Il “campetto della chiesa”, fucina di “piccoli-grandi” giocatori, terreno di amicizia e solidarietà

Per noi di quella generazione (quella degli anni ‘60) il campetto era, e comunque è tutt’ora, quel fazzoletto di spazio che sta tra la chiesa e l’attuale parcheggio della canonica. Quello era un luogo che non conosceva riposo, era sempre stracolmo di ragazzi che si sbucciavano le ginocchia nelle interminabili partite di pallone, sia d’inverno che d’estate, da mattina a sera.
Su quel terreno insidioso, asfaltato solo successivamente, sono nati anche dei buoni giocatori: ricordo il Gala, ovvero Marco Galardini, Paolino Carrea, Franco Monteleone ma, non me ne voglia nessuno, il più grande è stato Talarico Tommaso, ovvero il mitico Tala. Lui era veramente forte e credo che, se fosse nato in questi tempi, avrebbe potuto giocare tranquillamente per anni in serie A. Possedeva classe da vendere e lo ricordo al Bailo, contro la squadra del Torino dei campioni Graziani e Pulici, a far diventare matti i difensori Zecchini e Agroppi.
Ma nel campetto c’eravamo anche noi brocchi (ovvero scarsi), così ci chiamavano quelli più abili, e a questo proposito voglio raccontare cosa successe in un tardo pomeriggio di quegli anni al campetto: avevamo giocato tutto il giorno, tanto da indurre un uomo che abitava lì vicino a staccare i cachi da un albero e scambiarci per un tiro a segno. Era chiaro che il signor Macció (buon’anima) aveva perso la pazienza. Nonostante ciò, ci dileguammo per poco perché tornammo sul campo dopo solo una mezz’ora. Non potendo più continuare la partita, decidemmo di gareggiare a chi tirava più in alto il pallone. Questo, colpito con energia, poteva arrivare fin sopra il tetto della chiesa per puntualmente tornare giù. Una volta, due, dieci, venti. Ad un certo punto esplose un botto incredibile e il silenzio calò tra di noi. Tre secondi dopo, un Don Giuseppe inferocito uscì dalla chiesa, seguito da una decina di donne che stavano partecipando ai Vespri. Si erano visti precipitare davanti agli occhi i cocci di una delle vetrate della volta, frantumatasi perché colpita dal nostro pallone.
Individuato il colpevole, Don Angeleri gli affibbiò il costo delle riparazioni, ovvero la bellezza di 80.000 lire. Ci furono un paio di giorni di sconcerto generale perché chiaramente non potevamo lasciare da solo il nostro compagno. E qui uscì la parte migliore, lo spirito solidale che ci univa, perché improvvisammo una lotteria per le strade del paese, mettendo in vendita ciò che di più caro ognuno di possedeva. Questo ci permise di raggiungere la cifra stabilità in circa un mese.
Morale? Avevamo imparato il significato di amicizia e l’avevamo fatto su quel fazzoletto di terra di fianco alla chiesa, nel mitico campetto!

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