A pusiscioun ‘d l’Adulurata. Apripista, croce astile, bastonieri, pie donne, Luigini e figlie di Maria

Finisce il Vespro a cui chi è interessato a partecipare si è diretto senza attardarsi più di tanto per la via (dei saluti e delle chiacchiere si dirà al termine di questo testo). Viene intonato un inno mariano accompagnato dalla solennità dell’organo Serassi le cui note echeggiano dall’interno del portone centrale che ora sta per essere spalancato. Si cerca di spostare il tendone che addobba questo ingresso affinché le sue bande laterali non intralcino il passaggio della statua. Scorrono attimi di fastidiosa concitazione se il portone non si apre bene perché ci si è dimenticati di spalancarlo completamente o perché il chiavistello è bloccato (bisogna recuperare fulmineamente qualcosa con cui far leva sui frùgi). Qualcuno entra ed esce febbrilmente dalla chiesa per cominciare a “incamminare” (incolonnare) la processione. Qualcun’altro ricorderà alcune signore un po’ attempate che con una piccola croce astile,

precedute da un “bastoniere apripista”, aprono la parata. Di solito chi prende la croce le fa fare il giro ossia la porta per tutto il tragitto, salvo alternarsi con qualche collega. Viene alla mente Elvira, che precisava di aver utilizzato (finché poté farlo ossia all’incirca fino alla seconda metà degli anni ‘70) una croce astile che andava a procurarsi all’Oratorio dei “rossi” perché era un vessillo leggero, agile da portare, per una donna. Chissà che questa sua preferenza non celasse la reminiscenza del fatto che la chiesa dei Trinitari era stata individuata quale “facente funzione di chiesa parrocchiale” quando quest’ultima rimase chiusa per restauri ad inizio ‘900.
Di seguito a questa croce si accoda la lunga teoria di pie donne, accuratamente abbigliate in scuro e col velo in testa, per la maggior parte recanti in mano candele accese, rosarianti e cantanti unitamente ai giovani ed ai bambini tenuti per mano dai genitori. Ma a suo tempo vi erano alcuni gruppi all’interno della processione a caratterizzarla. Innanzitutto i Luigini e le Figlie di Maria cioè i ragazzini e gli adolescenti inquadrati quasi clericalmente in due apposite organizzazioni distinte (per i maschi e per le femmine), aventi San Luigi e Sant’Agnese quali patroni (le cui statue sono collocate in due nicchie nella parte alta ai lati del presbiterio).
Questi due gruppi si riconoscevano da un’apposita “divisa”: abito bianco per le femmine, fascia rossa con croce per i maschi. Davano un po’ il senso di una “milizia” e quindi del senso di militanza attiva dei fedeli, nella Chiesa e nella società, retaggi di un sistema sociale che tendeva ad inquadrare ed incasellare un po’ tutto ma che ha rappresentato per secoli un sistema sociale. Questo “corteo nel corteo” era aperto da apposito stendardo raffigurante la Madonna Immacolata, attualmente incorniciato e collocato alla parete, nei pressi del confessionale vicino alla cappella dell’Addolorata.
In sostanza la disposizione tutt’ora usata è la seguente: un “bastoniere” che apre la processione, seguito dalle donne (prima le più giovani e poi le più mature) che seguono la piccola croce in testa alla processione, le Figlie di Maria ed i Luigini, tenuti sotto stretto controllo dalle suore dell’asilo e dell’ospedale. Poi le confraternite, il clero, la statua, le autorità, gli uomini al seguito del simulacro.
L’ “apripista” impugna una mazza di dimensioni diverse dalle altre mazze confratenali (ce n’è ancora una nell’Oratorio dei “rossi”), in funzione di “guardia processione”. Questa figura era originariamente presente (ovviamente non da sola) come “milite” per difendere la processione stessa da attacchi esterni. Assume in sé poi anche il ruolo simbolico di guida del percorso, visto che in alcune regioni era uso far passare i sacri cortei non sempre lungo lo stesso tracciato ma in vie di volta in volta diverse, in funzione ad es. di un voto, di un’offerta fatta in ringraziamento per una grazia ricevuta o perché c’era da inaugurare qualcosa, ecc.
Sia il confratello “apripista” che quelli che si disponevano in mezzo alle due fila di donne e ragazzini, per rendere ordinato, incolonnato ed omogeneo lo svilupparsi della processione, sono definiti “bastonieri” perché impugnano, appoggiandolo ad un braccio, un apposito “bastone pastorale” denominato precisamente “sergentina”.

Le sergentine

Le “sergentine” erano piccole alabarde divenute distintivo dei bassi ufficiali, i cosiddetti sergenti, appunto, che, negli eserciti di tutta Europa, venivano portate a partire dalla scomparsa dell’alabarda dai campi di battaglia. Proprio questa dismissione portò a conservare tale arma modificandone la funzione da arma a distintivo di rango. Si riconoscono perché in cima all’asta in legno terminano con motivi metallici (mariani per i “bianchi”, Cristologici per i “rossi”). Servono, almeno pro forma, a tenere l’allineamento dei ranghi, e con tale funzione resta in uso nelle processioni.
L’utilizzo delle sergentine
Per garantire ordine, niente di meglio che usare le sergentine impugnandole orizzontalmente ossia in funzione di distanziatori tra le due file di fedeli. In archivio parrocchiale alcune foto d’epoca dimostrano benissimo un bastoniere all’opera che sta ben attento a tenere in orizzontale la propria sergentina e ad invitare le persone a tenersi a debita distanza tra i due incolonnamenti. Se poi qualcuno avesse comunque sforato uscendo dai ranghi, il bastoniere avrebbe comunque avuto titolo per far spostare senza tanti complimenti le persone in eccesso da una fila all’altra, e per far tornare al proprio posto i fuoriusciti. In sostanza episodi di disordine come quelli esposti sopra, non sarebbero stati neppure ipotizzabili.
Ricordiamo al lettore che sergente deriva da servente, quindi a servizio di qualcuno o qualcosa, ed era una qualifica adottata altresì dai Templari nell’affidare le loro numerose dépendances presenti anche nel serravallese. Forse molti lo ignorano ma l’uso di divise, simboli, ecc. è funzionale ad “impressionare” lo spettatore, trasmettendogli un senso di massa compatta che si muove per ragioni ben individuate (un po’ come gli eserciti combattenti in campo di storica memoria, di cui ci attestano le stampe d’epoca che ci presentano veri e propri “blocchi” in azione). Un corteo disordinato infatti non trasmetterebbe una bella impressione né una decorosa attestazione devozionale.

Le sergentine vengono inoltre utilizzate per garantire l’operazione più “difficile”: far eseguire le curve alle due file di fedeli mantenendoli ben incolonnati. Accadeva ed accade, infatti, che un inspiegabile senso di asimmetria colpisca i fedeli ogni volta che bisogna curvare (via Divano, piazza Bosio, ecc.) cosicché buona parte di una fila finisce nell’altra o qualcuno decide di spostarsi per raggiungere un familiare o altro col risultato che le code delle due file, risultano una molto più lunga dell’altra. Infine sono utilizzate per segnalare, a gesti o accenni senza gridare, nell’arrestare la processione e quando farla ripartire, per mantenerla omogenea, specie nei momenti dei cambi tra portatori di statua e crocifissi.

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