Mario Gervasoni
Quando eravamo Re. Raccontare un’epopea lontana partendo dal titolo di un indimenticabile documentario sportivo è impresa ardua. Eppure, vi era un tempo in cui Novi, il nostro territorio e più in generale la provincia la facevano da padroni in sella alle due ruote della bicicletta. E rimanendo in tema di parallelismi importanti, possiamo affermare che il Novese stava al ciclismo come la Romagna al rombo delle moto. Quel periodo, che potremmo racchiudere tra l’inizio del Ventesimo secolo e gli albori degli Anni Sessanta, ha lasciato in dote una lista importante di nomi che hanno fatto la storia della disciplina nazional popolare per eccellenza. Almeno, sino al boom del calcio. Girardengo, i fratelli Coppi. Fausto il Campionissimo, Serse la promessa a cui il destino ha tarpato le ali. E poi, gli angeli custodi Sandrino Carrea ed Ettore Milano. Osvaldo Bailo, Giovanni Firpo e Primo Zuccotti, serravallesi. Giovanni Meazzo, alessandrino e Giovanni Cuniolo da Tortona. Manca qualcuno? Certo! Il più novese di tutti. Mario Gervasoni.

La storia prende spunto da un post apparso sulla pagina Facebook “6 di Novi Ligure se…”. Una figurina che raffigura un giovane sorridente in divisa da gara. Un ricordo dolce di una nipote che omaggia un nonno che non c’è più. La ragazza si chiama Jessica Merlo e il nonno è proprio lui, Mario Gervasoni. La memoria viaggia all’indietro nel tempo e Jessica al telefono, ci riporta a metà del Novecento. Quando, in bicicletta, Novi e il circondario dettavano legge.
“Nonno Mario era nato a Cabella, in alta val Borbera, da una famiglia di lontane origini bergamasche. Aveva vinto molto, soprattutto a livello amatoriale. Un corridore potente, infatti lo avevano soprannominato “Spaccacatene”, dalla forza con cui spingeva sui pedali allo start delle gare. Impossibile dimenticarsi della cantina di casa sua, strapiena di coppe”.
Le statistiche raccontano di un palmares di tutto rispetto. A 17 anni inforca la bici ed entra nella storica società cittadina Pietro Fossati. Siamo nel 1949, gli Italiani cercano di levarsi di dosso le sanguinose scorie che la guerra ha lasciato sul Paese, grazie ai pochi svaghi che la vita quotidiana consente. Uno di questi è sicuramente il ciclismo. Gervasoni vince 38 gare in due anni. Una media altissima. «Quando passa tra i professionisti – prosegue il suo racconto – viene ingaggiato dalla Girardengo, di cui il “Campionissimo” era fondatore e direttore sportivo». Due novesi. Uno sull’ammiraglia a impartire ordini, l’altro curvo sul sellino a tirare come un matto.
“Mio nonno era fondamentalmente un gregario, proprio come Carrea e Milano. Sempre al servizio della squadra e del capitano di turno”.
Un ruolo che poteva apparire di secondo livello. Una grande bugia. Perchè negli sport di squadra, e chi ama questo mondo non può che confermarlo, senza la fatica e i polmoni dei famosi “mediani” cantati anche da Ligabue, non si arriva primi al traguardo. Un’epoca romantica, in tutti i sensi.
“Mia nonna mi raccontava che, durante il passaggio di una gara davanti allo stabilimento Novi, dove lei lavorava, il nonno si fermò apposta per salutarla e darle un bacio”.
Gervasoni, dopo tredici successi con la Maino e il titolo nell’inseguimento su pista a squadre con il quartetto piemontese, assieme a un big come Nino Defilippis, passa pro. Caratteristiche da velocista e da uomo da corse in linea. E nel 1953, finalmente, arriva la tanto attesa prima vittoria nel mondo dei professionisti. Sulle orme dell’ovadese Franco Giacchero, trionfatore l’anno prima, decide di correre il Giro del Marocco. Competizione tutt’altro che semplice, organizzata in preparazione al Tour de France. La decima tappa, da Essaouira ad Agadir, tra le montagne dell’Atlante e la costa oceanica, lo vede protagonista. Primo al traguardo.
“Raccontava spesso che, grazie al ciclismo, aveva avuto la fortuna, di girare il mondo. Dall’Europa all’Africa, pedalando con fatica, ma anche divertendosi”.

Il rapporto con la bici va oltre la mera carriera professionale. Un amore. Una passione, come quella di tanti ragazzi, spesso nati da famiglie di origini modeste, che trovavano nel pedale lo scatto verso un’evasione dalla vita di tutti i giorni. Sognando Coppi e Bartali a darsi battaglia sul Galibier.
“Anche se ha smesso presto, nel 1959 e dopo un’altra vittoria al Giro d’Europa del ‘56, credo che mio nonno non sia mai sceso davvero dal sellino. Quando vivevo a Predosa, veniva spesso a trovarmi in bicicletta, anche se non era più giovanissimo. Fino a che è rimasto in salute, non ha mai abbandonato la sua grande passione”.
Lo sport che si mescola alla memoria di nonno e nipote, un passato dolce che ritorna a anni di distanza dalla scomparsa dell’atleta cittadino. Il quale, ogni qual volta una corsa partiva o passava dalla sua Novi, non mancava mai di presenziare. Che fosse il Giro d’Italia, dell’Appennino o la Milano – Sanremo. Gara che Jessica racconta, con un filo di tristezza.

“Nonno Mario mi raccontò che, durante l’edizione del ‘53, si mise in testa e cercò lo scatto decisivo. Purtroppo, come spesso capitava su quelle strade, forò durante una salita e dovette dire addio a una vittoria che sarebbe stata storica”.
Gervasoni, terminata l’avventura tra i professionisti, abbandona il mondo del pedale. Lo segue, certo, ma con distacco. La famiglia, il lavoro da panettiere e l’amata nipote Jessica. E un rimpianto, che incastonato dentro la città dei Campionissimi stona e parecchio.
“Credo che Novi abbia sempre ricordato poco mio nonno. Eppure, è stato uno dei pochi ciclisti professionisti davvero novesi. Ha sempre vissuto in città sin dai primi anni ed è morto qui, circondato dalla famiglia e dai tanti amici che lo venivano a trovare”.
Gli aficionados della bici di quel tempo lo descrivono come un grande corridore. Coraggioso ed altruista, in un’era con meno competizioni rispetto a quella attuale, dove anche i piazzamenti erano medaglie da indossare con orgoglio. Quell’orgoglio che Jessica Merlo vuole tenere vivo, a pochi mesi dal decennale della scomparsa dell’amato nonno Mario.
“Era sempre presente a partenze, passaggi e arrivi di tappa a Novi. Eppure, non lo nominavano quasi mai. Anche al Museo dei Campionissimi, ci sono poche testimonianze della sua vita”.
Una vita da mediano della strada. Una carriera di un ragazzo che dalle montagne della val Borbera è sceso a Novi, per dare lustro all’epoca d’oro della bicicletta piemontese.
(estratto da un articolo pubblicato sul settimanale “Panorama di Novi” nel 2023)
