Il Corista

a Mario Leardi e a tutti i Polifonici che ci hanno già lasciato.
Serravalle Scrivia 31-11-1985
I personaggi e le situazioni di questo racconto, anche se ispirati ai coristi e all’attività della Polifonica di Serravalle Scrivia, sono di pura fantasia.
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Per un momento si illuse di poter evitare la caduta. S’accorse della vicinanza d’un ramo al quale aggrapparsi, ma il vento improvviso allontanò la pianta. Gli parve che il vento stesse ridendo di lui. Mancò la presa e precipitò.
L’inizio del volo verso il fondo lontanissimo fu di una dolcezza inimmaginabile, quasi un galleggiare nell’aria tiepida, ma la luce del tramonto fu inghiottita dalla voragine così che, all’effimero crepuscolo, si sostituirono rapide e fittissime, le tenebre. I contorni del precipizio sparirono dalla sua vista, così come il residuo chiarore del cielo, lassù.
Percepì i sussurri dell’aria mentre, finalmente, realizzò che stava cadendo nel vuoto. Sensazione vecchia per lui, già provata milioni di volte. Provò impazienza, stanchezza ed il solito latente rancore.

”Amo la musica di Beethoven, mi piacciono l’allegria e l’armonia di quella musica, adoro la sua maestosità.”
”Ami la musica… ergo ami Beethoven!”
”Perché l’ouveture del Fidelio viene eseguita solo in occasioni tragiche? Perché risuona ora nel mio cranio come preannunciasse la fine imminente di un sogno?. Canta mamma, canta, ti prego. Cantami una ninna nanna. Vorrei ascoltare la canzone di Fiordiligi che mi cantavi quand’ero piccolo.”
”No, ma che ti viene in mente? Non posso, c’è tanto da fare qui, non vedi?”
”Ti prego, mamma, cantami una canzone allegra. Magari quella che cantasti ieri.”
”Non era una canzone quella, bambino mio.”

Percepì, nettissima, l’accelerazione. Capì l’incongruenza dello scagliarsi contro un bersaglio remoto, irraggiungibile. Ebbe paura del buio e istintivamente cercò d’assumere una posizione fetale. Poi, incontenibile, provò il desiderio d’urlare. Urlò, finalmente, ma non udì la sua voce frantumarsi contro le pareti del burrone.

”Per la miseria, mamma! Cosa si può cantare se non una canzone?”
”Una filastrocca, un’aria, un lied, una romanza e tant’atre cose.”
”Un accidente! Sempre canzoni sono!. O no?”
”Sì. hai ragione caro: sempre canzoni sono.”

Respirare divenne via via più difficile. Come riflesso in uno specchio concavo si vide bianco e calvo. Gli occhi grandi e bitorzoluti come quelli d’una mosca. La bocca, una ferita oscena nel volto scarno, gli zigomi enormi ed esangui. Immaginò il suo corpo scomposto come le tessere d’un puzzle. Scacciò la fastidiosa immagine dalla mente e si concentrò sulla respirazione. Era come voler controllare i movimenti peristaltici del suo intestino, impossibile. Fitte terribili gli artigliarono la gola. Provò tanta arsura. Quindi, inaspettato, un mondo di suoni s’infiltrò nel suo cervello: musica, tantissima musica.

”Ecco il regalo del babbo per il tuo compleanno.”
”Grazie. Lui dov’è?”
”E’ dovuto ripartire ieri, lo sai. ma ti ha lasciato davvero un bel regalo, vedrai.”
”Già. è dovuto ripartire. Al solito. Cosa c’è nel cofanetto?”
”Aprilo su. è un dono che ti piacerà di sicuro.”
”Les Simphonies de M. Louis de Beethoven. Louis??? Luigi???. mamma, ma Ludwig non significa Lodovico?”
”Come no? Ma Lodovico e Luigi hanno lo stesso significato, quindi per la proprietà…”
”….Transitiva?…  Mah!”

La musica si fece dolcissima. Le note della Cantata 147 di Bach aleggiavano nell’aria sospinte da mille flauti e da un coro di bimbi. ”Giovanni Sebastiano Bach.‘: ne farfugliò il nome, felice per averlo riconosciuto in quella confusione. cominciò a sua volta a cantare sussurrando tra e lacrime ”Jesus Bleibet meine Freude.”
‘Bach” pensò ancora e sorrise. Immaginò il compositore imparruccato che su una bici da corsa praticava il faticoso esercizio d’inseguire. l’anno liturgico. Una corsa a tappe costellata di vittorie.
Ora il brano s’era trasformato nel coro poderoso dell’Aida. I tenori e i bassi urlavano dell’immensità di Ftah. Tentò di accodarsi ma udì la sua voce frantumarsi come una lastra di ghiaccio sottile rotta da un sasso scagliato con forza. Provò ancora, cocciuto come al solito, senza badare alle smorfie di disgusto e all’aria accigliata del Maestro. Doveva farcela. Eccola la sua voce, diventare poderosa finalmente. La sua gola era libera d’esaltarsi in una cattedrale vuota e colma d’echi: ”Confutatis maledictis!” Grandiosa esecuzione, avrebbero scritto i giornali all’indomani. Gli aghi che decisero di perforargli l’ugola non gli impedirono di percepire la moltitudine di voci che s’univano alla sua, mentre la musica mutava ancora. Il vento batteva il tempo come mille anni prima.

”Freude Schoner Gotterfunken.”: era il suo amatissimo Lodovico dell’Orto delle Rape!

***

”Sta morendo.”
”Misericordia. era cominciato tutto come un banale mal di gola.”

Un lampo vermiglio attraversò la fuliggine di quell’interminabile budello. Timpani lontani ed incalzanti. Borodin.
Borodin? Straniero tra gli angeli. Che furto!

***

D’improvviso si fece silenzio assoluto. Gli spartiti del Te Deum di Berlioz furono aperti sul Judex Crederis. Il cipiglio del Maestro era solenne. L’enorme doppio coro e l’orchestra aspettavano l’attacco. Era la prima lettura di un’opera difficoltosa ma bellissima.

”Gesù. io sto morendo. e tu mi parli di Berlioz?”

***

Vortici gorgoglianti avvilupparono il suo corpo. Ebbe la visione d’un pandemonium tragicomico.

Ascoltò e riconobbe tutte le armoniche dell’impatto. Vide il suo cuore fuoriuscirgli, ancora palpitante, dal torace e i suoi occhi gonfiarsi a dismisura tanto che le orbite non li contenevano più. Di nuovo percepì il lampo vermiglio. Ite missa est. Basta, per favore.

La natura è pietosa e meticolosa. Nessuno immagina quanta musica vi sia nel dolore. Anche il proiettile fischia la sconosciuta armonia prima di massacrarti le carni.

Il vento, per l’ultima volta s’impadronì delle sue orecchie, sussurrandogli delicatissime variazioni sul tema del ”Girotondo”.

”Oh Ludwig, la senti anche tu?”

***

Pensò con orrore che l’avrebbe ritrovato un cane. L’idea lo terrorizzava.

”Perché ho tanta paura degli animali, mamma?”
”E’ un’innocua fobia. Crescendo ti abituerai all’idea che gli animali non sono cattivi.”
”Neanche i lupi?”
”Neanche loro. poverini.”

”Ma io non voglio che mi ritrovi un cane!”
”No, non sarà come pensi. ti copriranno le foglie. E’ l’Autunno, ricordi?”
”Io voglio che siate voi a venirmi a cercare, papà. Mi ritroverete facilmente questa volta. Non posso più scappare.”
”Certo, verrò a cercarti. Porterò con me i tuoi amici del coro.”
”Grazie. E tu, mamma, verrai?”
”C’è tanto da fare qui. però vedrò di esserci.”
”Lascia perdere.”

Sarebbe venuta comunque, ne era persuaso. Fu la sua ultima consapevolezza.

***

Mille ombre lo attorniarono. Scorse il movimento d’un archetto. Udì accordare gli strumenti d’una orchestra che intuì grandiosa, sul LA dell’oboe.
”The trumpet shall sound!”
Cantò finché un sipario di sangue calò nella sua gola.c
In quel momento, il Coro, diretto da Giorgio Federico Haendel in persona, esplose nell’ultimo Hallelujah.

Benito Ciarlo


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Benito Ciarlo

Calabrese di Montalto Uffugo (CS), dov'è nato nel 1950. Vive a Serravalle Scrivia (AL) dal 1968. Ha lavorato In Europa Metalli (ex Delta) come esperto di tutela dell'ambiente e responsabile della prevezione degli infortuni sul lavoro, svolgendo anche le mansioni di responsabile delle pubbliche relazioni. Appassionato di dialetti italiani e di Letteratura Medievale, ha svolto numerose serate di divulgazione delle opere di Dante Alighieri presso la Biblioteca Allegri. Insegna "Divina Commedia" all'Università della terza Età UNITRÈ Arquata-Grondona. Ha scritto e pubblicato Racconti e Raccolte di Poesie (in lingua e vernacolo) .