Per stringere la mano a Garibaldi.
L’avventura di un giovane patriota novese
Leggendo documenti relativi al periodo risorgimentale nel territorio novese ci si imbatte in tante storie curiose, alcune legate alla grande storia, alcune più semplici, di vita vissuta e, come in questo caso, persino tenere. Alludo alla storia di G.B. Leardi (Giovan Battista?), mazziniano e redattore di molti giornali novesi, tra cui Il Vessillo della democrazia – Giornale settimanale – politico – amministrativo – letterario – commerciale. Novi, in quegli anni, è un centro molto attivo dal punto di vista politico: circoli liberali e mazziniani sono infatti presenti in città dall’epoca dei moti carbonari.
Il fatto legato al giovane Leardi è riferito ad un viaggio che Garibaldi affrontò nel 1880. In quell’anno un Garibaldi invalido, già sulla sedia a rotelle a causa dell’artrite in fase avanzata, partì da Caprera per andare a Milano all’inaugurazione del Monumento ai Caduti di Mentana.

Il 1880 è anche l’anno in cui l’eroe dei due mondi sposò Francesca Armosino, la donna che gli aveva dato due figli e che non aveva potuto sposare per via di un precedente matrimonio lampo che venne annullato proprio in quell’anno. Garibaldi aveva scoperto che la giovane sposa, Giuseppina Raimondi, aveva una relazione con un ufficiale del suo seguito, Luigi Caroli, di cui era incinta e, per questa situazione scandalosa (e anche un po’ umiliante) l’aveva clamorosamente ripudiata.
Durante il viaggio Garibaldi, richiamato dalla figlia Teresa, si fermò a Genova per sostenere il genero Stefano Canzio (a Novi c’è una via a lui intestata) incarcerato per aver partecipato ad una sommossa nel capoluogo ligure.


Stefano Canzio, generale garibaldino e marito della figlia Teresa, terzogenita nata dal matrimonio con Anita, era stato coinvolto in una vicenda che alla luce dell’attualità appare quasi grottesca. Il 10 marzo, la polizia era intervenuta in forze nel centro cittadino di Genova per strappare al corteo dei mazziniani la bandiera del Circolo Repubblicano Livornese riuscendo in un primo tempo ad impossessarsene. Canzio si impegnò per riappropriarsi del vessillo e per questo venne arrestato il 1° giugno. Si aprì il processo il 7 settembre; la sentenza passò in giudicato: Canzio venne imprigionato nel Carcere di Sant’Andrea con gli altri condannati.

Qui venne detenuto Stefano Canzio.
Garibaldi e il figlio Menotti, per protesta, rassegnarono le dimissioni dal Parlamento. Le loro dimissioni, per questioni di convenienza, vennero respinte. Tanto per renderci conto della situazione e per paragonarla alle attuali vicende politiche, ci dobbiamo ricordare che nel 1880 Garibaldi era una sorta di eroe nazionale vivente e suo genero, al di là della parentela, era un pluridecorato, medaglia d’oro per la battaglia di Bezzecca nella Terza guerra d’indipendenza. Eppure, solo per la rivendicazione di una bandiera, venne incarcerato. Lascio ai lettori eventuali commenti e riflessioni. In conseguenza di questi fatti, Teresa telegrafò al padre che si recò a Genova il 4 ottobre, nonostante le precarie condizioni di salute. Il generale soggiornò al numero 31 di Via Assarotti, in casa Canzio, invasa da una gran folla. Il 9 ottobre arrivò il decreto d’amnistia per Stefano Canzio e, di conseguenza, Garibaldi lasciò Genova il 23 ottobre.
In questo lasso di tempo si situa l’avventura del giovane Leardi. Verosimilmente egli sentì dire che Garibaldi era a Genova ed è molto probabile che, da fervente mazziniano, avesse seguito le vicende legate alla bandiera del suo schieramento politico e al genero del suo eroe. Egli non era al corrente che pochi giorni dopo Garibaldi si sarebbe fermato a Novi ed ardeva dal desiderio di andare a stringergli la mano. Il giovane però non possedeva i soldi per il biglietto ferroviario ed allora, tanto era il suo ardore patriottico, partì a piedi sotto la pioggia, con pane e formaggio, per andare ad incontrarlo. Probabilmente l’incontro tra i due avvenne in Via Assarotti presso casa Canzio.

Il 23 ottobre Garibaldi si mise in viaggio in treno verso Milano. Durante il percorso si fermò a Novi. Questa fermata testimonia che la città era nota per essere un punto di riferimento di mazziniani e garibaldini. L’Eroe dei due mondi doveva essere molto provato, infatti non scese dal treno ma furono le autorità a salire ad omaggiarlo. Quello che segue è il resoconto dell’importante evento pubblicato sul giornale La Società domenica 24 ottobre 1880.
Ieri una folla immensa invase la nostra stazione, tratta dalla notizia dell’arrivo dell’Eroe di Caprera. La Società Operaia, la Patriottica, la Società dei Carabinieri Italiani ed il Circolo Democratico v’erano rappresentate colle rispettive bandiere. La Giunta Municipale entrò nella carrozza, dove giaceva Garibaldi, ed il Sindaco gli rivolse commoventissime parole, a cui il generale rispose con accenti di ringraziamento. Non è a dire l’entusiasmo che era dipinto in tutti i volti; c’era una calca, uno spingersi insistente intorno alla vettura, tutti volevano vedere l’augusto infermo. L’inno di Garibaldi, eseguito dalla banda cittadina confondendosi cogli evviva clamorosi di tutto un popolo, producevano nell’animo la più grande impressione. Bisogna pur dire che Novi non è a nessuna seconda nel rendere omaggio agli uomini grandi. La Giunta Municipale che anche in questa occasione ha interpretato così bene i voti della cittadinanza merita un sincero encomio.
Dopo l’inaugurazione del monumento in ricordo della battaglia di Mentana a Milano, Garibaldi tornò a Caprera. Nello stesso anno andò ancora a Napoli, poi iniziò ad aggravarsi fino a morire nel 1882. Un anno dopo la sua morte a Milano venne posta una targa in ricordo dell’inaugurazione del monumento di Mentana.

Di questa vicenda colpiscono fondamentalmente due aspetti. Il primo è relativo all’atteggiamento del nuovo Stato unitario nei confronti di chi manifestava ideali repubblicani. Anche nell’articolo relativo a Goffredo Mameli avevamo sottolineato come le esequie del poeta fossero diventate un problema di Stato proprio per la sua provenienza dalle file mazziniane. L’episodio che ha come protagonista Stefano Canzio ci conferma questa situazione e le tensioni presenti tra il potere politico e i repubblicani. Il secondo aspetto riguarda il giovane Leardi, che ci appare esattamente come ci immaginiamo i giovani patrioti del periodo, pieni di entusiasmo, magari un po’ squattrinati, ma ricchi di idealità e di slanci come affrontare un lungo cammino a piedi con una povera merenda per poter avere l’onore di stringere la mano al proprio Eroe. Il fatto è descritto nel libro I giornali di Novi, politica, gente e costume (1840-1946) di Mario Silvano – Edizioni Novinostra 1997. Il testo è veramente fondamentale per raccogliere informazioni relativamente al periodo risorgimentale nella nostra zona.
