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U 5 ‘d agùstu. La chiesa della Madonna della neve a Cà del Bello

Il Miracolo della Neve e le Origini del Culto

Il 5 agosto, in piena estate, una nevicata su una collina della Val Borbera sembrerebbe un evento inspiegabile. Probabilmente, la tradizione nasconde un motivo difensivo: grazie a questa improvvisa intemperia (che forse era grandine, tipica dei temporali estivi e visivamente simile alla neve) la Madonna avrebbe disorientato o disperso degli aggressori, salvando e difendendo i suoi fedeli. Non è un caso raro che storicamente un intervento soprannaturale appaia nell’immediato come un evento climatico negativo, per poi rivelarsi provvidenziale e mutare in positivo le sorti di una circostanza inizialmente nefasta. In Occidente, il culto mariano legato alla neve ha radici antiche, riconducibili alla nevicata romana del 5 agosto 358, evento con cui fu delimitato il perimetro della prima chiesa mariana d’Occidente. Questo culto si è poi propagato ben oltre i colli romani, raggiungendo anche le nostre zone, dove la Madonna “della neve” è invocata a Novi Ligure e a Pratolungo di Gavi. 

Il Mistero del Nome “Cà del Bello”

Nei boschi di Borghetto non esistono testimonianze di nevicate agostane; tuttavia, il toponimo del luogo in cui sorse il santuario, “Cà del bello”, suscita diversi interrogativi. Il termine “Cà” (casa) potrebbe indicare la dimora di un eremita, oppure un semplice e spoglio rifugio stagionale per chi sorvegliava il pascolo o la raccolta delle castagne. L’appellativo “bello” potrebbe quindi riferirsi al felice esito di una determinata situazione grazie all’intervento di questo misterioso abitante. È invece difficile credere che “bello” si riferisse all’aspetto fisico di un eremita: o si trattava di una presa in giro per mascherare la sua bruttezza, oppure è altamente improbabile che un “uomo selvatico” badasse all’estetica durante le lunghe giornate nei boschi.

Un’altra affascinante ipotesi linguistica lega la parola “bello” a “bellum” (scontro o battaglia). Fino al VII-VIII secolo, queste cime furono attraversate da Barbari e Longobardi, i quali predisposero la “Linea dei castelli”, ovvero una rete di torri di avvistamento che dall’Oltrepò arrivava fino al Monte di Portofino e all’Adriatico. La strada che da Albarasca attraversa i boschi “della Madonna” per giungere al santuario, lambisce del resto le località di Mugreigu (Monte Greco) e della cascina Presidia (dal latino presidium), antichi avamposti di guardie bizantine. Trattandosi di piccoli spartiacque e valichi strategici, dotati di fontanelle d’acqua mai esauste preziose anche per i viandanti lontani, la dedicazione di una originaria cappellina alla Madonna potrebbe aver sancito la risoluzione delle tensioni militari e la rappacificazione tra i contendenti. In ogni caso, possiamo escludere la presenza storica di malintenzionati: sebbene non mancassero leggende drammatiche raccontate per spaventare i bambini e i creduloni durante le veglie invernali, non si conserva memoria di incontri spiacevoli nei nostri boschi.

Storia, Devozione e l’Identità della Comunità

Avvicinandoci ai giorni nostri, il santuario evoca soprattutto sentimenti di devozione, tradizione e spirito di festa campestre. Questo clima sereno fa quasi dimenticare le sue origini legate al Voto formulato a metà del Seicento in occasione della peste, evento che portò al progressivo ampliamento e abbellimento della chiesa. Il santuario ha rappresentato un fortissimo elemento identitario non solo per Borghetto, ma anche per le parrocchie confinanti di Vargo e Sorli. Fino all’inizio del Novecento, infatti, la navata dell’edificio era attraversata da una linea ideale che lo divideva esattamente a metà tra i Comuni di Borghetto e Vargo. Dagli anni Venti del ‘900, con il riassetto territoriale che soppresse il Comune di Vargo, il confine fu spostato sotto la strada che costeggia il lato sinistro dell’edificio.

Borghetto si distinse sempre per i lavori e le oblazioni per il mantenimento del luogo sacro, arrivando ad alimentare la leggenda di un misterioso e non quantificato “tesoro d’oro della Madonna”. Figura centrale dell’amministrazione era il Priore, un laico scelto a vita dalla comunità, che fungeva da custode delle chiavi e guardiano; un incarico vissuto innanzitutto come onere e poi come onore. Tra le figure storiche più iconiche, oltre alle famiglie più abbienti, spicca quella di Aurelio Grosso, scomparso qualche anno fa: uomo schietto, concreto e ottimo campanaro, che fino all’ultimo respiro si dedicò in prima linea a risolvere i problemi tecnici del santuario. 

L’Arte, i Santi e le Antiche Tradizioni

All’interno, la pala d’altare affrescata da Clemente Salsa raffigura la Madonna affiancata da San Marziano e San Cipriano. San Marziano, primo vescovo di Tortona, testimonia il secolare legame della zona con la sede vescovile tortonese, come accade anche nella vicina Albarasca. Più complessa è la figura di San Cipriano, che potrebbe rimandare a due santi omonimi. Se si trattasse di Cipriano di Cartagine, noto per aver gestito la riammissione graduale dei “lapsi” (i cristiani caduti che avevano rinnegato la fede), il riferimento sarebbe al lassismo dei primi cristiani locali evangelizzati a fatica da San Marziano. A riprova di ciò, nel dialetto locale, per definire una persona inetta si usa ancora l’espressione: “fiacco come sei, neanche i lapsi ti vorrebbero!”. Se invece si trattasse di Cipriano di Antiochia, potente mago pagano poi convertitosi al cristianesimo, il richiamo sarebbe ai culti pagani praticati in collina dai veterani romani di Libarna stabilitisi nei boschi per coltivare. L’intento dei missionari era proprio quello di evangelizzare cristianizzando preesistenti usanze idolatriche.

A questo proposito, le stesse processioni conservavano la ritualità pagana degli antichi ambarvalia, antichi passaggi attorno alle messi atti a sacralizzare e delimitare gli spazi agricoli. I fedeli, giunti al santuario, non vi entravano subito, ma compivano tre giri in senso antiorario attorno all’edificio: una direzione che esprimeva la potenza del Cristianesimo capace di stravolgere l’andamento del tempo praticato fino ad allora. 

Il Calendario delle Confraternite

Le confraternite si recavano annualmente a Cà del Bello in modo molto disciplinato: Borghetto il giorno della festa (5 agosto), Vargo la domenica successiva e Sorli a Pentecoste. In occasioni eccezionali di ringraziamento (fine di guerre, epidemie o carestie), salivano in pellegrinaggio anche le confraternite di Castel Ratti, Persi e Molo Borbera, a cui si aggiunsero Malvino e Cuquello dopo la Seconda Guerra Mondiale. Altre confraternite limitrofe avevano mete diverse per statuto (Stazzano andava a Montespineto, Sardigliano alla Tragetta), affinché ogni gruppo avesse un proprio santuario di riferimento in cui chiedere misericordia e rafforzare lo spirito comunitario. Tutta questa regolare e vitale attività socio-religiosa continuò ininterrotta fino alla riforma liturgica che la cancellò quasi del tutto senza sostituirla. 

La Giornata della Festa: Tra Sacro e Folklore

La ricorrenza del 5 agosto era scrupolosamente attesa e preparata spiritualmente nei rispettivi paesi. Uno dei momenti più intensi al santuario era la coda per le confessioni: molti uomini dell’intera valle vi affluivano per adempiere al precetto annuale, affrontando con i sacerdoti questioni esistenziali molto serie. Il clero, un tempo numeroso, era ben conscio di questo ruolo di assistenza e si fermava volentieri tutto il giorno, pranzando insieme.

Dopo la processione, all’alba, lungo strade di terra battuta, la giornata era scandita da un susseguirsi di Messe, benedizioni con le reliquie (richieste dalla gente per persone e campi) e solenni Vespri pomeridiani. Nel tempo libero tra una funzione e l’altra, i fedeli consumavano pasti frugali nei boschi circostanti, un’occasione imperdibile per fare due parole in un’epoca di scarsa mobilità. Col tempo, comparvero modesti banchetti di dolciumi e giocattoli, mentre le donne borghettesi si occupavano di vendere articoli religiosi (medagliette, rosari, icone a colori e il libro di storia locale del prof. Rossi) sotto il porticato, occupandosi anche di cucinare l’abbondante pasto offerto ai sacerdoti. 

Aneddoti celebri e Imprevisti tecnici

Il folklore del santuario vive di aneddoti memorabili. Uno riguarda “Camparuni”, il cui nomignolo derivava dalla figura del campé (guardia-campi). Tra le due guerre mondiali, questo borghettese squattrinato viveva di espedienti e si improvvisava questuante per la festa. Rientrato in chiesa con pochi spiccioli, prima di infilarli nella cassetta delle elemosine svuotava le tasche sulla balaustra dell’altare e, guardando la statua della Madonna in faccia, esclamava in dialetto: “ka spartuma?” (“che dici: dividiamo tra noi?”). Non ricevendo ovviamente risposta, concludeva che la Madonna non avesse nulla in contrario, si rimetteva in tasca il denaro che gli serviva per sopravvivere e andava serafico all’osteria, sotto gli sguardi divertiti dei compaesani.

Notevoli furono anche le peripezie per illuminare l’edificio, un tempo affidato alle sole candele. Tra gli anni ’80 e ’90, un amico genovese fece arrivare un motore da nave dismesso che doveva generare corrente. L’attesa fu molta, ma durante il collaudo alla vigilia della festa, il motore esplose in un fragoroso colpo, sbalzando via alcuni pezzi e demoralizzando tutti. Si dovette così ripiegare sulle candele, necessarie soprattutto per leggere il nuovo lezionario in italiano, molto più voluminoso di quello imparato a memoria in latino. Memorabile l’episodio di un anziano lettore che, parlando solo dialetto e tentando di farsi capire dal parroco in italiano, chiese di prendere una candela non da portare via, ma per illuminare il testo: “à vœju aséindla” (la voglio accendere). Il prete, sorridendo tra la simpatia e la commiserazione, gli rispose: “Ma prendete un po’ quel che vi pare!”. 

I Fuochi della Vigilia e l’Evoluzione dei Festeggiamenti

Nella notte della vigilia, tra il 4 e il 5 agosto, l’esterno del santuario veniva illuminato. In origine si accendevano veri e propri falò, come accade ancora oggi a Loreto (la cui statua è qui venerata) per la ricorrenza dell’arrivo della Santa Casa. Constatata l’estrema pericolosità delle fiamme libere nel bosco, si passò ad appendere tra gli alberi lattine alimentari dismesse e riempite di petrolio, pezze e paglia. Anche questo sistema fai-da-te fu accantonato quando l’addetto all’accensione, lo storico messo comunale tuttofare di Borghetto, si rovesciò goffamente addosso una lattina incendiandosi la giacca, fortunatamente senza gravi ustioni.

Negli ultimi decenni, prima delle normative attuali e della riqualificazione del luogo, i boschi subirono vari disordini: occupazione delle radure con tavoli ricavati dai castagni, abbandono di rifiuti e perfino scorribande estive di auto e moto fuoristrada “fai-da-te” arginate solo dall’intervento della Forestale. Per ovviare a questo caos, una quindicina d’anni fa il Gruppo Alpini locale ha ripristinato il portico sul retro della chiesa (uso bar foresteria) e ha iniziato a organizzare civili cene “sotto le stelle” con illuminazione elettrica, buon cibo e gestione corretta dei rifiuti. 

Conclusione

Queste preziose immagini di vita vissuta ci aiutano a non perdere le nostre radici, senza impedirci di elevare lo sguardo. La collocazione di luoghi sacri come Cà del Bello, così come quella di Montespineto, non è mai avvenuta per caso e risponde, al di là del presunto “destino” degli antichi, a quel bisogno di soprannaturale necessario all’uomo per orientare la sua esistenza, rispondendo perfino ad approfonditi studi di allineamento in relazione alla mappa celeste.

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