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Seconda puntata di una romantica storia d’amore con un tragico epilogo nella Novi Ottocentesca.

La vicenda del filosofo russo Nikolaj Vladimirovič Stankevič e della sorella di Michail Bakunin, Varvara.

Nel precedente articolo dedicato al filosofo e letterato Nicolaj Vladimirovič Stankevič, morto a Novi Ligure, e alla sua storia d’amore con la sorella di Michail Bakunin, Varvara, avevamo evocato i temi e le atmosfere delle opere liriche ottocentesche, come La Traviata di Giuseppe Verdi o La Bohème di Giacomo Puccini. In effetti la storia sentimentale tra i due fu resa difficile dall’essere lei coniugata ed ebbe un finale tragico caratterizzato da quel morbo allora noto come mal sottile, per l’estrema magrezza e per la progressiva consunzione del malato, che oggi chiamiamo tubercolosi. Trovando l’argomento molto stimolante ci eravamo ripromessi di indagare maggiormente per delineare meglio i fatti che condussero Nicolaj e Varvara a Novi Ligure, approfondendo per quanto possibile le loro vicende personali.

Non sto a riassumere l’articolo (che potete trovare sul sito di Chieketè) ma faccio solo brevi cenni per richiamare l’argomento. Di Stankevič avevamo detto della grande preparazione culturale e della personalità carismatica che, pur nella giovane età, lo aveva condotto a creare un Circolo di intellettuali a Mosca che da lui prese il nome. Il Circolo Stankevič raggruppava uomini di cultura in vista negli ambienti accademici moscoviti, come Aksakov, Belinskij, lo storico Granovskij e Bakunin. Di quest’ultimo Nicolaj fu profondamente amico. I due si frequentavano nelle reciproche case e Stankevič aveva chiesto in moglie una sua sorella, Ljubov, morta precocemente di tubercolosi. icuramente in questa fase Nicolaj avrà anche conosciuto e frequentato Varvara, la quale, però nel 1835 era andata sposa a Nikolai Nikolaevich Diakov.

La raccolta di poesie “Viaggio d’inverno” di Aleksandr Sergeevič Puškin del 1825.
Su testi simili Stankevič si formò culturalmente.

Questo tanto per fare il punto sulla vicenda, ma ora andiamo alla nostra seconda puntata concentrandoci sulle informazioni aggiuntive recuperate grazie anche alla collaborazione dell’appassionata Anna Maria Angeleri. Ritornando alla biografia, Stankevič nacque quindi nel villaggio di Uderevka da una famiglia di nobiltà terriera molto abbiente. Il padre Vladimir gestiva una grande e prospera tenuta rurale. La famiglia era numerosa, oltre a Nicolaj c’erano altri nove fratelli, cinque maschi e quattro femmine, e il nucleo familiare era affiatato nel condurre quella che era la vita della nobiltà di provincia. La prima infanzia di Stankevič si svolse nella tenuta di famiglia dove venne educato da istitutori privati o dai familiari. Nel 1824, completò gli studi presso l’Ostrogoshskoye Uezdnoe Uchilishche, una scuola distrettuale locale che si concentrava sull’alfabetizzazione di base, l’aritmetica e le lingue classiche per i figli della piccola nobiltà.

Nei successivi cinque anni, dal 1825 al 1830, si iscrisse a un collegio privato, il Voronezhskoe Blagorodnoe Muzhskoe Pansiyon di  Voronezh, dove proseguì gli studi per prepararsi alla vita accademica. In questo periodo non poté godere di grandi stimoli intellettuali, ma continuò la sua formazione attraverso letture di opere accessibili di poesia russa e di testi europei tradotti. Le materie in cui il giovane eccelleva erano matematica, storia e lingue. Durante gli anni del collegio di Voronezh, Stankevič perseguì un’intensa autoeducazione attraverso ampie letture nelle biblioteche locali e l’impegno con il teatro, favorendo la sua prima produzione letteraria. Il giovane fu molto precoce nella scrittura, iniziò a comporre poesie intorno ai 14 anni, pubblicando degli epigrammi sulla rivista Babochka e la poesia “Luna” nel 1829. Scrisse anche una tragedia storica incentrata su Vasilii Shuiskii, zar dal 1606 al 1610, che venne pubblicata nel 1830. Per scriverla si era ispirato al testo Storia dello Stato russo di Nikolai Karamzin. Negli anni della sua prima formazione strinse anche legami con intellettuali locali, tra cui, intorno al 1830, il poeta Alexei Koltsov, rapporti che arricchirono la sua istruzione mettendolo in evidenza nell’ambiente della nobiltà provinciale.

Nell’autunno del 1830 Stankevič si iscrisse all’Università di Mosca alla facoltà di Scienze Verbali(oggi diremmo Linguistica), concentrandosi su letteratura e filologia, laureandosi nel 1834.  Questo periodo favorì la sua partecipazione alla vita intellettuale universitaria. I suoi studi vertevano soprattutto sulle lingue classiche, la retorica e la storia, mentre la filosofia l’approfondiva a livello personale.  La prima formazione intellettuale all’Università di Mosca dal 1830 al 1834 fu dominata dall’idealismo del filosofo tedesco Schelling. Queste idee emergono negli scritti del periodo, il poema del 1833 Podvig Zhizni e il manoscritto Moja metafizika.

Nella casa di via Afanas’ev il grande, casa n.8, strada 1, a Mosca, dal 1833 al 1836 visse Nicolaj Vladimirovič Stankevič. Venne ristrutturata nel 1917. Attualmente è una scuola superiore a lui dedicata

Dopo la laurea Stankevič  approfondì il pensiero di Schelling e quello di Kant, avvicinandosi a quello di Hegel a cui aderì nel 1835 con la sua traduzione del Saggio sulla filosofia di Hegel di Joseph Willm per la rivista Telescope. In questo periodo il giovane filosofo iniziò a manifestare i sintomi della tubercolosi e l’amico Michail fu spesso al suo capezzale assistendolo attraverso il suo affettuoso sostegno.

Nel cartello è scritto che si tratta della casa di Stankevič e che qui erano soliti venirlo a trovare Belinskij e Granovskij (Traduzione a cura di Anna Maria Angeleri)

Nell’autunno del 1837, Stankevič lasciò Mosca per l’Europa, costretto dall’avanzare della tubercolosi polmonare che lo tormentava da qualche anno, i cui sintomi, tosse persistente, febbre e debolezza respiratoria, richiedevano un cambiamento di clima e un intervento medico. Inizialmente si spostò a Berlino, dove arrivò in ottobre e si iscrisse all’Università per frequentare lezioni di filosofia, mentre cercava trattamenti riabilitativi per la sua salute. Nonostante gli sforzi, ci furono pochi miglioramenti duraturi, emorragie ricorrenti e debolezza limitarono le sue attività intellettuali anche mentre corrispondeva con ex membri del circolo su questioni filosofiche.

A Berlino, malgrado la malattia, Stankevič conduceva vita di società. Frequentava i teatri drammatici e l’opera, ma anche il teatro popolare di Königstadt. Ai fratelli e alle sorelle raccontava a lungo i soggetti delle opere comiche che lo deliziavano, rivelando un carattere giocoso e non solo impegnato. Nel febbraio 1838 partecipò alla Masleniza (settimana grassa in Russia) e al Ridotto di Carnevale, ovvero al ballo in maschera dell’Opera. Visse ancora, secondo le sue stesse parole, momenti piacevoli, come alcuni “amorazzi”, ma si trattava solo di fugaci infatuazioni per Fanny, una cameriera di Karlsbad, o a Berlino per Berta, che chiamava la sua “Barya”, una giovane borghese con cui ebbe una relazione piuttosto passionale.

Un’immagine del 1805 dell’Università di Berlino e del relativo teatro.
Questi erano i luoghi frequentati da Stankevič durante il suo soggiorno.

Non sappiamo se queste avventure fossero un tentativo di dimenticare Varvara che viveva un matrimonio infelice, ma il giovane, seppur malato, era un ventenne, affascinante e di bell’aspetto, con gli ardori tipici dell’età. Comunque, ad un certo punto, il progressivo deterioramento delle condizioni di salute, aggravato dai rigori dei viaggi e dalle terapie inadeguate per la tubercolosi, spinse Stankevič a un ulteriore spostamento verso sud, verso regioni più calde per un potenziale sollievo.

Nel 1839 perciò si trasferì a Roma, sperando che il clima mediterraneo avrebbe alleviato i suoi sintomi, ma episodi di grave indebolimento persistevano, costringendolo sempre più al riposo e isolandolo dagli studi attivi. Questa fase evidenziò i limiti della medicina contemporanea contro le malattie come la tubercolosi: lo si desume dalle lettere di Stankevič che riflettevano, comunque, una accettazione stoica della sua fragilità mentre esortava gli amici a promuovere le idee hegeliane in Russia.

Il fascinoso Nicolaj Stankevič

In Italia trascorse i primi mesi in località del sud, tra cui Roma, dove si dedicò a vagabondaggi contemplativi tra le rovine classiche e intrattenne una fitta corrispondenza con intellettuali russi, nonostante la fragilità fisica. A Roma, all’inizio del 1840, ritrovò Varvara (Barbara) D’jakova, sorella di Bakunin, che nel frattempo si era separata dal marito ed era in viaggio in Italia. Fra i due giovani, senza ulteriori vincoli, sbocciò un grande e romantico amore. Nelle sue lettere da febbraio a maggio 1840, Nikolaj si esprime per l’ultima volta con lo stile magniloquente della sua prima giovinezza, chiamando a Roma la giovane donna che si trovava a Napoli. Nella precedente puntata eravamo riusciti a dare un volto al nostro Nicolaj, di cui esistono un paio di ritratti, ma le ricerche non ci avevano consentito di visualizzare l’aspetto di Varvara. Con grande emozione ci siamo riusciti e il visino aggraziato che vedrete qui sotto è quello della giovane innamorata del nostro racconto, in merito alla quale abbiamo raccolto alcune altre notizie.

Varvara, l’innamorata fedele del nostro Stankevič

Varvara, nata nel 1812 e sorella di Michail Bakunin, sposò Nikolai Nikolaevich Diakov nel 1835, all’età di 22 anni. Ebbero un figlio maschio: Ippolit Nikolaevich Diakov. Il matrimonio si rivelò infelice. Lo stesso Michail riteneva l’unione coniugale della sorella sfortunata. In seguito, la giovane si innamorò di Nicolaj Stankevič e fu al suo capezzale quando questi morì a Novi Ligure.  Varvara contrasse poi nuove nozze con Alexei Petrovich Olenin. Ebbero 2 figli: Anna Alexeevna Baranov (nata Olenina) e un altro figlio. Varvara morì nel 1866, all’età di 54 anni. Torniamo però alla sua vicenda con Nicolaj, le cui condizioni di salute peggioravano piuttosto velocemente.

«C’è molto disordine nel mondo», scrisse all’amico Granovsky il 1° febbraio 1840, intendendo che ci fosse “poca armonia”. Per Stankevič, la mancanza di armonia era anche la malattia che lo stava progressivamente indebolendo e provocando attacchi sempre più gravi, come quello che lo immobilizzò per due settimane in una squallida locanda di Albano. Soffriva stoicamente. Per i russi che si trovavano allora a Roma, Turgenev era tra loro, Nicolaj era una guida esperta, entusiasta e instancabile ai tesori artistici della città. Proprio Turgenev scrisse di  Stankevič in Rudin nel 1856:

“Era uno spirito nobile e pulito e una tale mente, che non ne avevo incontrato una simile prima […] era molto pallido […] tutti lo amavano”


Nella primavera del 1840, le condizioni di Stankevič peggiorarono, spingendolo a viaggiare verso nord.  Le sue lettere di maggio/giugno manifestano fiducia in un miglioramento anche se descrivono gli episodi emorragici e condizioni generali di debolezza. Accompagnato da Varvara, Stankevič partì da Genova a metà giugno del 1840, diretto verso l’aria salubre del Lago di Como passando per Milano. Lungo il tragitto si fermò nella città di Novi Ligure a causa di un grave peggioramento. Nella notte tra il 24 e il 25 giugno (6-7 luglio) del 1840, all’età di 26 anni, morì per complicazioni della tubercolosi. La sua scomparsa suscitò grande dolore tra i suoi corrispondenti, evidenziando il suo ruolo morale e intellettuale all’interno del circolo.

All’inizio della ricerca ci eravamo chiesti perché Stankevič si trovasse a Novi. La risposta, con i nuovi dati acquisiti, è semplice: la sosta in città fu provocata dal peggioramento grave delle sue condizioni di salute.
La cosa più probabile è che giunse a Novi già moribondo e che quindi lui e il suo seguito si fermarono in un albergo, quale esattamente non si sa.

Da un articolo del 2013 di Oggicronaca si apprende della visita a Novi di una delegazione della città di Voronež, per i 200 anni della nascita di Stankevič. Nello stesso articolo si dice che dopo aver visitato la chiesa di San Nicolò, dove nel 1840 si svolsero i suoi funerali, la delegazione raggiunse la sede Municipale dove venne ricevuta dal Sindaco, Lorenzo Robbiano. Seguendo questa traccia abbiamo interpellato l’archivista di San Nicolò, signora Anna Clara Fossati, per cercare la presenza dell’atto di morte di Stankevič. Purtroppo la ricerca non ha avuto esito, nemmeno negli archivi delle altre parrocchie novesi. Ci siamo quindi chiesti da dove provenisse questa notizia dei funerali nella Chiesa di San Nicolò. Nel 1800, celebrare funerali ortodossi in chiese cattoliche era molto raro e generalmente non permesso, ma situazioni eccezionali potevano verificarsi in piccole comunità, quando non vi erano chiese ortodosse vicine, sempre con grande cautela e con riti semplificati data la canonica separazione delle due chiese. Questo potrebbe essere il motivo per cui il suo funerale non è stato registrato.

Le ceneri di Stankevič furono riportate in Russia dove furono tumulate in un cimitero nei pressi di una cappella nella tenuta di famiglia, dove riposavano gli altri familiari. L’edificio venne poi distrutto durante la Rivoluzione. Sul sito, tra il 2013 e il 2014, è stata poi costruita la Cappella della protezione della Sacra Vergine. Dove fu cremato? Probabilmente a Novi, anche se non ne conosciamo le modalità. Era estate, quindi probabilmente si svolse tutto piuttosto in fretta per ovvi motivi. La cremazione con il neoclassicismo aveva iniziato ad essere nuovamente praticata, come nel caso del poeta inglese Shelley.

 
“Il funerale di Shelley” è un dipinto di Louis Édouard Fournier (1899) che raffigura la cerimonia di cremazione, svoltasi il 18 luglio 1822, sulla spiaggia di Viareggio, dieci giorni dopo la morte del poeta britannico.

Quello che colpisce nella vicenda umana del nostro filosofo sono i viaggi e la corrispondenza. Nella sua epoca iniziavano a comparire le prime ferrovie, soprattutto in Inghilterra, nel resto d’Europa vi erano solo brevi tratti e quindi ci si spostava in diligenza o in carrozza. I viaggi erano faticosi. In condizioni di bel tempo, un convoglio poteva sperare di coprire circa 150 km in una giornata con frequenti cambi di cavalli. Le strade erano polverose d’estate e fangose d’inverno. Un modo per tenersi in contatto era la corrispondenza, Stankevič, attraverso lettere, comunicava con i membri del circolo, familiari e amici. Il servizio funzionava molto bene, a Londra, per esempio, si poteva ricevere la posta, anche 12 volte al giorno.

Finisce qui, mi piace dire per il momento, la romantica vicenda di Nicolaj e Varvara, con l’immagine della giovane che con le ceneri dell’amato torna nella terra natale riportandole alla famiglia per la tumulazione nel cimitero della tenuta accanto ai suoi avi. Come in un film immaginiamo Varvara addolorata che sale sulla carrozza e si allontana da Novi sulle strade polverose stringendo al petto l’urna del suo Nicolaj. The end. Titoli di coda.

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