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TRUCCHI ERNESTO – Un dantista a Voltaggio

medico chirurgo, scrittore, librettista e studioso di Dante – [Porlezza (CO), 1871 – Voltaggio (AL), 1961]

La nostra storia inizia da un dipinto. Si tratta di una tela di grandi dimensioni in esposizione dal 1961 su una parete della Sala Consiliare del Comune di Voltaggio per effetto di una donazione. A raccontarci le ragioni della sua presenza in Comune e i suoi legami con il suo donatore, un medico chirurgo suo primo proprietario, sono i documenti d’Archivio custoditi in Comune e nella Parrocchiale dei Santi Nazario e Celso a Voltaggio.

Marchese Sforza del Maino, Dante e frate Ilario, olio su tela, cm 160 x 250, 1828-1830, Sala Consiliare di Comune di Voltaggio (foto di Corrado Bisio)

Il quadro è opera certa, lo attestano i documenti d’archivio, del pittore marchese del Maino Sforza, pittore Romantico. Raffigura un soggetto dantesco: “Dante e frate Ilario al Monastero del Corvo”. L’opera, datata 1828/1830, come risulta dai documenti conservati nell’Archivio storico del Municipio di Voltaggio1 apparteneva al dottor Ernesto Trucchi, che la volle donare per riconoscenza, con lascito testamentario, al Comune di Voltaggio, nel 1956.

Si tratta della rappresentazione di un tema caro al Romanticismo storico: in Italia, già a partire dal terzo decennio dell’Ottocento, tra i temi frequentati dai pittori di quella corrente di pensiero teorizzata da Giuseppe Mazzini e da critici d’arte come Pietro Estense Selvatico, ci furono quelli ispirati alla vicenda biografica di Dante Alighieri e alle sue opere letterarie. La Divina Commedia, in particolare, era interpretata come uno dei simboli dell’identità nazionale e allo stesso tempo la rappresentazione della vita e dell’esilio dell’Alighieri assumeva un significato patriottico.

Proprio a un evento della vita di Dante, il suo incontro con frate Ilaro presso il Monastero del Corvo in Lunigiana, si rifà il soggetto rappresentato in una serie di opere pittoriche il cui più noto riferimento, e in qualche modo forse modello per i dipinti contemporanei o successivi, fu la tela Pace di Giuseppe Bertini, opera realizzata dall’artista nel 1845 per il concorso nazionale indetto dall’Imperiale Regia Accademia di Belle Arti di Milano – della quale Bertini medesimo era allievo – sul tema specifico della salita di Dante al Monastero del Corvo e dell’incontro con frate Ilaro.

Giuseppe Bertini (Milano, 1845-1898), “L’incontro di Dante con frate Ilario”, olio su tela, cm 162 x 227, 1845, Milano, Accademia di Brera, in deposito presso la Camera dei Deputati, Roma

Il dipinto di Maino Sforza che anticipa di quasi due decenni quello di Giuseppe Bertini dell’Accademia di Brera, anche se quasi sconosciuto, ricostruisce la narrazione figurata dell’evento: Dante indossa un rosso e lungo mantello, la testa è avvolta in un copricapo anch’esso rosso, frate Ilaro ha il corpo avvolto nel saio marrone dei frati agostiniani. L’ambientazione è poco circostanziata ma comunque non rispondente agli ambienti del Monastero del Corvo. Sullo sfondo si notano a destra alcuni frati; a sinistra un giovane accovacciato è occupato a riporre oggetti in un contenitore mentre dialoga con un frate che sta salendo le scale.

Nel testamento olografo del dottor Ernesto Trucchi (medico chirurgo, scrittore, librettista e studioso di Dante), conservato nell’Archivio Parrocchiale di Voltaggio2, si legge:

“Voltaggio 18 ottobre 1956
… (omissis)
Mie ultime volontà.
1)   Il grande quadro con cornice del Pittore Nobile Maino Sforza, bergamasco di scuola romantica della prima metà del secolo scorso, rappresentante un episodio dantesco (Dante e frate Ilario) da me illustrato in un articolo dell’Osservatore Romano (24 nov. 1938)[4], interpretando anche il desiderio più volte espresso dalla mia consorte in vita, lascio e desidero rimanga nei locali del Municipio di Voltaggio, come omaggio e attestazione della nostra riconoscenza verso questo amato paese che per quarant’anni ci ha ospitato e che ancora ospita il sottoscritto […]”.

Non si hanno informazioni riguardo alla modalità con cui il dott. Trucchi venne in possesso del quadro. Tuttavia diversi elementi fanno ipotizzare che l’opera fu da lui acquisita – o ricevuta in dono – durante il suo soggiorno milanese (1935-1951) e in particolare intorno alla seconda metà degli anni ’30, quando a sua firma venne pubblicato, sull’ “Osservatore Romano” del 24 Novembre 19383, un articolo intitolato Dante e frate Ilario in cui l’autore parte proprio dal dipinto in oggetto per introdurre l’argomento, fornendo anche alcune importanti indicazioni storico-artistiche.

Nell’incipit è scritto:

“La nostra fotoincisione riproduce un dignitoso e coscienzioso quadro, benché ignorato, del pittore bergamasco Marchese Del Maino Sforza, fiorito sul principio del secolo scorso.
Non sarà forse discaro ai cultori di Dante, agli studiosi dell’iconografia dantesca e della così detta “fortuna di Dante nell’ottocento”, questa aggiunta alle due riproduzioni di pitture, ispirate al medesimo episodio, che si trovano nell’ Albo Dantesco ravennate del 1921, edito per la celebrazione del seicentenario dalla morte di Dante Alighieri: una di Giuseppe Bertini (premio all’Accademia di Milano 1845, oggi alla Brera), e l’altra di Corrado Mezzana (1914). L’episodio, caro non solo a pittori, ma anche a letterati del secolo passato, come il Bovio e il Graf ad esempio, è noto.
Dante, esule, sale un giorno al Monastero di Santa Croce del Corvo, sul clivio estremo del monte Caprione, presso le foci della Magra, e al Priore benedettino, che esce ad incontrarlo e gli domanda reiteratamente: “che cerchi”, risponde: Pace!
Poi si nomina, e al Priore che già conosce il nome di Dante per fama, e si fa attento, porge un libretto, trattosi dal seno, dicendo: ecco la prima Cantica del mio Poema: è dedicata a Uguccione della Faggiuola: voi che gli siete amico, presentategliela a nome mio.
Frate Ilario, come interpreta il Biagi [Vicenzo Biagi, 1910, N.D.A.], “apre il libretto, scritto a lettera magra e corretta: guarda il titolo, l’Inferno, è materia religiosa: scorre le prime pagine, è lingua volgare; fa atto di meraviglia e Dante gliene domanda il perché, poi gli spiega: sì! i trattati di religione sogliono scriversi in latino: ma chi legge le opere latine oggigiorno? Non i signori, mecenati dell’arte, che hanno altro per il capo, non il popolo che non le intende…”. Frate Ilario capisce, approva, accetta l’incombenza, anzi, prima di offrire il libretto a Uguccione, vi apporrà alcune chiose, per agevolarne la lettura.
È vera storia? Esiste un documento.
Ed è la propria lettera di frate Ilario, accompagnata all’Inferno spedito ad Uguccione; lettera trascritta da un Ambrosius Traversarius in una sua Historia literaria florentina che va dal 1192 al 1490, e che deve quindi esser stata composta in prossimità di questa ultima data. La medesima lettera, riconosce il Missurini, si ritrova nel Codice Miscellaneo della Laurenziana, attribuito al Boccaccio; ma rimase inosservata, finché nel 1750 il Melius non l’ebbe resa nota al pubblico, riesumando le Epistole Latine di Ambrosio Traversario”.

La fonte letteraria in parte riportata sopra, e su cui esiste una ricca letteratura critica, oltre che consentirci di conoscere la posizione di Trucchi riguardo l’autenticità o meno di un documento (egli propende per l’autenticità e cita a sostegno della sua tesi cinque argomenti), su cui si è a lungo discusso, ci permette di inferire importanti notizie riguardo al dipinto oggetto di questo studio. Innanzitutto apprendiamo che il dipinto riprodotto è quello del lascito Trucchi, il quale lo definisce “un dignitoso e coscienzioso quadro, benché ignorato, del pittore bergamasco marchese del Maino Sforza, fiorito sul principio del secolo scorso (inizi 1800)” ed inoltre, che sullo stesso tema esistono altri due dipinti noti e documentati, entrambi citati nell’ Albo Dantesco Ravennate del 1921: uno del già citato Giuseppe Bertini (1845) (figura 2) e l’altro di Corrado Mezzana (1914).

Corrado Mezzana (Roma 1890-1952), “Dante Alighieri e Frate Ilario”, olio su tela, cm 80 x 150, datato 1914, Sarzana, Seminario Vescovile

Esistono altre due versioni sul tema, non citate da Ernesto Trucchi4.

La prima la conosciamo soltanto attraverso un disegno a matita5) perché la tela dipinta ad olio non è più rintracciabile. Si tratta del disegno di Giuseppe Bezzuoli (Firenze 1784-ivi 1855 6.La seconda è opera del pittore Luigi Rizzo (attivo a Palermo nella prima metà del secolo XIX) ed è conservata nel Museo della Reggia di Caserta. È firmata e datata 18517.

Ma chi era il donatore del dipinto e qual era la ragione del suo interesse per Dante Alighieri? Lo si apprende ripercorrendo la sua biografia8, da cui emerge la figura di un intellettuale eclettico e originale.

Medico chirurgo, scrittore, librettista e studioso di Dante. Nato a Porlezza (Como) il 4 novembre 1871 da Andrea Trucchi e Carlotta Mairano, Ernesto Trucchi si laureò presso la Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università di Genova. Nel 1898 espatriò in Argentina, dove esercitò la professione presso Carcarañá (Santa Fe). Lì fu membro e Presidente della Società Dante Alighieri succursale della Società Dante Alighieri di Rosario.

Ernesto Trucchi, Ricordi di prigionia,
Roma, Tip. La nuova casa del libro, 1926

Tornò in Italia prima dello scoppio della grande guerra, visse a Genova fino al 1918 per poi trasferirsi a Voltaggio (Alessandria), dove, dopo una lunga parentesi milanese (1935-’51), tornò a trascorrere gli ultimi anni di vita, accompagnato dalla moglie, una musicista rumena. Qui morì il 2 febbraio 1961. È sepolto nel Cimitero di Voltaggio.

Dagli anni ’20 Ernesto Trucchi si dedicò con sempre maggior dedizione agli studi danteschi. Collaborò con importanti riviste e partecipò come relatore a diverse conferenze promosse dal Comitato milanese della Società Dantesca Italiana, poi edite nei volumi Studi su Dante. Nel 1926 pubblicò un’opera memorialistica, Ricordi di prigionia, e fra il 1939 e il ’43 si cimentò nella stesura di tre libretti d’opera, due dei quali musicati dal maestro Nino Rota. Il libretto, intitolato La Maddalena, venne edito prima del 1949 a Buenos Aires con la musica di Juan Bautista Massa (figure 7-8).

Fu socio dell’Associazione Medici Italiani Artisti e dell’Accademia ligure di Scienze e Lettere.

Il suo commento dantesco, intitolato Esposizione della ‘Divina Commedia’ di Dante Alighieri, vide due edizioni. La prima, edita nel 1936 dalla tipografia Toffoloni di Milano, (figure 9-10) fu poi ristampata nel ’43 per Montaldi. La seconda edizione venne pubblicata nel 1946 dalla casa editrice La Prora: i tipi del commento rimasero gli originali di Toffaloni, ma l’opera fu emendata di tutti i riferimenti al fascismo presenti nelle pagine introduttive dell’edizione del ’36 e ornata da acqueforti di G.G. Macchiavelli.

Il testo di riferimento adottato da Ernesto Trucchi fu quello dell’Edizione del Seicentenario (1921). Tuttavia, se per le opere minori l’edizione fiorentina venne seguita fedelmente, riguardo al testo della Commedia l’autore ritenne opportuno modificare «alcuni arcaismi e le troppe elisioni di dubbio gusto»; egli stesso, nell’introduzione Al lettore, dichiarò infatti la natura «non di dottrina, ma di divulgazione» della sua Esposizione. Fu questa impostazione, forse, a provocare qualche polemica e a portare E.T. alla progettazione di un quarto volume rivolto agli specialisti, che non fu però mai ultimato, dedicato «alla storia critica delle controversie».

Della sua presenza a Voltaggio oggi restano, oltre il grande dipinto conservato nel Municipio, poche tracce: la casa in cui abitò a più riprese per quarant’anni, il ricordo delle persone che lo hanno conosciuto, frequentato e hanno conservato parte delle sue opere, la sua sepoltura nel cimitero del Paese.


Cortile interno dell’abitazione di Ernesto Trucchi (Voltaggio, Vico Aspromonte detto Caruggiu du Zini)
  1. Registrazione Atto di Donazione (8 marzo 1957), Archivio del Municipio di Voltaggio (AL), Deposito Comune, Cat. 5, Classe 1, Fascicolo 8 []
  2. Testamento olografo del Dott. Ernesto Trucchi, Voltaggio, 18 ottobre 1956., Voltaggio (AL), Archivio Parrocchiale []
  3. Ernesto Trucchi, “DANTE E FRATE ILARIO”, in “L’Osservatore Romano”, 24 novembre 1938 []
  4. Trucchi,1938 []
  5. Elisabetta Ghezzi, “Dante e frate Ilaro in quattro dipinti tra Ottocento e primo Novecento” in DANTE, LA LIGURUA E ALTRO, 18 CONFERENZE PER IL VII CENTENARIO DELLA MORTE DI DANTE, (2 MARZO-19 SETTEMBRE 2021 []
  6. “Dante und Fra Ilario vor Santa Croce, Corvo”-Kunsthistorisches-Institut in Florenz -Max Planc-Institut-monocromo, cm 6×6-Fotografo L. Artini, Firenze []
  7. Luigi Rizzo (attivo nella prima metà del secolo XIX) Dante frate Ilario, olio su tela, cm 140×105 cm, datato 1851 e firmato, Reggia di Caserta Pinacoteca []
  8. Trucchi, 1938 []