Si potranno aggiustare?

Siamo cresciuti nel dopoguerra, per strada. La strada ce la offriva Serravalle, la bicicletta il sacrificio dei nostri vecchi che, spaccandosi la schiena, garantivano all’Italia un incredibile boom economico. La nostra seconda casa era, in estate il campetto della Chiesa, in inverno la Casa del Giovane. A parte il bar ed il primo piano, con le due stanze dedicate alle adunanze degli aspiranti, il nostro mondo dei balocchi era al secondo e terzo livello. Lì c’era tutto il desiderabile: calciobalilla, carambola, biliardo e pingpong. Ci si sparpagliava in quelle tre stanze a seconda dell’età e delle imposizioni dei più grandi. Tutto gratis. Ricordo la mia ribellione quando Don Giuseppe Delorenzi voleva imporre lire 10 per ogni partita di calcioballila. Ma questa è un’altra storia.

Roberto Stevani, Luciano Camera, Aldo Orlando, Pino Pontiggia, Rino Ghio, In piedi io e Mino Schiaffino. Al centro la nonna di Aldo,
Insomma, ci siamo quasi tutti, con presenza rilevante della “leva calcistica del cinquantasei”….

In quegli anni un paio di calzoni era un lusso, così come le scarpe, il frigorifero, la lavatrice, la TV e poi, piano piano, per tutti la macchina. Ignari delle fatiche dei padri e dei nonni, eravamo felici, con poco e niente in tasca e addosso, ma col mondo in mano. Io rompevo tutto. Aprivo in due i calzoni, bucavo le maglie, strappavo calze e mutande, giocando in porta e cacciandomi sull’asfalto fregandomene delle escoriazioni alle ginocchia curate con lo spirito, porca vacca se bruciava, e polvere di penicillina. La medicazione in urgenza sul campo era un fazzoletto legato intorno alle gambe. In più crescevo come un missile e mia madre faticava a starmi dietro. Spesso si ricorreva al riciclo di indumenti paterni gualciti dalle ore passate davanti agli altiforni dell’Italsider.

Un giorno col Botta, lo Stivi ed altri facevamo i vitelloni giocando a carambola al terzo piano della Casa del Giovane voluta da Monsignor Guerra. In fianco i piccoli giocavano a pingpong con racchette di legno.
Lo Stivi mi passò dietro le spalle e fece finta di passarmi il gessetto della stecca sul “retro” delle braghe. E lì fu l’inizio della tragicommedia.
“Porca vacca Stiv, perché l’hai fatto?” Mi irrigidii come uno stoccafisso, allarmato.
“Cosa mi ha fatto?”
“Belan” proseguì Botta gran maestro di tiraballismo “ti ha disegnato un pisello di dietro!”
La faccenda era grave. Colpito nell’onore torcevo il collo per quanto possibile all’indietro alla ricerca del misfatto. Non ci riuscivo, non vedevo niente.
“Ora non andrà più via!” infierì ancora il Botta.
Peggio che mai. Inaudito. Dovevo vedere!! Impossibilitato a ruotare la capoccia oltre a quanto fisiologicamente permesso dal collo, provai a tirarmi giù i calzoni. Alé, il teatro andò avanti.

Mutanda “classica” anni Sessanta

Botta aprì la porta della stanza accanto e gridò ai bardotti intenti a spaccare racchette.
“Venite tutti a vedere Lera in mutande!”
Tirai su i pantaloni con la velocità di un missile. Decine di facce sporgevano dalla porta aperta, gli occhi delusi dall’assenza dello spettacolo di un adolescente seminudo. La faccenda si ripeté più volte. Al cenno del calo delle brache, l’invito del Botta ai suoi discepoli si ripeteva ma io stoppavo il tutto innalzando il calzone davanti alle pudenda. Improvvisamente questo movimento a yoyo dei calzoni si interruppe. Lo Stiv con un balzo felino si era riportato dietro di me.
Ora immaginate la scena al rallentatore. Lo Stiv uncina con un dito l’elastico delle mie mutande, un elastico reinserito sul bordo rivoltato delle stesse che furono di mio padre. Quello tira indietro l’elastico che si allunga di qualche metro finché. come nella canzone di Gaber, si ode lo schianto. Le mutande si allargano come uno spinnaker appena issato e gonfiato dal vento. Afferro il loro bordo ormai largo come un hulahoop. Fermate l’immagine ora. i giocatori di carambola si stanno torcendo dalle risa, quelli del pingpong hanno gli occhi sgranati di fronte a quelle mutande enormi.
Io sono in piedi al centro della scena. Le mie braccia reggono il peso dell’ignominia. Ma il mio pensiero è già oltre. Nella mia mente c’è di più dell’onore ferito. C’è la faccia di mia madre incazzata per l’ennesimo capo di vestiario annientato. I miei occhi sconfortati guardano il disastro e cercano nello sguardo degli altri un improbabile aiuto. Con voce mesta e sconsolata mormoro piano:
“Si potranno aggiustare?”

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Riccardo Lera

"Io nella vita ho fatto tutto, o meglio un poco di tutto" (Uomo e galantuomo di Eduardo De Filippo) Pediatra, scrittore per diletto, dal 2002 al 2012 assessore alla cultura di Serravalle Scrivia; ex scadente giocatore, poi allenatore e ora presidente del Basket Club Serravalle.