L’Alcatraz della Val Lemme – prima puntata
Questa storia è già comparsa su Chieketè, con il titolo La Grande Fuga, a firma di Luigi Pagliantini. Ce la ripropone Silvana Montecucco che, con l’aiuto di Susan Thomas, ci svela cosa Jack Pringle, uno dei principali protagonisti di quella evasione, abbia scritto in proposito. Questo capitano inglese infatti pubblicò, nel 1988, COLDITZ LAST STOP – Six escapes remembered, edito da William Kimber & Co Limited in lingua inglese in un volume di 160 pagine. Una seconda edizione, con il titolo Jack Pringle,COLDITZ Last Stop. Eleven Prison – Four Countries – Six Escapes, uscì nel 1995, grazie a Book Guild, Publishing Ltd. Questi due libri non sono mai stati tradotti in italiano. Chieketè vi propone, in due puntate, i capitoli tre e quattro, riguardanti la fuga dalla prigione di guerra numero 5, il forte di Gavi, la nostra Alcatraz, dalla quale, fino ad allora nessun prigioniero era mai scappato.

CAPITOLO TRE
LA FORTEZZA DI GAVI – parte prima
Alla stazione ci consegnarono ad un tenente dall’aspetto aspro, con quattro carabinieri. Questi erano orgogliosi di essere fedeli al re e non a Mussolini. Pertanto preferibili come guardie, perché, anche se più efficienti, di solito erano amichevoli e, importante, più disponibili a parlare. Ci dissero che il comandante era un generale dei carabinieri, cosa rara, e che c’erano 12 ufficiali e 300 sorveglianti per 180 prigionieri. A quest’informazione, già deprimente, seguì: “Nessuno è riuscito a scappare dal Forte nei suoi seicento anni di storia, sarete chiusi in celle scavate dentro la roccia”.

Alastair ed io (Jack Pringle), seduti all’esterno del camion, potemmo studiare la punta rocciosa che si ergeva in alto, sopra la vallata, con il paesino di Gavi alla base. Attraversammo una piccola piazza, dove i paesani ci osservarono curiosi. Presumo che per loro gli uomini dentro la fortezza fossero irreali, ma Alastair ed io eravamo in carne ed ossa e meritavamo di essere attentamente osservati. Li salutammo. Le ragazze ci fecero cenni, ma non gli uomini. Credo che i capelli biondi di Alastair fossero l’attrazione. “Dimenticatele”, disse una delle guardie. “Non sono roba per voi”. Come se non l’avessimo saputo.
Quando il camion iniziò a salire verso la fortezza, la nostra attenzione tornò a ciò che ci circondava. Sapevamo che una volta dentro non avremmo avuto altra opportunità di studiare l’edificio da fuori. Perciò osservammo ogni parete, ogni posto di guardia, ogni installazione di filo spinato e la struttura esterna, così, se avessimo un giorno avuto la possibilità di uscire, avremmo conservato un’idea del territorio.

La fortezza di Gavi, campo di concentramento n. 5*, vicino al luogo della battaglia di Marengo, era davvero un posto considerevole e minaccioso, piuttosto difficile da descrivere. Nel periodo feudale era stato una difesa contro i barbari del nord. La difesa era organizzata su tre livelli, per permettere ai soldati di ritirarsi ai livelli superiori in caso di attacco. Potemmo vedere tutto ciò dalla piazza. Le mura spigolate, i bastioni e le torrette sui tre livelli si presentavano come una gigantesca torta nuziale fatta di pietra. Il camion salì e si fermò alla base della fortezza. Lì ci diedero l’ordine di scendere, e davanti a noi si aprì un enorme cancello di ferro. Marciammo dentro il buio.

Alastair ed io ricordammo Dante: “Abbandonate la speranza tutti voi che entrate” dicemmo insieme e ci credemmo, quasi. Seguendo un tunnel fradicio, con il pavimento fatto di pietre irregolari, uscimmo in un piccolo cortile aperto, con pareti rocciose sui quattro lati. La porta del tunnel fu chiusa dietro di noi e le manette rimosse. Ci portarono dentro una cella al lato opposto rispetto alla parete di roccia da dove eravamo entrati e ci fecero l’unica perquisizione completa di tutti i miei anni di prigionia. Le cuciture dei vestiti furono tagliate per scoprire eventuali nascondigli per le mappe. I tubi di dentifricio furono schiacciati. I tacchi delle nostre scarpe furono rimossi per cercare monete d’oro nascoste. Ogni orifizio fu esplorato. Ci volle un’ora. Finalmente, l’ufficiale sembrò soddisfatto.
“Va bene”, disse. “Andiamo”.

Una grata di ferro fu aperta, così proseguimmo per una salita dentro un altro tunnel, spazioso, col soffitto a botte. Arrivando, dopo circa cento iarde, davanti ad un’altra inferriata, potemmo vedere dei prigionieri all’interno di un cortile, circondato da un muro; qualcuno oziava, altri giocavano a netball. Entrammo. Tutti i prigionieri smisero le loro attività per osservarci, tanti saluti furono scambiati con delle vecchie conoscenze dei campi precedenti, tutti qui per gli stessi motivi. Un ufficiale della Marina si avvicinò.
“Sono Peter Medd“, disse, e rivolgendosi al tenente italiano: “Gli farò vedere io dove andare, Aldini, staranno quieti”. Ci portò in fondo al cortile.
“Non vi darò il benvenuto perché, come vedete, non è un luogo molto accogliente”. Aveva ragione.
Fummo in un cortile di acciottolato, rettangolare, di circa 50 iarde per 30. Bastioni alti fino a 60 piedi in altezza incombevano sopra di noi su tre lati. Contro la roccia in fondo era stata costruita, alcuni secoli fa, una fila di cinque grandi celle. Sul quarto lato, chiudendo il rettangolo, c’era un edificio su due piani, fabbricato in pietra. Le sue finestre esterne guardavano su Gavi e le colline della Liguria. Al livello del cortile si trovavano la caserma d’ordinanza e la cucina. Una scala esterna portava alla sala da pranzo, stretta e lunga come le sale sottostanti. Anche se la parte esterna dell’edificio aveva finestre che guardavano sul mondo, noi ufficiali abitavamo nella mezza oscurità, dentro le cinque grotte all’interno. Ciò per evitare che gli ufficiali avessero accesso al mondo esterno. Questo era allora il Basso Forte, la prima linea di difesa per chi sorvegliava il Forte di Gavi, fin dai secoli passati.
“Si arriva alla parte alta del Forte tramite una rampa”, mi spiegò Peter Medd.
La rampa era stata scavata dentro la roccia, formando una salita larga e ripida, così ripida che ci trovammo senza fiato arrivati in cima. La fortezza veniva chiusa dalle otto di sera fino alle otto del mattino, sigillando gli accessi. Una postazione di mitragliatrici e delle guardie completavano la sorveglianza. Salimmo verso l’Alto Forte, praticamente uguale al primo livello, con i tre lati tagliati nella roccia. Un edificio che si affacciava sulle colline a sud chiudeva il quarto lato. L’unica, ma importante differenza, era che gli ufficiali ospitati in questo edificio avevano dalle loro finestre una vista del Basso Forte e oltre, verso le montagne. Era comunque un luogo molto sicuro, visto lo strapiombo di sessanta piedi (20 metri) al Basso Forte. La parete in fondo ospitava un complesso di bagni, le celle di isolamento e le guardie. Ci adeguammo alla vita dentro la fortezza.
Il Forte di Gavi doveva essere un luogo deprimente dove vivere ma, in realtà, non lo era. Il motivo fu l’ottimo carattere degli ufficiali rinchiusi lì. Tutti avevano tentato la fuga una o più volte e il loro stato d’animo fu sempre ottimista, allegro e coraggioso. Non c’era un minimo di egoismo o pessimo umore, che la reclusione può causare, spesso presente nelle altre tre prigioni dove ero stato rinchiuso. Mi sembrava di far parte di un ottimo reggimento. La disciplina, sotto il comando del Senior British Officer (SBO), Colonnello Fraser, fu esemplare, anche tra i non ufficiali, che prestavano servizio come attendenti. Tutti avevano tentato la fuga almeno una volta, ed essendo persone con carattere individualista avrebbero potuto essere indisciplinati. Tuttavia Tag Pritchard, un paracadutista dei Fucilieri Gallesi, li comandava con delle redini sciolte, ma efficaci.

Presto ci parve evidente che non ci sarebbe stata speranza di fuga. Era come se fossimo dentro una scatola di pietra. Non era paragonabile la sicurezza di Gavi con quella di Colditz, dove fui ospite più tardi. Colditz era un edificio con un’architettura molto complicata, che si prestava a dei piani ingegnosi per la fuga. Gavi, al contrario, non aveva alcuna architettura particolare.
Perciò, avendo abbandonato ogni speranza, Alastair ed io ci adattammo alla vita del normale prigioniero. Ma qual è? Riuscii ad ottenere una grammatica di tedesco e ogni mattina dopo l’appello mi dedicavo ai miei studi, per circa tre ore. Avevo scoperto, quando studiavo italiano in Nigeria, che cento ore passate imparando le basi mi potevano dare una competenza essenziale della lingua, permettendomi la costruzione di un vocabolario. Così, entro due mesi avevo afferrato le basi del tedesco, sufficiente per poter passare al gruppo di discussione in tedesco condotto da Slobodan Drasković, uno jugoslavo che aveva vissuto gran parte della sua vita in Germania frequentando l’Università di Monaco. Eravamo in dieci e ci incontravamo due volte alla settimana, discutendo della guerra e di altro in lingua tedesca. Questo esercizio abituò le nostre orecchie ai suoni e alle forme idiomatiche. Alastair era già bravo in tedesco e ad ogni opportunità ci parlavamo in quella lingua. Imparai il tedesco tanto per passare il tempo. Non immaginavo quanto mi sarebbe servito in futuro.
Arrivò luglio. L’estate passava. Non c’erano sedie per noi, perciò ogni uomo ne comprò una di vimini da un venditore ambulante. Le portavamo ovunque e durante quella bellissima estate ci sedemmo sulla rampa, con la vista della pianura coperta da campi di grano, fino alle montagne della Liguria e sognavamo le cose che avremmo fatto dopo la guerra.
Giungevano intanto buone notizie. Avevamo vinto la battaglia di El Alamein, iniziata il 23 ottobre. Poi, nel mese di novembre, gli Alleati erano atterrati in nord Africa. Questi eventi furono celebrati in modo generoso, con vino che potevamo comperare due volte alla settimana. Il nostro stato d’animo volava. Non pensavamo a nulla, se non alla possibilità che gli Alleati atterrassero in Italia, con la conseguente sconfitta dell’Asse. Ogni giorno ci riunivamo nel cortile per sentire le notizie italiane urlate dall’altoparlante e fu tutto buono.
Poi, un giorno di gennaio del 1943, qualcosa successe, per togliermi dalla testa la battaglia di Tunisi.
Uno dei nostri attendenti era un soldato del mio stesso reggimento. Il suo nome era Hedley. Lavorava come cuoco e viveva in una stanza dell’edificio che guardava sul paese, dall’altra parte del cortile, in basso rispetto a me. Un giorno mi avvicinò e chiese di poter parlare con me in privato. Gli dissi di raggiungermi sulla rampa dove facevo le passeggiate su e giù, cinquanta volte tutti i giorni.
Camminando insieme, mi disse: “Credo di aver trovato un modo per evadere da qui”.
Lo guardai totalmente sorpreso.
“Un modo per evadere?”
“Beh, forse”, rispose. “Le farò vedere quello che ho trovato e mi dirà”.
Nella sua stanza gli uomini dormivano nei letti a castello a tre, quattro letti, due su ogni lato della piccola stanza. Hedley aveva un letto in cima, a circa 2,60 metri dal pavimento. Una notte, girandosi, colpì la testa contro la parete. Sentì un rumore come se ci fosse stato il vuoto dentro, non un muro di pietra. Lo raccontò al suo amico Leading Seaman McCrae, che dormiva sotto di lui, così insieme decisero di sfondare la parete. Riuscendoci, trovarono un camino vuoto, che scendeva non si sa dove. Le pietre furono gettate giù per il camino.
Dovrei spiegare a questo punto che gli italiani non si preoccupavano tanto degli attendenti. I carabinieri ispezionavano le stanze degli ufficiali tre o quattro volte al giorno, qualche volta aprendo gli armadi, girando i materassi, qualche volta semplicemente restando in piedi nella stanza per mezz’ora. Non andarono quasi mai nelle stanze degli attendenti. Questo significava che Hedley e McCrae avevano potuto lavorare senza essere visti e siccome il letto di Hedley rimaneva sopra il livello dello sguardo, il buco nella parete non poteva essere visto entrando, anche se grande un metro per un metro. Hedley mi mostrò il buco e guardai dentro. Era buio. Lasciò cadere un sassolino e immediatamente si sentì uno schizzo. C’era l’acqua, non profonda. Chiaramente questa fu una scoperta molto importante. Coprimmo il buco con il suo cappotto e andai a cercare Alastair. Dovevamo arrampicarci giù con una luce per scoprire se l’acqua scorresse lungo una scanalatura o dentro una cisterna. Pregammo che fosse quest’ultima ipotesi.

Il giorno dopo, mentre Hedley e Alastair tenevano il capo di un lenzuolo, io, aggrappandomi con una mano all’altro lembo, scesi pian piano, spingendo i miei piedi nudi contro la parete. Nell’altra mano tenevo una luce flebile, fatta da un pezzo di pigiama inzuppato d’olio d’oliva bollito. La fiamma non tremolò. Qualunque cosa ci fosse stato sotto non aveva un’uscita verso l’esterno che potesse creare una corrente d’aria. Cinque metri e il camino finì. Io rimasi sospeso nel vuoto e abbassai la luce oltre la fine del camino nel tentativo di vedere. Poco più di un metro sotto c’era una quantità d’acqua, ma non riuscii a vedere i suoi confini. Mi bastava. Tirandomi su, uscii dal buco.
Dissi a Hedley di tenere nascosto il buco con il cappotto, di non utilizzare il camino e di assicurarsi che gli altri uomini non parlassero. Nessuno fiatò. Ormai era chiaro che Alastair ed io non potevamo fare tutto il lavoro necessario da soli. Riflettemmo a lungo su chi includere nel piano. “Sarà meglio consultare il Senior” dissi ad Alastair. Fraser, il Senior (Senior British Officer – SBO, l’ufficiale di maggior grado nel campo) era un giovane colonnello neozelandese, amato e rispettato.
“Ma non vogliamo che sia lui a scegliere qualcuno”, obiettò Alastair. “Non sarebbe prudente lasciare la scelta dei collaboratori ad altri”.
Aveva ragione, però decidemmo di consultare Fraser comunque, sperando che avrebbe dato a noi tutta la responsabilità. “Che splendida scoperta!” Fu la sua reazione immediata. “Ma avrete bisogno di ufficiali con dell’esperienza da minatore, dei collaboratori abituati a lavorare sotto terra. Comunque, lascio a voi il compito. Tenetemi informato e vi aiuterò in tutti i modi possibili”.

Così, quattro ufficiali sudafricani furono scelte ovvie. Due erano ingegneri minatori, Alan Pole e Charles Wuth; gli altri due, Buck Palm e Pat Patterson erano, romanticamente, cercatori d’oro. Entrambi, in passato, avevano scavato pareti cercando l’oro e avevano lavorato dentro le miniere in tutta l’Africa del sud e del sud-ovest. Tutti e quattro si sarebbero sentiti a casa sotto la terra, quanto sopra e questo, certamente, non era il caso mio e di Alastair.
Quando parlammo del progetto con loro, furono entusiasti.
“Ragazzi” disse Alan Pole “abbiamo una bussola di rilevamento a bagno d’olio e un nastro per misurare (dove li avranno scovati?) e scenderemo per fare un disegno preciso di ciò che troviamo”.
Ogni giorno c’erano tre appelli e qualche volta, all’improvviso, uno in più. Fu necessario avere un sistema per avvisare quando qualcuno era sotto terra. Uno di noi si sedette sul letto di Hedley con una lattina piena di sassi da scuotere per avvisare quando la tromba militare suonava l’appello. L’appello stesso aveva luogo cinque minuti dopo.
Il giorno seguente Alan Pole e Buck Palm scesero dentro il camino. Io e Alastair, seduti sul letto, sentimmo i tonfi della loro immersione nell’acqua. Per poter risalire e uscire dall’acqua riuscimmo a fissare una corda costituita da un lenzuolo facendola arrivare in fondo al camino, fino a toccare l’acqua. Dopo circa un’ora, sentimmo un ulteriore tonfo a indicare che gli uomini stavano tornando. Uno dopo l’altro strisciarono attraverso l’apertura nel muro.
Ci raccontarono ciò che avevano trovato.
Un lato della cisterna era formato dal muro esterno della fortezza, sotto le stanze degli attendenti, cioè la parete sud che dava sul villaggio di Gavi. Pole stimò che questa parete, costruita da enormi lastre di granito, fosse spessa più di tre metri, scendendo direttamente contro il tetto della caserma delle guardie, sul livello più basso della nostra fortezza, a forma di torta nuziale, dove noi ci trovavamo sul livello superiore. L’acqua, dissero, era profonda quasi due metri e mezzo e c’era una distanza di oltre nove metri per arrivare, nuotando, fino alla parete opposta. Inoltre, un bel colpo di fortuna fu la scoperta un ballatoio di più di mezzo metro intorno a tutta la cisterna, appena sopra il livello dell’acqua, che avrebbe permesso ad un uomo di uscire dall’acqua su una base solida.
Decidemmo di fare a turno per scendere il camino, entrare nell’acqua, nuotare fino alla parete, arrampicarsi sulla cengia e lavorare per mezz’ora, utilizzando una gamba da letto di ferro per frantumare la roccia e tagliare un tunnel di 60 cm per 60 cm, che avrebbe attraversato la parete. Alastair ed io fummo felici di non dover studiare noi stessi la metodologia esatta.
Il rumore fatto frantumando la roccia non poteva essere sentito all’esterno perché eravamo ben isolati a diversi metri sopra il livello inferiore e diversi metri sotto il livello del cortile dove abitavamo.
Iniziammo a lavorare all’inizio di gennaio 1943. Uno di noi faceva la guardia vicino al cancello, tenendo d’occhio i movimenti dei carabinieri che entravano nel cortile. Un altro, seduto sul letto di Hedley, era pronto a scuotere il sonaglio se la tromba militare avesse suonato per l’appello. Un terzo uomo scendeva dentro la cisterna per scavare la roccia. Il sistema funzionò bene e, nonostante alcuni momenti rischiosi, quando ci fu un appello all’improvviso, il lavoro procedeva senza interruzione. Scavare nel granito con una gamba del letto appuntita fu un lavoro pesantissimo e fu evidente che soltanto i sudafricani facevano dei progressi significativi. In altre parole, il lavoro fatto da noi era poco utile, come un turno sprecato. Così io, Cram e gli attendenti facemmo la guardia, mentre il lavoro pesante fu compiuto dai sudafricani. Non obiettarono, perché in questo modo il progresso più veloce rendeva tutti soddisfatti. Uno dei metodi adoperati fu l’accensione, con la legna delle casse della Croce Rossa, di un fuoco sul ballatoio, per riscaldare la roccia che, raffreddata con acqua fredda, si frantumava più facilmente. Si rivelò un metodo efficace.

Un giorno del mese di febbraio, due guardie accompagnarono dentro il cortile e poi in una cella singola vuota, un uomo alto e allampanato. Era il colonnello David Sterling. Quasi tutti nel campo erano stati in nord Africa e sapevano delle incursioni nelle linee di comunicazione italiane e tedesche portate avanti con grande successo negli ultimi quindici mesi da David con il suo reggimento, lo Special Air Service (SAS). Come mai si trovava a Gavi?
L’avevo conosciuto poco prima della guerra e avevamo molti amici in comune. Andai nella sua cella non appena le guardie partirono. La cella misurava circa tre metri per tre, senza una finestra, solamente una porta sul cortile.
“In nome di Dio, come sei arrivato qui?” Gli chiesi. Le incursioni dietro la linea nemica spesso finivano con una cattura, ma questo, catturato dai tedeschi, era davvero un pesce grande.
Dall’espressione di Sterling era chiaro che lui non voleva neanche pensare all’episodio.
“Stavamo operando dietro la linea Mareth, assillando i tedeschi mentre si stavano ritirando dentro Tunisi e mi hanno catturato”. La sua faccia mostrò la sua rabbia.
A quanto pare, era fermo in un wadi non lontano da Gafsa. Era lì per coordinare le operazioni SAS, i cui obiettivi erano sfiancare le forze tedesche che si stavano ritirando e assicurare i primi contatti con l’American First Army che avanzava dall’Algeria. Soldati tedeschi pattugliavano la zona e catturarono David, mentre stava riposando con uno dei suoi uomini. Tuttavia riuscì a scappare. Camminò per 24 chilometri verso dove sapeva di trovare un distaccamento del suo gruppo. Fu tradito da un arabo che, parlando un po’ d’inglese, promise di portarlo sul luogo cercato. Invece lo portò sopra una collinetta dritto dentro le braccia di una compagnia di fanteria italiana. Credo che la cattura da parte degli italiani lo fece arrabbiare più di tutto, perché dall’inizio della sua carriera nel SAS aveva operato quasi esclusivamente contro i tedeschi.
Intanto l’eccitazione nel campo verso il nuovo arrivato si era calmata, così lo invitai nella cella mia e di Alastair per una tazza di caffè.
A soli 27 anni David era già tenente colonnello. Era alto quasi 2 metri, scuro, magro e a quell’epoca portava i baffi. Era vestito con la solita divisa del deserto: pantaloni di velluto, stivali scamosciati e camicia da combattimento. Il cappello portava l’insegna del SAS: un pugnale alato. Dalla sua altezza poteva guardare in basso la gente, ma i suoi occhi penetranti erano amichevoli. Durante l’anno osservai in lui qualche momento di rabbia, quando i suoi occhi sembravano quelli di un corvo imperiale. Estremamente affabile, con un forte senso dell’umorismo e una presenza potente, non fu difficile immaginare lui nel ruolo di quel condottiero di successo che era stato durante i mesi delle operazioni SAS.
La maggior parte di noi avevano sentito i racconti delle incursioni del SAS, ma nient’altro.
Parlando con me e Alastair, David li sviluppò. Oggi i metodi del SAS sono ben noti, ma è difficile capire come allora apparvero fantastici e rivoluzionari. La storia sembrava ancora più straordinaria considerando che, due anni prima, David, un semplice subalterno nelle Scots Guards, aveva dovuto convincere il Generale Auchinleck e il Generale Ritchie, due soldati ortodossi, comandanti nel medio oriente, ed i suoi, dei vantaggi delle proprie nuove idee, chiedendo l’autorità per formare un piccolo gruppo di sei ufficiali e sessanta uomini. Uno spirito avventuroso che Churchill aveva approvato e incoraggiato, riconoscendo in questa iniziativa un mezzo per danneggiare il nemico, impiegando pochi uomini.
Questo concetto, basato sull’elemento sorpresa, quarant’anni dopo sarà sempre centrale nella strategia operativa britannica.
Piccoli gruppi di uomini, prontamente addestrati, operavano dietro la linea nemica, distruggendo aeroplani a terra, attaccando le posizioni tattiche sia militari sia civili, distruggendo centri operativi del nemico durante i periodi di continuo cambiamento della guerra. Tali operazioni richiedevano un alto livello di preparazione e di iniziativa personale tra tutti i gradi e Sterling era stato estremamente determinato nel pretendere l’eccellenza nel suo reggimento.

È interessante notare che quindici anni più tardi stavo pranzando in Madrid col colonnello Otto Skorzeny, il comandate delle SS che aveva, tra le altre imprese rimarchevoli, salvato Mussolini dalle mani degli alleati dopo la resa italiana. Mi disse che le tattiche del SAS erano state copiate in toto dai tedeschi nel gruppo formato con lui al comando, riscontrando molto successo. Era un grande ammiratore di Sterling.
Adesso noi tre eravamo seduti nella nostra cella fredda bevendo un caffè. Mi tornava alla mente ciò che sapevo della storia di David prima della guerra. Appartenendo ad un’antica famiglia scozzese, era un miscuglio inusuale di sofisticato ed esuberante studente, irritato dalle formalità inutili. Infatti fu espulso dall’Università di Cambridge per un eccesso di esuberanza.
Quando cominciai a conoscerlo meglio, riconobbi in lui una mente estremamente attiva, insieme alla capacità di capire velocemente i punti salienti di qualsiasi argomento per poterne parlare. Poco prima della guerra il suo sogno era quello di conquistare il Monte Everest. Parlando, Alastair scoprì che, come lui, David era uno scalatore. Non riuscii a partecipare alla discussione che seguì.
Dopo un po’ David si girò verso di me.
“C’è un modo per uscire da qui?” mi chiese.
Era una domanda ingenua. Se ci fosse stato, nessuno l’avrebbe detto. Ma lui era un nuovo arrivato.
“Sembra proprio di no”, risposi. Se raccontavamo ciò che stavamo facendo a tutti gli amici ci sarebbero state decine di scrocconi.
“Vedete”, continuò, “devo assolutamente tornare alla brigata SAS. Mio fratello Bill è comandante del Secondo Reggimento SAS che opera insieme all’American First Army e voglio raggiungerlo per formare una Brigata SAS unica, pronta per le prossime operazioni in Europa. Devo assolutamente uscire”, ripeté.
David aveva un motivo più valido di altri per uscire ma, dentro una prigione come Gavi, non era l’unico ad averlo. Alastair ed io ci scambiammo uno sguardo.
“Le cose cambiano continuamente” dissi. “Potrebbero esserci delle novità. Perché non vai a parlare con Fraser? Egli ha il quadro generale migliore.”
Questo fu un passo essenziale. Sapevamo che il numero di persone adatte a compiere la fuga era dieci – i quattro sudafricani, Alastair ed io, i due attendenti, oltre a Peter Medd e Jerry Daly, che erano stati prigionieri praticamente dall’inizio della guerra e che furono selezionati dal Senior per completare i dieci. Non era compito mio o di Alastair invitare altri a partecipare.
David tornò alla sua cella e io andai a trovare il Colonnello Fraser per raccontare quel che era successo. Gli dissi che secondo noi David aveva tutte le qualità necessarie per unirsi al gruppo e non aggiunsi altro.
La decisione non fu facile per lui. Era probabile che i sudafricani volessero includere altri sudafricani visto che stavano facendo la maggior parte del lavoro pesante. Uomini che erano stati prigionieri da parecchio tempo e che avevano effettuato diversi tentativi di fuga avrebbero potuto pensare di avere un tale diritto, come pure gli attendenti, importanti per l’occultazione dell’entrata del camino.
Grazie al tatto esercitato e all’autorità dello SBO, insieme alla sua reputazione e personalità, non ci fu alcuna opposizione quando Fraser decise che David sarebbe stato l’undicesimo uomo ad entrare nel progetto.
