Perché ricordare i “Ragazzi della Benedicta”

Nella settimana di Pasqua del 1944, alla Benedicta, furono fucilati da truppe naziste e fasciste centosettantatrè partigiani; altri centocinquanta, catturati in uno dei primi e più massicci rastrellamenti tedeschi, partirono da quelle colline per la «prigione senza ritorno » di Mauthausen e di Gusen.

Il comando germanico ed i collaborazionisti italiani speravano di aver distrutto per sempre, con quell’azione di spietato e metodico terrorismo, la guerriglia partigiana sulle strade dell’Appennino, fra Piemonte e Liguria; tuttavia, tre mesi dopo il massacro altri reparti presero il posto dei compagni sconfitti, e continuarono a battersi con successo fino alla disfatta tedesca.

“Sedici furono i ragazzi serravallesi che catturati alla Benedicta, vennero trucidati sul posto oppure deportati senza ritorno nei campi di sterminio nazisti: Allegro Luigi, Bagnasco Sergio, Carrea Rino, Chiappella Adriano, Cosso Paolo, Cremonte Carlo, Gastaldo Giovanni, Grosso Enrico, Grosso Pietro, Icardi Enzo, Mazzarello Elio, Montecucco Enrico, Pontiggia Giuseppe, Sancristofaro Angelo, Segagliari Lorenzo (caduti alla Benedicta); Daffunchio Angelo (deceduto nel lager di Mauthausen)”. (per approfondire: Memoria dell’Eccidio della Benedicta sul sito del Comune)
L’immagine in epigrafe rappresenta i funerali dei Martiri Serravallesi a fine conflitto. E’ stata tratta dall’articolo citato.

Vi sono persone, una minoranza, (sarebbe inutile, forse pericoloso nasconderlo) che pensano che quella sia, ormai, storia lontana, ed invitano a dimenticarla, con vari pretesti: la concordia nazionale, il fastidio di ritornare su tempi e fatti dolorosi. Vorrebbero che uno stesso velo di oblio coprisse i carnefici e le vittime. Pensano così tutti quelli che rifiutano l’eredità ideale della Resistenza, e — per programma o inconsciamente — preferiscono i regimi autoritari e conservatori alla democrazia.
La gente di Serravalle, che pagò un ingentissimo tributo di sangue alla Benedicta, conserva la consapevolezza che i sacrifici e gli eroismi dei suoi ragazzi sono il doloroso ma glorioso atto di nascita dell’Italia nuova, libera e democratica.
Il tempo della lotta armata, per fortuna, è finito ed è lontano; ma la democrazia è un regime sempre perfettibile ed una conquista che va difesa giorno per giorno. La democrazia ha per obbiettivo la giustizia, si regge sull’eguaglianza e sulla legalità. Essa non consente le vie facili, i cedimenti opportunistici, i compromessi. Non è possibile volere la libertà e transigere sui principi fondamentali: la legge eguale per tutti, pari dignità e responsabilità di ogni persona, il rispetto delle garanzie costituzionali, l’impegno civile, il dovere della solidarietà. Ogni offesa a queste norme è una breccia aperta nello Stato democratico, un passo sulla strada che porta, attraverso il disordine e l’arbitrio, alla dittatura. Possono sembrare enunciazioni generiche o parole d’occasione; ma proprio i ricordi del fascismo e della Resistenza ci ammoniscono sul valore concreto, sulla diretta importanza politica di ognuno di quei principi. Gli articoli della Costituzione repubblicana rappresentano altrettante conquiste pagate a caro prezzo; sono maturati nell’esperienza disastrosa del regime totalitario. Ognuno costituisce una garanzia contro il ritorno degli errori e delle vergogne del passato: il cittadino trasformato in suddito, il potere esecutivo più forte della legge, i diritti statutari violati… Gli arbitrii concessi a Mussolini nel 1923 conducono direttamente alla svolta totalitaria del 1925, alla imposizione del partito sullo Stato, alle leggi razziali, alla guerra.
Non tutti i ragazzi serravallesi caduti o catturati alla Benedicta avevano una matura coscienza politica; erano, comunque prevalentemente finiti alla macchia per evitare di essere costretti a diventare soldati repubblichini, e alcuni per un sentimento istintivo di rivolta contro le rovine provocate dal fascismo e l’invasione tedesca.

Oggi, i ragazzi di Serravalle é giusto che imparino a celebrare, con gratitudine, la memoria di quei tanti giovani che sacrificarono la vita per la (nostra) libertá.

da Il Piccolo pubblicato il: 07/04/1995
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Benito Ciarlo

Calabrese di Montalto Uffugo (CS), dov'è nato nel 1950. Vive a Serravalle Scrivia (AL) dal 1968. Ha lavorato In Europa Metalli (ex Delta) come esperto di tutela dell'ambiente e responsabile della prevezione degli infortuni sul lavoro, svolgendo anche le mansioni di responsabile delle pubbliche relazioni. Appassionato di dialetti italiani e di Letteratura Medievale, ha svolto numerose serate di divulgazione delle opere di Dante Alighieri presso la Biblioteca Allegri. Insegna "Divina Commedia" all'Università della terza Età UNITRÈ Arquata-Grondona. Ha scritto e pubblicato Racconti e Raccolte di Poesie (in lingua e vernacolo) .