Il caso Bartolomeo Campora, una “Porta Pia” serravallese. La Civiltà Cattolica, Cavallotti, il teologo Ozzano

La Civiltà Cattolica” si colloca sicuramente tra le riviste culturali e di alta divulgazione più prestigiose d’Italia e del mondo intero.

La testatina del sito online ci informa che si tratta delle rivista più antica in lingua italiana: sorta nel 1850 non ha mai cessato le pubblicazioni se non per brevissimi periodi, e si occupa, come il sito stesso dichiara, “di cultura, teologia, filosofia, storia, sociologia, economia, politica, scienze, letterature, arte, cinema”.
Ne escono 24 numeri ogni anno, il 20 febbraio 2021 è stato pubblicato il fascicolo numero 4.096.

A noi risulta, in attesa di essere smentiti, che solo una volta il nome di Serravalle Scrivia compare a chiare lettere su questa prestigiosissima rivista. Indovinate un po’ in quale circostanza? Ma a proposito del caso Campora, naturalmente, sul quale da un paio di settimane vi stiamo intrattenendo!

Siamo nel volume I della “serie decimosettima” dell’anno 1898 (anno quarantesimonono di pubblicazione). In questo fascicolo troviamo il lungo articolo dal titolo “Le bandiere in chiesa”. Il tema è semplice ma anche scabroso e ricco di sfaccettature: la possibilità di far entrare negli edifici sacri bandiere laiche. L’articolo della “Civiltà Cattolica” è tassativo, e afferma a chiare lettere

l’esclusione da’ sacri templi di bandiere laiche o profane, di bandiere cioè, le quali, a qualsivoglia società appartengano e quali che siansi i loro colori, non sono bandiere della Chiesa o dalla Chiesa benedette.

Un risposta perentoria, ma sostenuta da motivazioni dotte e articolate, come è nella tradizione dell’autorevole rivista; tra i diversi accadimenti a cui l’autore fa riferimento nell’esporre le proprie tesi ne compare uno vecchio di quasi dieci anni, capitato nel 1891 proprio nel nostro paese.

Chi ci ha seguito nelle “puntate” precedenti ricorderà cosa accadde. L’Associazione Reduci delle Patrie Battaglie voleva portare in Chiesa il proprio vessillo per onorare un socio defunto due anni prima. Il parroco del tempo vi si oppose.
I reduci dell’epoca pensarono bene di non darla vinta al parroco e di portare questo fatto, tutto sommato piuttosto normale e consueto, alla ribalta nazionale. Non fu un’idea particolarmente… Felice, nel senso più letterale del termine.
Scrissero infatti una lettera a uno dei campioni dell’anticlericalismo dell’epoca, Felice Cavallotti, sicuri di avere da lui un appoggio convinto. Cosa successe ce lo lo facciamo raccontare direttamente da “Civiltà Cattolica”:


Fin dal 1891 avendo il Parroco di Serravalle Scrivia nella diocesi di Tortona rifiutato di ricevere in chiesa la bandiera della locale Società dei Reduci, il presidente di questa si rivolse a Felice Cavallotti, perché ne facesse tema di una interpellanza in parlamento; ma alla ridicola proposta Felice Cavallotti rispose con una lettera, nella quale, dichiarava che le sue idee sull’argomento differivano da quelle della Società dei Reduci.

La risposta del deputato radicale fu ineccepibile per logica e indicò una separazione netta e precisa tra diritti dello Stato e diritti della Chiesa, ma lasciò sicuramente allibiti i poveri reduci serravallesi: non solo non aderì alla loro richiesta di aiuto ma fornì una risposta utilizzata in più occasioni dal mondo cattolico per sostenere le proprie tesi. Scrisse Cavallotti:

Felice Cavallotti

se il Parroco dentro la Chiesa, vale a dire in casa sua, non ammette altri vessilli se non quelli benedetti da lui e chiude a tutti gli altri le porte in faccia, me ne rincresce per i Reduci che si disperano, ma tra essi ed il parroco la logica e il diritto sta col Reverendo.

E poi aggiunse:

“Poveri vessilli e povera Italia se non bastano ad essi per ispiegarsi al vento l’azzurro ampio del suo cielo e il verde dei suoi campi e i selciati delle sue vie”.

Insomma, Cavallotti disse ai nostri reduci di usare l’universo mondo per far trionfare le loro idee e sventolare i vessilli che le simboleggiano, e lasciare al clero il “chiuso” delle Chiese come luogo in cui esercitare i propri diritti.

Tutto logico, ma è facile immaginare quale dovette essere la costernazione dei poveri serravallesi di fronte alla risposta del loro illustre collega reduce garibaldino e, soprattutto, alla scoperta della spirale di guai a cui avevano dato inizio.

In effetti i Reduci serravallesi l’avevano combinata grossa! La risposta di Cavallotti venne utilizzata per anni dalla stampa cattolica per dimostrare che anche un campione dell’anticlericalismo riconosceva i sacrosanti diritti della Chiesa nei luoghi sacri; proprio per questo la “pensata” dei serravallesi ricevette anche i rimbrotti della stampa radicale stizzita per un atteggiamento che potremmo definire di infantile estremismo i cui risultati furono catastrofici.

Così il Caso Bartolomeo Campora, questo era il nome del reduce al quale si volevano offrire solenni onori, divenne un avvenimento di portata nazionale, citato in lungo e in largo su periodici locali e italiani, su riviste prestigiose e persino in un vademecum per i parroci di inizio Novecento!

Siamo riusciti a ricostruire vari tasselli di questa vicenda, altri li possiamo solo immaginare. Abbiamo dunque pensato di narrarvi questa storia sotto forma di un racconto sospeso tra realtà e fantasia: sarà l’occasione per “visitare” Serravalle tra fine Ottocento e inizio del nuovo secolo, lungo i quindici anni in cui “il caso Campora” si sviluppa. Ve lo presenteremo secondo la tradizione dei romanzi d’appendice, diviso in alcune puntate. Non fatevele scappare!

Ah, scusate… Abbiamo dimenticato di dirvi chi fu il Parroco che disse quel NO destinato ad avere così complesse, inaspettate e per certi aspetti divertenti conseguenze. Fu il teologo Giuseppe Ozzano, parroco di Serravalle per ben trentotto anni, del quale potete leggere qui la biografia. In fondo sarà lui il vero protagonista del nostro racconto!

A presto dunque con le vicende un po’ vere un po’ picaresche narrate nel racconto Il Teologo Ozzano e la bandiera nel tempio.

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