La persona in oggetto non ci è sconosciuta. Diciamo così che è stata coinvolta in altri simili episodi diciamo così, spiacevoli, senza tuttavia che mai prove certe a suo carico saltassero fuori. Vede, per certe persone la guerra sembra non essere mai finita. Ma noi non siamo tra queste, vero maresciallo?”
“Certo che no, infatti…” tentò di intervenire Castello che incominciava a sentire puzza di bruciato.
“Infatti, bravo, infatti sua Eccellenza non vorrebbe che ne seguisse una sequela di morti ammazzati che non si sa dove ci porterebbe. Quindi le raccomanda di agire con buon senso e cautela, sempre nel rispetto della legge e nell’interesse comune. A presto, Castello, e passi a trovarmi quando capita in città! E ricordi: buon senso e cautela!”.
Al Maresciallo non rimase neanche il tempo di dire “Crepa!” che quello aveva già riappeso. Tanto “Crepa!” non glielo avrebbe detto lo stesso. Ma lo pensò. Eccome se lo pensò, insieme a tutta una sfilza di imprecazioni che non è il caso di riferire.
“Eccomi, Maresciallo. Prontissimo a risolvere il mistero!” L’entusiasmo di Barone s’infranse sull’espressione delusa del suo maresciallo “Che c’è? Ho detto qualcosa che non va?” chiese preoccupato.
“Tranquillo Barone, fossi solo tu a sparare cazzate! Il guaio è che c’è chi può e chi non può. Tu ed io non possiamo. Anzi, ci dobbiamo adeguare“.
Barone tanto per cambiare non riusciva a dare un senso a quelle elucubrazioni, ma una cosa la capì: non era il caso di contraddirlo.
Il Maresciallo raccolse il berretto, se lo calò con una certa ritualità sul capo ed esclamò:” Andiamo!”.
Quando bussarono alla porta di Galeazzo “Gale” Travedo non ottennero alcuna risposta. Cautamente Barone accostò l’orecchio all’uscio per cogliere qualche rumore proveniente dall’interno. “Benedetta gente – pensava intanto il maresciallo – se prima di dare ai figli certi nomi riflettessero un pochino … Uno con un nome così è segnato per tutta la vita“. Intanto l’appuntato, con un cenno del capo, aveva fatto segno di aver sentito un movimento. “Apri, Travedo!” alzò la voce tornando a bussare con più forza “Sono il maresciallo Castello!”.
Con uno scatto della serratura l’uscio si schiuse leggermente e constatato che effettivamente si trattava di due carabinieri, Gale spalancò la porta dicendo: ”Ce n’avete messo di tempo! Entrate, stavo aspettando!”.
“Ah, così ci aspettavi …”
“Io aspettavo. Voi o gli altri, sapevo che qualcuno si sarebbe presentato … meglio voi però, anche se avrei accolto come si deve pure loro eh!” e così dicendo Gale tastò con gesto eloquente qualcosa che teneva in tasca.
“Quella è meglio che tu la dia a me, ci manca solo una bella sparatoria … ma lo volete capire che la guerra è finita?”
“Maresciallo, per quelli come noi la guerra non finisce mai – sospirò Gale porgendogli di malavoglia l’arma – D’altra parte è come se fossimo già morti, divorati dall’odio che invece ci tiene in vita e ci costringe a giocare a nascondino con il nostro destino. Mi creda, la guerra ha fatto molte più vittime di quelle ufficiali”
“Mi dispiace solo che per gente come te ci vadano di mezzo degli innocenti, come quel povero Rino! Ma ti rendi conto? Scampato alle bombe, ai Tedeschi, agli Americani, agli Italiani per morire ballando, senza neanche il tempo di rendersene conto. E quel che è peggio è che mi tocca anche far finta di non vedere, di non sapere! Andiamo adesso, prima sarà finita, meglio sarà”.
Gale afferrò una valigia ed una sacca che aveva preparato per tempo, ben sapendo che la necessità di una fuga precipitosa poteva presentarsi da un momento all’altro, e si apprestò a seguire gli uomini in divisa.

“Ti posso portare al massimo alla stazione, poi dovrai arrangiarti da solo”.
“Non tema maresciallo, saprò cavarmela, soprattutto se mi restituirà la mia pistola!”
“Non se ne parla, ritieniti già fortunato se ti permetto di fuggire. Dove andrai adesso?”
“Eh no, maresciallo, meglio che non lo sappia, così non le può neanche sfuggire di bocca, no?”
Dopo essersi assicurati che la via fosse libera i tre uomini scesero in strada e si avviarono a passo sostenuto verso un’automobile scura con targa civile che li stava aspettando e che silenziosamente prese la via verso la città e la stazione. Se avessero avuto un po’ meno fretta, alzando lo sguardo verso la casa di fronte avrebbero forse colto il luccichìo di un paio d’occhi che, protetti dietro le persiane, avevano osservato tutta la scena. Renatona seguì con lo sguardo l’auto che si allontanava e continuò a sgranocchiare un amaretto, come le accadeva spesso di fare quando un languore improvviso le impediva di prendere sonno la notte. Terminato il dolcetto, con un sorriso compiaciuto, decise di conciliare il sonno concedendosi un bicchierino di vin santo, che dapprima sorseggiò e poi finì d’un fiato con un sospiro, pensando a quanto le sarebbe costato non poter far parola di quanto aveva visto.
Il fatto da cui prende spunto il racconto avvenne realmente il 1 gennaio del 1946 e ne fu vittima il sedicenne Repetto Maggiorino, di professione contadino, raggiunto da un proiettile mentre stava scaldandosi vicino alla stufa del salone da ballo dello Stabilimento Idroterapico. Veri sono anche alcuni dei personaggi e degli episodi minori citati, anche se magari non esattamente collocati nel corretto spazio temporale. A parte ciò la narrazione è da considerarsi puro frutto di fantasia,
Le immagini che accompagnano il racconto sono frutto di un piccolo gioco-esperimento redazionale: abbiamo chiesto di “disegnarle” a ChatGPT, uno dei più noti servizi di Intelligenza artificiale. A voi il giudizio sul risultato.

Bello, veramente un racconto interessante.
Appena terminato il bel racconto sono tornato ad osservare le immagini create dall’ IA. Sicuramente non conosce i gradi delle divise militari, perché sulle spalline del maresciallo sembrano esserci due stellette o qualcosa di simile e quindi sarebbe un tenente. I gradi da maresciallo sono delle strisce parallele. Se non ricordo male nel gergo militare venivano chiamate
“lasagna”
Promosso sul campo?
trovo fuori luogo il racconto, il fatto che lo ispira è ancora vivo nel ricordo della gente,troppo presto per parlarne con tanta leggerezza e farlo diventare un pittoresco raccontino