GIANI, Nicolò

Giani Nicolò Giovanni Umberto Costantino (di Carlo Giani ed Anna Cambiaggi / Serravalle Scrivia, 12 luglio 1878 / Alkoven 28 giugno 1944)

Ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, deportato, caduto civile.

Il contributo dell’Arma dei carabinieri alla Resistenza ed alla Guerra di Liberazione fu esemplare. Innumerevoli furono gli atti di eroismo, i gesti di ordinaria e straordinaria applicazione di non comune senso del dovere, plasticamente rappresentati dalla concessione della Medaglia d’oro al valor militare alla sua bandiera di guerra, testimoniati da 723 ricompense individuali al valor militare e numerose ricompense al valore ed al merito civile. Dopo la proclamazione dell’Armistizio, la fuga del Re e del Governo da Roma, e l’occupazione nazifascista, per i carabinieri come per ogni altro italiano che vestisse una divisa, scoccò l’ora grave delle scelte personali: in gioco vi erano questioni di coscienza, l’onore proprio e dell’Arma, non di rado la consapevolezza di mettere concretamente a repentaglio la propria stessa esistenza. Molti furono i carabinieri che non aderirono alla Repubblica Sociale Italiana, lo stato fantoccio asservito agli occupanti germanici, e scelsero di opporsi e di combattere il nazifascismo. A radunare ed organizzare nascostamente un nutrito gruppo di questi militari fu l’iniziativa di un Generale di Brigata in congedo, Filippo Caruso, nacque così il “Fronte Clandestino di Resistenza” dei carabinieri, che arrivò a contare quasi 6000 unità. I primi di questi valorosi combatterono – ed in parte caddero armi in pugno – a fianco dei cittadini romani, a Porta a San Paolo, nel vano tentativo di difendere la Capitale dalla morsa nazista. Pochi giorni dopo, il 1 settembre 1943, l’eccidio di Teverola, nel Casertano, con 14 carabinieri trucidati dai tedeschi per la loro opposizione all’occupazione. Numerosi furono dunque i militari dell’Arma che pagarono a caro prezzo, spesso con la vita, la fedeltà ai propri ideali, alla Nazione ed alle istituzioni dello Stato.

Guardati dall’occupante germanico, con la diffidenza dovuta al nemico ed il disprezzo riservato a chi si giurò “Nei secoli fedele” a quella monarchia che svendette agli angloamericani l’alleanza con il Reich, e l’ostilità dei fascisti di Salò che li additavano come i “traditori del 25 luglio”, esecutori dell’arresto di Mussolini, ordinato dal Sovrano dopo il voto del Gran consiglio del fascismo che depose il Duce, i carabinieri nonostante tutto rimasero in buona parte al loro posto – nelle caserme delle città, come nelle stazioni dei piccoli centri – dell’Italia occupata, a difesa della popolazione civile (basti ricordare la ben nota vicenda del Vice Brigadiere Salvo D’Acquisto, immolatosi a Palidoro) e di quel poco di ordine costituito sopravvissuto al disfacimento dello Stato Sabaudo, ma anche sabotando l’opera del nemico, collaborando nascostamente ed attivamente con la Resistenza. Altri scelsero la clandestinità combattendo nelle fila delle formazioni partigiane, qualcuno disertò dandosi alla macchia. I nazifascisti temono l’Arma, consapevoli di un’ostilità divenuta di giorno in giorno sempre più evidente, consci della fiducia in essa riposta dalla cittadinanza e della capillarità della sua presenza sul territorio, decisero di agire mettendo in pratica repressioni spietate. Il 7 ottobre 1943, a Roma disarmarono e deportarono in massa i carabinieri della Capitale, destinati ai lager del Reich, dai quali pochi fecero ritorno. Chi scampò alla feroce rappresaglia, preseguì la lotta, resistendo agli oltraggi ed alle vessazioni, agli interrogatori degli aguzzini della polizia fascista e delle SS, fino al sacrificio estremo in alcuni dei più efferati eccidi dell’Italia occupata come accadde alle Fosse Ardeatine. Il 20 novembre 1943 la Repubblica Sociale deliberò di fare confluire i Carabinieri Reali nella Guardia Nazionale Repubblicana.

Il 4 giugno del 1944 i carabinieri del “Contingente R” contribuiranno alla Liberazione di Roma da parte degli Alleati. Nel frattempo, gran parte del nord Italia porterà ancora a lungo il peso del giogo nazifasciscista. Qui i carabinieri, in gran parte non accettarono l’imposizione di indossare la camicia nera della GNR, per abbandonare la gloriosa uniforme di Casa Savoia.

Tra gli ufficiali dell’Arma arrestati dai nazifascisti e deportati in campo di sterminio, anche il Generale Nicolò Giani (ritratto nella foto sopra, tratta dal sito www.anpiserravallescrivia.it), nato il 12 luglio 1878, a Serravalle, arrestato in luogo e circostanze non note, morì in prigionia il 28 giugno 1944 nel lager del castello di Hartheim, ad Alkoven, nei pressi di Linz, in Austria. Agli atti del comando tedesco della polizia di sicurezza e servizio S.D. in Italia, Giani risulta essere stato “…occupato presso il fronte del lavoro…” e sarebbe deceduto in seguito alle ferite riportate durante “…un attacco terroristico anglo americano…“. Dunque l’ufficiale sarebbe morto da prigioniero nel corso di un attacco aereo Alleato. La deportazione di Giani trovò il suo tragico epilogo ad Alkoven, un campo che dal settembre 1941 venne utilizzato per l’eliminazione dei prigionieri non più abili al lavoro provenienti in particolare del vicino lager di Mauthausen e dai sottocampi di Gusen, ma anche da Dachau e Ravensbrück. Vi persero la vita più di 30.000 persone. Il castello di Hartheim si guadagnò un posto di rilevo nella storia degli orrori nazisti per essere stato uno dei sei campi di sterminio del Reich che, nel periodo compreso tra maggio 1940 e settembre 1941, vennero destinati dai nazisti all’attuazione del folle progetto denominato “Aktion T4” che prevedeva l’eutanasia sistematica dei disabili fisici o mentali. Nelle camere a gas del castello di Hartheim, con la complicità di sanitari di cliniche compiacenti ed all’insaputa delle famiglie, ingannate sul motivo del trasferimento dei loro cari, vennero condotte ed assassinate più di 18.000 persone fragili.

Il Generale Giani, figlio di Carlo Giani, geometra, Consigliere Comunale di Serravalle nel 1889 e Segretario Comunale di Serravalle nel 1898, ed Anna Cambiaggi, casalinga, fu comandante di Legione carabinieri del Trentino, poi della Sardegna ed infine della Lombardia. Veterano della prima guerra mondiale, partecipò alla campagna di Libia, in forza al Gruppo Carabinieri Mobilitato. Frequentò la scuola di guerra. Nel 1899 ricevette il fregio della greca. Nel 1914, fu promosso Capitano e destinato a Milano. Nel 1924, divenuto Tenente Colonnello venne trasferito dalla Legione Milano alla Divisione “Pola” della Legione di Trieste. Nel 1927 venne promosso a Colonnello quale comandante della Legione di Trieste. Nel 1930 fu nominato comandante della Legione carabinieri di Cagliari. Nel 1932 divenne comandante della Legione di Bolzano. Successivamente con il grado di Colonnello fu nominato Comandante di Corpo d’Armata e trasferito a Milano. Nel 1936 venne collocato in ausiliaria per sopravvenuti limiti di età ed assunto in forza al Comando zona militare di Milano. Nel 1937 venne elevato al grado di Generale di Brigata. Nel corso della sua carriera fu insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia (1935) e successivamente di Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Nel mese di agosto del 1944 vennero rastrellati, da tutte le zone sotto il controllo della Repubblica Sociale, e deportati nei campi di sterminio in Germania, ben 4000 carabinieri. Nei venti terribili mesi, intercorsi tra l’8 settembre 1943 ed il 25 aprile 1945, l’Arma sacrificò alla causa della Resistenza e della Liberazione 2.735 caduti, 6.521 feriti e più di 5.000 militari deportati nei lager nazisti, in Germania, Austria e Polonia.

Nel convulso Dopoguerra italiano, la complessa storia del ruolo dei Carabinieri nel periodo che va dall’Armistizio alla Liberazione, ricca di grandi e piccole vicende umane e militari, vissute in divisa come in clandestinità, mosse ora da fedeltà al Re, ora dall’anelito verso una nuova Italia, o in odio allo straniero invasore, (gesta esemplari per coraggio e dedizione ai propri doveri verso l’Istituzione rappresentata e verso la Nazione, per senso di responsabilità verso ogni singolo cittadino, consumatesi tanto dai campi di battaglia del fronte italiano al fianco degli Alleati, quanto ai territori sottomessi all’invasore germanico, di Stazione in Stazione, in città come in montagna) divenne purtroppo oggetto di polemiche politiche, spesso sterili e faziose, figlie di posizioni contrapposte e preconcette, viziate da “disattente” o comunque incomplete o manchevoli ricostruzioni storiografiche, incapaci di ricondurre a giusta unità quella gloriosa commmistione tra i carabinieri eroi del servizio (come il Vice Brigadierie Salvo D’Acquisto, ad esempio) ed i carabinieri eroi della Resistenza (quali si menzionino i carabinieri ricordati come “Martiri di Fiesole”), ciò che a molti storici contemporanei appare come una delle questioni d’identità nazionale allora lasciate in agli italiani dalle tragedie vissute negli anni dell’occupazione tedesca e della Repubblica Sociale.

Tra queste storie, ricordiamo quella del carabiniere Enrico Bergaglio, serravallese, partigiano in forza alla Brigata “Giustizia e Libertà” “Rosselli”, “Fiamme Verdi”, caduto in combattimento il 12 settembre 1944, nel Pavese.

Carabinieri serravallesi che aderirono alla Resistenza, come censiti dalla Banca Dati del Partigianato Piemontese, ricordiamo anche il Vice Brigadiere, Angelo Bisio, nato a Serravalle, il 1 settembre 1909, figlio di Giuseppe Bisio e di Luigia Bisio. Residente a Novi Ligure. Professione Vigile urbano, durante la Guerra servì nell’Arma. Durante la Lotta di Liberazione si guadagnò la qualifica di “Benemerito”, per la sua attività prestata presso l’VIII Divisione “Giustizia e Libertà”, I Brigata, dal settembre 1944 al 7 giugno 1945.

Ricordiamo anche i carabinieri stazzanesi che collaborarono alla Resistenza ed alla Lotta di Liberazione: Giovanni Cassano, nato il 22 ottobre 1910, a Stazzano, figlio di Giuseppe Cassano e di Angela Bergonzo. Residente a Nizza Monferrato (AT). Appuntato dell’Arma, in servizio sul fronte francese e greco. Durante la Lotta di Liberazione si impegnò con il nome di battaglia di “Gianni”, guadagnandosi la qualifica di “Benemerito”, collaborando con la V Divisione “Monferrato”, Comando XVII Brigata; Quanito Beltrami, nato il 13 maggio 1910 a Stazzano, figlio di Edoardo Beltrami e Aureglia Fossati. A Stazzano residente. Durante il conflitto mondiale servì nell’Arma con il grado di Vice Brigadiere. Compì attività partigiana con il nome di battaglia di “Scipione”, ottenendo la qualifica di “Patriota”, collaborando con la XVI Divisione “Garibaldi”, III Brigata, dal 15 ottobre 1944 al 8 giugno 1945; Roberto Allegri, nacque il 5 maggio 1906, a Stazzano, figlio di Nicola Allegri e Caterina Dotto. Residente a Novi Ligure. Già Vigile urbano, durante la guerra servì nell’Arma con il grado di Vice Brigadiere. Per l’attività partigiana prestata, raccolse la qualifica di “Benemerito”, presso l’VIII Divisione “Giustizia e Libertà”, I Brigata, dal settembre 1944 al 7 giugno 1945.

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