Oltregiogo- Val LemmeStoria

Un grave fatto di sangue nella Chiesa di San Giacomo di Gavi. 8 aprile 1563

Armando Di Raimondo

Armando Di Raimondo (Genova 1945) è mancato il 15 aprile 2022, a 77 anni. Dirigente e consulente d’azienda nella vita professionale, appassionato e rigoroso ricercatore nella maggior parte del suo tempo libero, viveva d’estate in Val Lemme. Ha scritto decine di libri storici su Gavi, sul Forte, sull’Oltregiogo. Nel 2007 aveva fondato l’Associazione Amici del Forte di Gavi. Fu autore di pubblicazioni inedite e basilari. I suoi numerosi articoli sono ospitati in riviste specializzate. Nel 2008, dopo probabilmente casuali, ma accurate ricerche presso l’archivio di Stato di Genova, Armando Di Raimondo ha pubblicato nella rivista In Novitate una inesplorata interessantissima indagine su un fatto di sangue accaduto il giovedì santo, 8 aprile 1563, nella chiesa parrocchiale di Gavi. Nessun accenno, neanche negli Annali del De Simoni, a questo particolare episodio, che Armando espone con precisione storica e suspense narrativa.

Premessa

Ho provato a immaginare il fatto in quel giorno lontano, quando Gavi e la Chiesa di San Giacomo Maggiore erano diversi da come li vediamo ora, vicini all’aspetto romanico e gotico originario, che sarà stravolto dai successivi rimaneggiamenti barocchi.

Quella data si colloca in un periodo storico particolare: era stata stipulata da pochi anni la Pace di Cateau-Cambresis (1559) che aveva posto fine alle guerre horrende, combattute in Italia, tra impero asburgico e regno di Francia; iniziava la predominanza spagnola in Italia; la Repubblica di Genova riacquistava e consolidava il Forte di Gavi; poi le guerre, la peste, le calamità naturali successive.

Il giovedì santo era particolarmente sentito, si era in piena Controriforma, il Concilio di Trento si concluse proprio alla fine del 1563. Si celebrava la sera, con la Cena Domini, la benedizione delle ostie, la lavanda dei piedi, la visita ai Sepolcri di almeno sette chiese.

C’erano le congregazioni dei fedeli, non gli Oratori come li vediamo attualmente: i Terziari di San Francesco facevano capo ad un piccolo oratorio fuori Gavi, in direzione di Alice; i Disciplinati di Santa Maria dei Turchini non avevano finito di costruire l’oratorio dell’Assunta; la congregazione dei SS Giacomo e Filippo non si era ancora aggregata all’arciconfraternita Morte et Oratione di Roma.

Il fatto

Sono passati cinque secoli, tante cose sono cambiate, il borgo di Gavi non è più lo stesso e alcuni casati allora protagonisti si sono estinti o allontanati, eppure, per tanti aspetti, sembra di rivivere almeno in parte quei giorni.

Gavi nel XVI secolo aveva all’incirca 4.000 teste, compreso Parodi e le frazioni, era un triangolo adagiato tra il torrente Lemme e il suo Forte. Non ancora una Fortezza, assumerà l’aspetto attuale nel XVII secolo ad opera dell’ingegnere militare Gaspare Maculano. Il castello gaviese, conteso più volte nel corso della storia, diventò Forte con le opere di consolidamento voluti dalla Repubblica di Genova, che lo aveva rioccupato e rigovernato, sottraendolo all’Uffizio di San Giorgio che lo aveva ottenuto, per mille luoghi (titoli di debito), dai feudatari Guasco, in seguito a lunghe vicissitudini. Volle renderlo più sicuro, fortificandolo insieme al suo borgo. I lavori furono affidati all’ingegner Olgiati1. Due commissari della repubblica avevano preso possesso del borgo e del castello. Un provveditore si occupava di amministrare la giustizia civile e penale, procurando  che la povera gente non fosse oppressa dai soldati né da altri.

Madonna con Bambino benedicente fra i santi Giacomo e Giovanni Evangelista.
Pala Gandolfino da Roreto,

Era terminato il periodo turbinoso che tanto aveva segnato la penisola, con le invasioni e l’alternanza di signorie, terminate le devastanti piogge autunnali che grande desolazione e fame portarono. La parrocchiale di San Giacomo Maggiore aveva le fattezze delle origini. Il soffitto a capriate, i contrappesi dell’orologio pendevano in chiesa. Il campanone donato dai Visconti, già signori di Gavi, era fissato a una lanterna che poggiava sulla bassa torre sorretta da quattro pilastri che si innalzavano all’interno del tempio.

Polittico di San Giacomo Maggiore, Manfredino Boxilio, Accademia Ligustica di Genova

Il pulpito e l’altare maggiore erano di legno. Sopra l’altare si elevava la bella pala di San Giacomo Maggiore del Manfredino Boxilio2 , che la dipinse su ordinazione dei Marchesi Guasco, gli ultimi feudatari. Successivi saranno i rimaneggiamenti barocchi con l’alzata delle navate, del campanile (1705) e l’aggiunta di diversi altari all’interno delle navi. La chiesa nel 1563 era ampia, relativamente bassa e scura, in parte affrescata, poca luce penetrava dalle monofore; il pavimento, su cui erano posate le lastre delle sepolture, era in pietra.

L’articolo di Di Raimondo, In Novitate, novembre 2008

Si entrava dall’antico portale strombato, adornato nella lunetta dall’altorilievo raffigurante l’Ultima Cena. I personaggi erano in parte cromatici e gli occhi realizzati con pietre dure brillavano nei visi tondi. Alle autorità erano riservati all’interno speciali seggi riccamente ornati.

Giovedì santo, 8 aprile 1563, un giorno di fede, molto sentito dalla comunità. Gli occupanti spagnoli erano da pochi anni arrivati in Italia e la loro religiosità sontuosa si imponeva, anche per legami famigliari. Il Concilio di Trento si avviava alla conclusione e stava influenzando la vita religiosa delle grandi e piccole comunità.

…curiose di veder passare e piazzarsi in chiesa…

Dalle contrade sterrate del borgo, la via Maestra, il Paraso, il Borgonuovo, il Monserito, la via del Carmine, si avviavano i popolani con le loro vesti di stoffe scure e grezze, le donne avvolte in scialli grigi, a passo intimorito seppur svelto, curiose di veder passare e piazzarsi in chiesa nei seggi loro riservati, i notabili, con la gorgiera di lino accollata, e gli esponenti delle famiglie più in vista, con le mogli dalle ampie maniche e i capelli avvolti in retine con perle, i figli nelle giacchette nere e colletti arricciati. Qualcuno tra gli anziani ricordava i pesanti e scuri abiti del seguito di Filippo, figlio dell’imperatore Carlo V, che aveva alloggiato in palazzo Borlasca con la sua corte.3. «Ecco il tale, ecco il tal altro, guardate, guardate quello che portamento, che gioielli sfarzosi sullo scollo quadrato». Nel silenzio della piazza arrivavano spettrali in processione i confratelli della Compagnia dei Disciplinati, con le cappe di tela, alcuni incappucciati, i priori ornati dai tabarrini neri ricamati d’oro, dono delle famiglie più altolocate, per voto, per fede, per distinzione. La fede è tanta, bisogna pregare ed espiare, scongiurare altre guerre, allontanare la peste, calmare le acque del Lemme e le grandini disastrose. Troppi lutti il borgo aveva pianto.

Da La Centuriona di Armando Di Raimondo
In alto: lunetta sopra il portale maggiore; in basso l’antica porticina da cui, forse, entrò Gio. Paolo Mereta

Qualcuno pregava all’esterno, non tutti erano riusciti a prendere posto nell’interno, fra la calca. Gli uomini armati stavano sotto il portico del municipio e ai lati della piazza.

Gio. Paolo Mereta era entrato già da un pezzo, dalla porticina più antica, quella con sopra il bassorilievo di San Giorgio a cavallo. Meglio eludere l’ingresso maestro ed anche la porta nord, con l’affresco. Una famiglia potente, con pochi amici e nemici tanti, il bel giovane voleva evitare gli sguardi dei rivali, ma era tranquillo, i suoi sgherri non lo perdevano di vista. Si era sistemato in terza fila nel banco di famiglia, nella navata destra, dalla parte delle monolitiche colonne col capitello scolpito. Una bella sistemazione. Da lì poteva vedere il Santo Sepolcro con le piantine di grano germogliate e le torce accese. Erano già pronti in riga, davanti alle bacinelle, i bambini per la lavanda dei piedi. Avrebbe seguito bene tutta la funzione.

In prima fila nel suo seggio il podestà e ai suoi lati i consoli, il pretore, il maestro, dietro i Dottori. Dal Forte non era venuto nessuno, non potevano lasciare il presidio, sarebbero stati nella loro chiesetta di Santa Barbara. La chiesa si stava affollando. Nicolò Lerma, ultimo figlio dei potenti Lerma, ancor giovane eppur così robusto e arcigno, quasi irriconoscibile intabarrato nel suo mantello di velluto nero, entrava guardingo, con la berretta calcata di lato, di prepotenza trovava posto appena dietro il Mereta, addossandosi alla colonna che gli faceva quasi da schermo.

Il momento più atteso dalla folla, l’entrata della processione. L’arciprete Antonio Precipiano in paramenti bianchi a fili dorati era sull’altare con i cocelebranti del vicino convento del Carmine e annotava che nessuno mancasse dei personaggi in vista del borgo. Tutti ora tacevano, impressionati dal tintinnare dei cappucci e dal battere ritmato delle mazze con i teschi sulle punte. I bambini si stringevano alle madri. I processionanti si fermarono davanti al Santo Sepolcro e intonarono a cappella i canti della Cena Domini in latino. Le luci delle lanterne a olio proiettavano ombre spettrali nel buio della chiesa. Tutti gli sguardi erano su di loro e tutti ascoltavano, pur non comprendendo le parole. Fra’ Alberto da Cremona, arrivato di passaggio, partecipava ai canti solenni, inginocchiato poco distante dal Lerma.

Gio. Paolo stette un attimo attonito, portò istintivamente la mano all’indietro, come per tastarsi il punto della schiena da dove proveniva quell’acuto dolore.

Emise un grido soffocato, con una mezza rotazione del corpo si avvitò su sè stesso, provò ad aggrapparsi a chi gli stava davanti, cadde rumorosamente per terra, accasciato negli ultimi respiri. Scoppiò un trambusto intorno al giovane, che molti credettero colto da un malore. Ci volle qualche minuto per capire ciò che veramente era successo. Chi gli stava accanto vide una chiazza di sangue. Nessuno aveva scorto quell’ombra che fulminea aveva attraversato i pochi passi che la separavano dall’uscita. Nicolò in un attimo era fuori, balzato a cavallo, già approntato dai suoi complici sulla piazza e si era dileguato verso il Paraso e la porta di Novi sul far della sera.

Da La Centuriona di Armando Di Raimondo

La funzione intanto continuava, pochi si accorsero dell’accaduto, i più lo seppero alla fine, tante le domande curiose, lo sgomento, lo sbalordimento. Proprio in chiesa un delitto spietato, nessuno ricordava nulla di simile. Crimini tanti, ma mai dentro la chiesa protettrice, dove non era permesso entrare armati, anche i più brutali lasciavano le armi ai loro sbirri, prima di accedere.

L’omicida probabilmente aveva tratto da sotto il mantello uno stiletto e con mossa rapida e potente lo aveva conficcato nella schiena dell’inconsapevole Gio. Paolo. Prima che questi potesse avere il tempo di emettere un gemito, Nicolò aveva ritratto l’arma avviandosi inosservato verso la fuga.

L’indagine di Armando Di Raimondo

 Mereta e Lerma erano due benestanti famiglie di Gavi. I Mereta erano diventati dei ricchi possidenti dopo aver svolto incarichi di fiducia per la nobile famiglia genovese dei Centurione cui erano legati. Costoro avevano, nel tempo, acquisito alcuni latifondi nel territorio di Gavi, in particolare in località Redanova e in quella detta dei Morgassi.

I Lerma invece, probabilmente originari dell’omonima località, si erano dedicati alla vita politica, ricoprendo anche incarichi pubblici. Francesco Lerma, uno degli attori di questa vicenda, faceva parte del collegio dei “Dottori” al servizio della Repubblica di Genova, mentre alcuni suoi discendenti furono ascritti nel Collegio Notarile di Gavi. Una famiglia indubbiamente potente, politicamente fra quelle più in vista del paese, che lo storico Cornelio De Simoni ebbe a definire fra le più antiche e solite maneggiare gli affari pubblici della loro patria. Nel secolo successivo, Paolo Lerma, figlio di Costantino, uno dei congiurati, acquistò la tenuta detta la Fontanassa a Gavi.

Difficile individuare le ragioni che spinsero queste due famiglie ad una rivalità così accesa. Forse le cause sono da ricercare in alcuni contrasti per ragioni d’interesse oppure in un semplice antagonismo politico.

In un primo tempo le indagini furono affidate al Podestà, per poi passare nelle mani di un Commissario straordinario che i notabili genovesi, data la gravità del fatto, decisero di inviare a Gavi. Lo speciale incarico fu affidato al nobile genovese Cristoforo Lercari il quale giunse a Gavi la sera del 18 maggio 1563. Egli avviò, già dal giorno seguente, le sue investigazioni, cercando di ricostruire l’intera vicenda partendo proprio dal possibile movente.

La firma di Cristoforo Lercari. Archivio di Stato di Genova

Il Commissario scoprì che nel dicembre 1562, pochi mesi prima di quella tragica settimana Santa, le due famiglie rivali si erano affrontate in una violenta rissa a colpi di pietre e di pugnale. Tutto era cominciato con uno scambio di insulti cui seguì un nutrito lancio di pietre. Alcune di queste pietre andarono a segno sulle teste dei rispettivi contendenti. Francesco Mereta, uno degli antagonisti, non gradendo, tirò fuori anche un pugnale e ferì alla testa Battista Lerma.

L’inimicizia fra Lerma e Mereta come movente. Archivio di Stato di Genova

Lazzarino, il macellaio di Gavi, vide tutto e nella sua testimonianza dichiarò che anche Giacomo Mereta, fratello di Francesco, partecipò alla rissa colpendo con una pietrata, sempre sulla testa, il povero Lerma. Il Dottore (così era appellato Battista Lerma) non morì ma uscì piuttosto malconcio da quello scontro; scontro che non contribuì certo a migliorare il rapporto fra le due famiglie.

La testimonianza del macellaio. Archivio di Stato di Genova

Sanate le ferite, ma non il rancore, qualcuno della famiglia Lerma concepì la vendetta, aspettando solo l’occasione propizia per portarla a termine. In effetti, dopo quella furibonda contesa, i rispettivi membri delle due famiglie evitarono di incontrarsi stando piuttosto accorti e uscendo da casa solo quando erano in compagnia dei loro affidati accoliti, armati di tutto punto.

La vendetta, in ogni modo, non si fece attendere molto. La circostanza favorevole si presentò con l’occasione delle festività pasquali. I Lerma pensarono che sarebbe stato facile incontrare in chiesa qualche membro della famiglia rivale proprio durante le funzioni religiose della settimana Santa. In quei giorni, come di consueto, tutti gli abitanti di Gavi si riunivano in chiesa: luogo sacro e come tale ritenuto sicuro per il divieto di portare armi. Il progetto omicida si basava proprio sul fatto che qualcuno dei Mereta si sarebbe presentato in chiesa, probabilmente disarmato, per assistere a una delle funzioni previste per le celebrazioni Pasquali. Il nefasto incarico fu affidato a Nicolò, il più determinato fra i fratelli Lerma.

L’indagine e la firma del podestà Lodisio Sauli, 22 aprile 1563. Archivio di Stato di Genova

Le indagini, avviate immediatamente dal Podestà Lodisio Sauli, incontrarono subito le prime difficoltà. Nonostante il gran numero di fedeli presenti alla funzione, nessuno o quasi fu in grado di fornire precise informazioni sull’accaduto. Più che di reticenza o di prudenza (la famiglia Lerma infatti aveva un grande ascendente a Gavi) si trattò di un’oggettiva mancanza di testimoni. La gran calca di persone presenti in chiesa, l’attenzione per la funzione che vi si stava svolgendo, non avrebbe permesso di notare quando Nicolò Lerma, da sotto il mantello, con gesto repentino, trasse fuori lo stiletto per colpire, da distanza molto ravvicinata, la schiena del povero Gio. Paolo Mereta. Tuttavia un frate, tale Alberto da Cremona, essendo probabilmente molto vicino ai due, si accorse di quanto stava accadendo. Infatti, fu il solo testimone dell’omicidio che dichiarò di aver visto Nicolò Lerma colpire Gio. Paolo Mereta, anche se non vide bene quale fosse l’arma usata: pugnale o spuntone, in ogni caso affermò che si trattava di un’arma corta. Il Podestà, per evitare che l’unico testimone ci ripensasse, e forse anche per garantire la sua incolumità, pensò bene di mettere al sicuro il religioso nella prigione del Castello di Gavi.

mentre la compagnia de i disciplinati di questo luoco rendevano gratie a Dio. Archivio di Stato di Genova

Le indagini, come abbiamo detto, passarono nelle mani di Cristoforo Lercari, il Commissario nominato da Genova per cercare di far luce sul grave omicidio. Egli prese in mano la situazione e per prima cosa si fece consegnare una copia dei verbali rogati dal Notaio di Gavi. Dalla lettura di quelle carte il Commissario apprese che il Podestà aveva identificato Nicolò Lerma quale responsabile dell’omicidio di Gio. Paolo Mereta, avvenuto nella Parrocchiale di Gavi durante la funzione del giovedì Santo “mentre la compagnia de i disciplinati di questo luoco rendevano gratie a Dio”. Nel corpo della vittima era stata notata una sola ferita mortale e secondo il referto del medico e del “barbiere chirurgo” l’arma era stata, probabilmente, anche avvelenata.

…fosse arma avvelenata. Archiivio di Stato di Genova

Il Commissario, preso atto del risultato delle indagini, fece emanare un bando nel quale si intimava a Nicolò Lerma di presentarsi, entro quindici giorni, al Palazzo Pretorio per essere interrogato. Trascorso tale termine, previsto dalla legge, l’omicida sarebbe stato considerato a tutti gli effetti “bandito”. Naturalmente Nicolò restò tale.

Il bando. Archivio di Stato di Genova

Nello stesso tempo il Commissario emise un mandato di arresto anche nei confronti dei due presunti complici del Nicolò: Costantino Lerma e Giacomino Bianco, rispettivamente fratello e cognato del reo. La speranza del Lercari era di poter ottenere, tramite la loro confessione, utili elementi per avere un quadro completo dell’intera vicenda.

Il “Cavalero” ossia il bargello (ufficiale di pubblica sicurezza) di Gavi riuscì a scovare il Bianco ed avendolo fermato, in base alla “grida” pubblicata, non riuscì tuttavia a trattenerlo pur avendolo già afferrato per le maniche del mantello. Il cognato di Nicolò, infatti, reagì inaspettatamente a quella stretta, riuscendo a divincolarsi. Rifugiatosi nella casa dei Lerma, fu poi facilmente catturato e tradotto nelle carceri del Castello. Stessa sorte toccò a Costantino, fratello minore del reo.

Il tentativo del bargello. Archivio di Stato di Genova

Nel frattempo, per evitare che s’innescasse una faida di vendette, il Commissario tentò anche una mediazione di pace fra i membri delle due famiglie. I Mereta all’apparenza si dissero disponibili ad evitare altri spargimenti di sangue, mentre dalla parte dei Lerma, in particolare dal Dottor Gio. Batta (quello che era stato ferito alla testa e probabile mandante dell’omicidio di Gio. Paolo Mereta), ci fu un netto rifiuto.

Il rifiuto dei Lerma. Archivio di Stato di Genova

Il Commissario, nel frattempo, non riusciva a fare molti progressi nelle indagini. L’unico testimone a favore dell’accusa restava solo quel povero frate che, tenuto come un prigioniero nel Castello di Gavi, scalpitava per essere finalmente liberato. Da Cremona, città di provenienza del frate, arrivò l’ordine perentorio di liberarlo, cosa che il Commissario fu costretto ad eseguire.

Il cognato di Nicolò confessa di averlo aiutato a fuggire a Capriata. Archivio di Stato di Genova

Intanto, nel Castello, il Commissario, per convincere i due complici a “collaborare” con la giustizia, li aveva posti sotto tortura utilizzando il metodo dei cosiddetti “tratti di corda”. Stessa sorte toccò ad un altro fratello di Nicolò, Federico Lerma, che per ordine del Commissario “… si fece ligare et metterlo alla corda nella quale alzato si fece stare un pezzo”. Due degli arrestati non ci misero molto a collaborare con il Commissario. Il Bianco confessò di aver accompagnato Nicolò Lerma da certi suoi parenti a Capriata dove ancora si trovava nascosto, mentre Costantino confessò di aver visto il fratello in chiesa quella sera e che il Gio. Paolo “fu ferito fra la calca delle genti et con una arma bassa sotto la cappa”.

Si fece ligare et metterlo alla corda nella quale alzato si fece stare un pezzo. Archivio di Stato di Genova

Dopo queste confessioni il Commissario diede avvio alla procedura per la confisca dei beni di Nicolò Lerma. L’esproprio ai danni del colpevole, seppure previsto dalla legge in questi casi, doveva tuttavia essere eseguito salvaguardando l’interesse degli eredi. Fra i tutori vi era il già citato Dottore (fratello di Nicolò) che in fatti di leggi e diritti era un esperto, tanto da mettere in difficoltà l’operato del nostro Commissario, sollevando non pochi cavilli giuridici all’attuazione dell’esproprio. Il Lercari, infatti, in un suo rapporto inviato a Genova, ebbe a notare: “questo Dottore suo fratello cerca nodi nelli gionchi”. Significando con quest’espressione che Gio. Batta Lerma era capace di trovare problemi anche là dove non n’esistevano.

Cerca nodi nelli gionchi. Archivio di Stato di Genova

Dopo che la condanna divenne esecutiva, il Commissario pubblicò una “grida” nella quale concedeva sei giorni di tempo agli eventuali debitori e creditori dell’eredità del padre di Nicolò, per far valere i loro diritti.

I beni di Nicolò, nonostante le resistenze dei famigliari, furono messi sotto sequestro e fatti stimare dai periti della Repubblica di Genova. Da un primo calcolo, al netto di quanto dovuto agli eredi, il valore dei beni confiscati a Nicolò Lerma ammontava a circa nove mila lire, oltre a una casa e una casetta e altri terreni valutati altre dieci mila lire.

Nonostante le difficoltà, Cristoforo Lercari riuscì a porre all’incanto i beni confiscati, ignorando le resistenze poste in essere dal Dottore che, a detta del Commissario faceva “ogni difficoltà et camina per tutte quelle torte strade che trova”.

Ogni difficoltà et camina per tutte quelle torte strade che trova. Archivio di Stato di Genova

Il commissario Lercari, terminato il suo compito, si trovava ancora a Gavi quando una mattina di giugno del 1563, mentre passeggiava per fare un po’ di esercizio fisico, fece un incontro che poco gli piacque, tanto che ne diede notizia anche a Genova.

“…mi accade che questa matina, (sì come soglio tal volta) a bona hora per far un poco di esercitio me ne andava verso il Pedaggio, loco fuori della porta, et essendo quasi appresso vidde uno con uno archibuso che ne andava innanti, gionto che fui nel loco pensando di poterlo vedere lungo a una strada che resta a rimpetto del detto Pedaggio non lo viddi più del che mi maravigliai come fusse possibile che essendoli così appresso poi havesse già corso tanta strada senza vederlo …la onde mi è parso darne subito avviso a V. Ill.me S. acciò possano provvedere secondo che a quelle convenevole parerà…”

L’incontro del commissario mentre fa esercizio fisico. Archivio di Stato di Genova

Non sappiamo chi fosse quell’inquietante individuo che con fare sospetto e armato di un archibugio si aggirava nei pressi della Porta del Pedaggio. Forse era un semplice bandito oppure un sicario con intenzioni omicide. Di sicuro, dopo l’incontro, il Commissario Lercari chiuse rapidamente l’inchiesta e se ne ritornò a Genova senza porsi troppe domande.

Dopo il processo, i fratelli Lerma furono banditi da Gavi e si trasferirono a Bosco, oggi Bosco Marengo. La conferma viene da un altro documento del 1585 che riguarda la dote della madre dei congiurati, una Ceparino che aveva seguito i figli in esilio. La donna, scomparsa fra il 1575 e il 1576, aveva lasciato ai figli sopravvissuti una casa posta nella piazza di Gavi, una vigna a Campoghero ed un terreno in località Longarola. Proprietà provenienti dalla sua dote che, come tali, si erano inizialmente salvate dalla confisca dei beni della famiglia Lerma. Tuttavia, con la morte della madre, l’eredità, nel momento in cui fu destinata ai figli superstiti, venne prontamente confiscata dal Podestà di Gavi, per nome e conto della Repubblica di Genova.

Fonti

Armando Di Raimondo, Un grave fatto di sangue nella Chiesa di San Giacomo di Gavi (8 aprile 1563), In Novitate, novembre, 2008;

Armando Di Raimondo, La Centuriona – Un’inedita storia fra Genova e Gavi, Erga, Genova, 2004;

Cornelio De Simoni, Annali Storici della Città di Gavi e delle sue Famiglie 972-1815, Alessandria, 1896;

Federico Sartore, Storia popolare di Gavi Ligure, Cassa di Risparmio di Alessandria, 1987;

Raimondo Benso, Gavi – Chiesa monumentale di San Giacomo Maggiore, Provincia di Alessandria, 2007;

Valentina Filemio, Gavi – San Giacomo Maggiore, Edizioni dell’Orso, 2018;

Archivio di Stato di Genova, Sala Senarega, filza 472.

  1. Giovanni Maria Olgiati, ingegnere militare al servizio della Repubblica di Genova, nel 1540 diresse i primi interventi di ristrutturazione del Castello di Gavi, trasformandolo in una fortezza, con nuovi bastioni e cortine difensive. Il Forte divenne così un caposaldo fondamentale per l’Oltregiogo genovese []
  2. Le due pale presenti nella parrocchia gaviese nel 1563: Manfredino Boxilio, Polittico di San Giacomo Maggiore, ora conservato all’Accademia Ligustica di Genova; Gandolfino da Roreto, Madonna con Bambino benedicente fra i santi Giacomo e Giovanni Evangelista. Sulla lunetta, L’adorazione del Bambino, ancora ammirabile presso la parrocchiale di Gavi, navata destra. Il marchese Antonio Guasco l’aveva commissionata allo stesso Gandolfino []
  3. 1548, dicembre. Filippo, figlio dell’imperatore Carlo V, pernottò a Gavi con tutta la sua corte, presso casa Borlasca, spesato dalla Repubblica di Genova. Proveniva da Genova e stava rientrando verso Milano e la Germania, “ebbe molte e magnifiche confezioni”. Un nuovo passaggio di principi in Gavi nel 1551: Filippo e Massimiliano di Boemia viaggiavano dalla Germania a Genova, passando per Gavi, dove due ambasciatori mandati dalla Repubblica offrirono “tutto ciò che potesse essere loro gradito” (C. De Simoni, Annali di Gavi, p. 155). Nel 1529 anche Carlo V era passato da Gavi. “Carlo V essendosi fermato in Genova 11 giorni mandò innanzi la sua gente in Lombardia, e seguitando egli appresso per le terre di Gavi e di Novi s’avviò a Piacenza, e di qui sul principio di ottobre andò a Bologna, ove Clemente VII lo attendeva per conchiudere la pace” (op. cit. p. 150) – dopo il Sacco di Roma del 1527. L’incoronazione di Carlo V a imperatore del Sacro Romano Impero avvenne il 24 febbraio del 1530 nella Basilica di San Petronio a Bologna. Passò ancora da Gavi nel 1533 per rientrare in Germania “…dopo aver stabilita la pace coi principi italiani…furono mandati ad incontrarlo a Gavi quattro ambasciatori… (op. cit. p. 151) []

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