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Fino alla tua morte, strega!

Nel 2016 su una collina vicino a Isola del Cantone, dei giovani studenti in archeologia pulivano con accuratezza uno strato di terreno da cui affiorava man mano un teschio capovolto e chiacchieravano dandosi il cambio senza sospettare che avrebbero assistito a un ritrovamento anomalo. Il responsabile dello scavo e l’antropologa commentavano sotto voce quanto emergeva e avevano già avvertito il professore che a giorni sarebbe venuto a confermare o no quanto stavano supponendo, nulla lasciando trapelare per non illudersi e illudere i ragazzi. Anche l’anziano isolese che portava i gelati o la focaccia per testimoniare la riconoscenza del paese per tutta quella fatica, era all’oscuro, neanche immaginando che gli sforzi fatti negli anni per portare gli archeologi alla chiesetta diroccata di Santo Stefano, sarebbero stati coronati da successo.

Isola del Cantone- Ruderi della chiesa di Santo Stefano

Dopo giorni di lavoro meticoloso lo scheletro era ormai visibile: una piccola donna prona, orientata con la testa a nord e i piedi a sud, un braccio sotto al corpo e uno allungato, la parte inferiore delle gambe rivolta sulla parte superiore. Aveva i denti eccessivamente consumati come se con quelli avesse lavorato qualche materiale. Tutti erano in piedi e guardavano le povere ossa che solo agli specialisti rivelavano una verità manifestatasi dopo secoli di oblio.

Giaceva in uno strato datato più o meno al secolo XVI, il più superficiale, ed era stata seppellita volutamente in quella posizione, forse quando il cimitero era ormai abbandonato da anni. Volsero lo sguardo alle cento tombe scoperte intorno ai ruderi, tutte con i resti degli occupanti supini, il cranio rivolto a est che gli avrebbe permesso, il giorno del Giudizio Universale, di alzarsi e vedere il Sole della Giustizia.

Scena di streghe, David Teniers il Giovane, 1660

Ormai una parola aleggiava nell’aria, faticava a essere pronunciata per prudenza e anche rispetto verso quella persona vissuta in un periodo oscurato dalle superstizioni e dagli accanimenti contro chi era a volte semplicemente malato: schizofrenia, epilessia, turbe psichiche, una vittima predestinata dalla nascita, un elemento disturbatore della pace sociale.

Una strega.
Forse nacque in una notte di tempesta senza far soffrire la madre. Più volte le raccontarono che in quel momento infuriava un terribile temporale e tra fulmini spaventosi una frana scivolò sulle case di là dal ruscello distruggendole; chi lo diceva usava un tono che non era canzonatorio, ma lugubre. Trascorse così i primi anni di vita sentendo lo sguardo della gente su di lei, come se i suoi abiti fossero trasparenti, come se la sua fatica fosse diversa e minore da quella degli altri.

La comunità in cui viveva era scossa da una religiosità esasperata con il passaggio di predicatori che annunciavano l’imminente fine del mondo, con notizie sempre più frequenti di processi e incriminazioni, con le temute visite del Vescovo o dei suoi emissari. Lo stesso prete era preoccupato di quanto poteva scaturire da tutto ciò e di conseguenza riversava uno zelo eccessivo sui fedeli: guai a sbagliare le preghiere, fare commenti o avere dubbi, guai agli ubriaconi bestemmiatori! Le famiglie oltre la decima parte del raccolto, dovevano portare in chiesa la prima frutta matura, la cosiddetta primizia, sottoporsi a corvée nelle terre ecclesiastiche o lavorare alla manutenzione degli edifici religiosi ritagliando il tempo dal poco riposo che concedeva la campagna. Famiglie meno povere, castellani, confraternite, si adoperavano a far erigere nuovi santuari e cappelle, in genere dedicate a Maria, che testimoniavano più paura dell’avvenire, che fede.

Geronima, la chiameremo così, a 10 anni fu colpita da una malattia della pelle che la rese calva per sempre e diede alla pelle un colore rossastro, accentuando il suo isolamento e una scontrosità che non sentiva sua, usata come difesa. Rassegnata a una vita senza marito né figli, imparò a lavorare il cuoio, ammorbidendolo coi denti per tutto il giorno, e quando morirono i suoi genitori di peste, si spostò a vivere in una capanna isolata dalle altre insieme a qualche capra e pecora.

Durante quell’epidemia si sentì ancora più reietta, con i compaesani che ormai la osteggiavano apertamente: qualcuno arrivò a gridargli che il paese non avrebbe avuto pace fino alla sua morte!

Nonostante la fame e il freddo riuscì a passare quei tempi sempre più turbolenti, con cavalieri sconosciuti che pretendevano fieno e biada, con i potenti che applicavano tasse sul seminato, sulla pesca, sulla molitura, sulle strade, sulla caccia. La gente pativa e covava rabbia, le faide aumentavano, le ingiustizie crescevano. Bastava un nonnulla per scatenare i tribunali religiosi come era successo in un paese lì vicino dove furono bruciate tre donne: l’eco di cose terribili giungeva sino lì e lei poteva ascoltare quelle notizie dalle altre comari quando prendeva l’acqua alla sorgente.

Man mano però aumentava in lei anche un cupo pessimismo, una ripulsa verso tutti e tutto, trasformando il suo isolamento voluto dagli altri in uno cercato. Molte volte non usciva per non incontrare nessuno e finiva per passeggiare la notte fino al limite del compascuo dove iniziava il bosco. Lì si sentiva difesa, non erano gli animali che le facevano paura bensì i suoi simili. Nel tempo la cosa divenne quotidiana e imparò a rimanere immobile quando cinghiali e volpi le passavano vicino finché la consuetudine la spinse a lasciarsi toccare. Con maggior difficoltà successe anche con una coppia di lupi, i più diffidenti, che tenendosi a distanza la sopportavano intuendo che anche lei era invisa agli abitanti del villaggio.

Isola del Cantone- Ruderi della chiesa di Santo Stefano

Ormai volgeva ai quarant’anni ed era scheletrica, non provava più dolore per la sua vita di sola sofferenza fisica e morale, covava rancore e vendetta verso tutto e tutti. Presa dalla fame si era cibata persino di erba, dei pochi scarti del villaggio abbandonati in una scarpata, di animali ripugnanti, finché un giorno le foglie di una pianta le fecero sentire più leggero il suo fardello a volte provocando anche allucinazioni. Cominciò a cercarne più attentamente provando a masticare le radici per ritrovare sollievo in quel buio orizzonte che era il suo futuro. Le uscite notturne, il comportamento strano, gli occhi infiammati da una luce inquietante, fecero sì che alcuni uomini la seguissero nella foresta: come tutte le cose di questo mondo che il giorno rende normali e la notte paurose, i cinghiali e i lupi si trasformarono in unicorni, la volpe divenne bianca e la civetta parlava senza che lei nulla sapesse di queste ridicole affermazioni, né potesse confutarle.

basilisco attaccato da una donnola (bestiario scozzese del XII secolo)

Un pomeriggio di prima estate una biscia innocua per mutare la pelle, come è usuale, stava sfilandosela dalla testa strisciando all’indietro, dirigendosi verso la capanna di Geronima. La vide un ragazzetto pauroso e stupido che cominciò a correre verso il villaggio urlando: «L’aspu sordu, l’aspu sordu!»

Questo mitico serpente con la cresta, ha il potere come il basilisco di ucciderti con lo sguardo tra atroci sofferenze. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Le madri aizzarono i mariti che vinsero la paura e si spinsero fino al povero tugurio dove, ovviamente, non videro il pericoloso animale ormai dileguatosi. In molti vinse il timore di essere considerati pusillanimi dai congiunti con la conseguenza di voler comunque portare a termine la punizione, così che l’orrendo serpe lo immaginarono ai piedi della poveretta.

Passarono pochi minuti perché la debolezza di una donna angariata da sempre diventasse la miglior alleata dei pochi colpi subiti; si accasciò subito guardando il cielo con i suoi occhi diventati opachi scemando il brillio che spaventava gli altri: la prova della sua alleanza con il diavolo.

Fu il parroco che preso non da pietà ma da superstizione, con il consenso del vescovo la fece portare lontano dal cimitero e seppellire in una radura ai limiti della zona sacra pertinente a una cappella abbandonata.

La paura che tornasse al mondo per vendicarsi o continuare a compiere azioni malvagie, fece sì che la povera Geronima fosse sepolta in modo anomalo, supina.

Più di quattrocento anni dopo, un gruppo di studiosi e studenti la trovarono e finalmente essa ha avuto quello che in vita non aveva mai ottenuto: rispetto, comprensione, affetto, grazie a quei ragazzi che, meritoriamente, interpretano il passato non solo scientificamente ma anche umanamente.

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