Giacinto Guareschi ricorda la figura del partigiano Mario Roberto Berthoud

Il 10 agosto 1976 si spegneva, all’età di 93 anni, il Professor Giacinto Guareschi, insigne matematico e docente universitario, Cavaliere di Vittorio Veneto, antifascista e partigiano, Sindaco di Serravalle Scrivia designato dal Comitato di Liberazione Nazionale (in carica dall’aprile 1945 a marzo 1946), instancabile testimone civile della storia della Resistenza e della deportazione dei militari italiani nei lager del Terzo Reich, la tragica esperienza di prigionia e sterminio vissuta, tra il 1943 ed il 1945, da oltre 600mila soldati del Regio Esercito, tra i quali l’unico suo figlio, Marco Guareschi, giovane partigiano, rastrellato dai nazifascisti alla Benedicta e mai ritornato dall’inferno di Mauthausen.

Nella ricorrenza della scomparsa di Giacinto Guareschi, propongo a “Chiekete” il testo integrale (addizionato solo da qualche sintetica nota di redazione che ne faciliti la comprensione) di una breve biografia dell’antifascista e partigiano Mario Roberto Berthoud “Mauro” (catturato, seviziato a morte dalle S.S. della “Casa dello Studente” di Genova) redatta dallo stimato professore, a dodici anni dalla morte del Martire serravallese. Un documento conservato presso la biblioteca dell’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell′Età Contemporanea “Raimondo Ricci”, quasi certamente inedito. Da anni sto svolgendo ricerche storiche ed archivistiche, anche sulla figura di Mario Roberto Berthoud, un impegno che richiede d’investire tempo, di fare esercizio di metodo e di praticare rigore e pazienza, che spesso si rivela infruttuoso, ma che talvolta regala qualche piccola soddisfazione, come l’incontro con questo interessante testo dattiloscritto dalla prosa coinvolgente e dai toni vibranti, un colpo di fortiuna… che offre l’opportunità di confrontare quanto già si conosce, quanto si è studiato sui libri, ascoltato a viva voce dai vecchi partigiani, appreso dal lavoro scientifico di storici e saggisti, con il ricordo vivo e vitale di un testimone prezioso ed autorevole del suo tempo, quale fu e resta ancora oggi Giacinto Guareschi, figura carismatica per la comunità serravallese, che purtroppo non ho mai avuto l’opportunità di conoscere, per ovvi motivi di anagrafe… ed al quale avrei certamente chiesto una… sicuramente più d’una intervista!

Il testo ritrovato è purtroppo privo di data, ma è chiaramente collocabile nel periodo 1956-1957, e reca in intestazione il seguente motto, vergato a mano dall’autore: “…A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti…“. Un incipit tratto da “I sepolcri” di Ugo Foscolo, che con queste parole apre la terza parte del poema, svolgendo la propria riflessione sul significato della morte, celebrando la Basilica di Santa Croce in Firenze, luogo sacro ove sono sepolti i “grandi d’Italia”. Ecco la trascrizione completa del documento conservato presso l’istituto storico genovese:

«…Mario Roberto Berthoud il 29 gennaio 1945 moriva a Genova, in una cella del carcere di Marassi, in seguito alle torture sopportate alla “Casa dello studente”. A dodici anni dalla sua scomparsa è doveroso narrarne la vita, ravvivando il ricordo di lui, tra i compagni e gli amici , illustrandone, per quanti non l’hanno conosciuto, la sua figura esemplare di animatore, di patriota, di martire di una sola fede. Chi gli è stato vicino quant’Egli sia stato modesto, ma in pari tempo, quanto grande sia stata la sua devozione alla causa italiana durante l’oppressione fascista e straniera e quindi , come si possa ritenere di interpretare il suo sentimento valendosi del suo esempio, anche al di là della morte, quale monito ed incitamento a favore dell’idea da Lui così nobilmente ed eroicamente professata. M.R. Berthoud nacque da famiglia di origine savoiarda, di condizione civile e di spiccata tendenza liberale. Il nonno paterno, Dominique Berthoud, rifugiatosi in Piemonte dalla natia Annecy, per ragioni politiche, percorreva varie sedi quale ufficiale giudiziario, fino a stabilirsi a Serravalle. L’aspirazione alla libertà ed al progresso si tramandava nei discendenti. Il Nostro, poco più che quindicenne, entrava nel Partito Comunista e vi svolgeva subito un’attività appassionata fondandovi il gruppo giovanile, a questo accorrevano numerosi i compaesani, attratti, oltre che dall’idea, dalla Sua parola animatrice e dal prestigio che emanava la sua persona. Le vie della vita non gli avevano concesso di fare studi che lo portassero oltre l’attività artigiana, ma il suo naturale ingegno gli aveva conferito una notevole facoltà di persuasione. Dopo l’avvento del Fascismo l’attività del Berthoud proseguì clandestinamente e si spinse al di fuori della cerchia paesana, fino a cariche provinciali di partito. Può capitare ancor oggi che qualche vecchio antifascista dell’alessandrino dica di aver conosciuto il paese di Serravalle per il solo fatto di esservisi recato per conferire col Berthoud. Il suo coraggio e la sua fede non furono naturalmente ignoti al Regime, sicchè nel 1931, ebbe un primo arresto ed il deferimento al giudizio presso il Tribunale Speciale del Fascismo… nella sua peregrinazione per le carceri italiane aveva avuto modo di trovarsi con qualche spiccata  personalità dell’antifascismo e, oltre che col contatto con queste, mediante meditate letture dei classici del pensiero politico e sociale moderno, il Berthoud si era fatta una cultura solida ed efficiente, spesso scherzosamente egli si riferiva con una certa soddisfazione al frutto dei suoi “tre anni di accademia”. Ma a far risaltare in tutta la sua luce la tempra mirabile dell’uomo, dovevano essere gli avvenimenti succedutisi dall’estate del 1943 in poi. Subito dopo il 25 luglio egli cerca stretto contatto cogli uomini che sentiva idealmente legato: attraverso “Remo” (1) di Alessandria, si mette in contatto con Carlevaro (Walter) (2) di Novi Ligure, col quale si incontra per la prima volta in località “Rebuffetta”; durante i 45 giorni l’attività antifascista aveva ancora carattere semiclandestino, sappiamo tutti ed ormai anche troppo, quali furono in quel periodo le oscure manovre del Governo Badoglio, sotto la pressione di Casa Savoia, è chiaro come a questo non potesse acconciarsi l’anelito di libertà che fremeva nei comunisti come in tutti coloro che erano seriamente pensosi delle sorti del Paese. Dopo l’8 settembre, l’azione di Berthoud, col concorso dei compagni di Novi e Serravalle, si fa serrata; viene subito predisposta la costituzione di una prima formazione partigiana della zona; mentre “Walter” a Novi s’incarica dell’incetta di armi nel Novese (nascondendole in un primo tempo addirittura sotto cumuli di foglie secche) e la moglie  di lui si occupa di rifornimenti alimentari, Berthoud, a Serravalle, è instancabile; il prezioso materiale bellico, abbandonato dai soldati di un esercito ormai disgregato, è raccolto e nascosto soprattutto lungo le pendici del colle che,  a china erta, sovrasta il paese al disopra della chiesa; gli sbandati sono soccorsi, confortati e avviati a nuove possibilità di riscatto. Durante l’inverno 1943-1944 egli cura il collegamento di tutte le forze sane del paese, a qualsiasi tendenza politica appartengano, puchè dimostrino sdegno per la situazione di servitù dell’Italia ed onestà di propositi; con la sua ben nota azione persuasiva riesce a risvegliare coscienze che sembravano sopite. Col costante ed ordinato progredire dell’organizzazione della Resistenza, si accresce l’azione del Nostro, Egli oltre che curare il collegamento del fondo Valle Scrivia con le forze partigiane della VI Zona, che andavano rafforzandosi tra la Val Borbera e l’Antola, assume l’importantissimo incarico di raccogliere le notizie riguardanti il traffico ferroviario e stradale delle forze nemiche…».

«…Non trascura contemporaneamente di seguire la formazione di reparti partigiani nella zona ad ovest di Serravalle e ci pare degno di lui riportare quanto su di lui veniva scritto sul giornale della Divisione “Pinan – Cichero” intitolato “Il ribelle”, subito dopo la Liberazione. “ll 20 marzo 1944 Berthoud era stato in montagna a visitare quella squadra allora detta di ribelli che doveva poi acquistare tanta triste celebrità per l’assedio subito alla Benedicta. Si era interessato di raccogliere la posta da inoltrare ai famigliari nei vari paesi e intendeva occuparsi di rifornire  quei giovani del prezioso e sempre desiderato tabacco. Era questo uno dei suoi primi contatti con le bande partigiane, allora in via di formazione  e doveva essere seguito da altri numerosissimi, specie in Val Borbera, fino a quello che forse gli fu fatale. Era per lui una gioia questa specie di vacanza in mezzo ai giovani che lo accoglievano festosamente, riconoscendo in lui d’istinto un capo ed egli ne traeva tante promesse per l’avvenire. Solo gli spiaceva la perdita di una giornata di lavoro, di quel lavoro che gli era necessario per sé, per i suoi, per poter rispondere sempre con pronta generosità ad ogni appello proveniente dalla buona causa. Confessò una volta quanto lo attraeva la vita rischiosa, sì, ma libera, del partigiano, che volentieri avrebbe cambiato con la sua di organizzatore clandestino, sempre coi nervi tesi, a capo di un lavoro delicato, complicato, difficile che tesseva fili nell’ombra, sventava insidie, stabiliva intese tra tendenze disparate per convogliare ogni energia al fine ultimo. Dopo il doloroso episodio della Benedicta curò personalmente la raccolta dei fondi perché ogni famiglia di Caduto avesse rimborsata la spesa della cassa di zinco e la colletta era fatta clandestinamente mettendo insieme a fatica le offerte, anche piccole, che il buon cuore dei compagni presentava”…».

«…In aggiunta a quanto sopra riportato, si può osservare che il Nostro era pienamente consapevole della sorte cui poteva andare incontro; una volta parlando con amici dei suoi colloqui con Rino Pizzardo (Non vi è traccia di tale nominativo nelle banche dati ufficiali del partigianato piemontese (a cura dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”, di Torino) e ligure (a cura dell’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell′Età Contemporanea “Raimondo Ricci”, di Genova) senza però accennare alle questioni organizzative trattate in quei colloqui) dopo qualche minuto di silenzio e di riflessione disse “ebbene se si dovrà morire si morirà”.  Nell’estate del 1944 il Berthoud prese contatto colo CLN provinciale avendo il primo incontro nella “Casa del turista” tra Serravalle e Cassano ed allora, oltre al compito della diffusione della stampa clandestina  intraprese anche quelle della diffusione delle circolari, che provenivano dagli organi superiori per predisporre l’organizzazione civile della Resistenza , accanto a quella militare ; nel settembre costituisce il CLN di Serravalle, certamente uno dei primi e più attivi  e che forse sarà l’unico fino alla Liberazione, nell’ambito di una larga zona. Anche in questa semplice operazione politica si è distinta la dirittura morale del Berthoud. In una conversazione preliminare a tale costituzione , vi fu chi fece riserve sull’opportunità di accettare tutti e cinque i partiti indicati dagli organi superiori; Berthoud, proprio quello, che poi avrebbe rappresentato il partito comunista nel CLN , non volle assolutamente accogliere tale tesi. E’ in questo stesso periodo che il Berthoud diede vita alle SAP, che uniche contribuirono, il 26 aprile 1945 alla cruenta liberazione del Paese. Per rendersi conto delle difficoltà in cui il Berthoud doveva muoversi è necessario prospettare la situazione di allora di Serravalle. E’ questo un paese che normalmente non ha mai contato più di 4000 abitanti (durante il periodo bellico, causa gli sfollati, poteva aver raggiungo al massimo i 5000). In un paese così piccolo come nucleo di popolazione, ma molto importante per posizione geografica, a partire dalla metà del 1944, sostavano un grosso presidio di fanteria tedesca, un non indifferente presidio di marinai tedeschi, quelli sbarcati dalle unità navali affondate nel porto di Genova (ndr. presumibilmente il riferimento rimanda al bombardamento Alleato del 4 settembre 1944 sul capoluogo ligure), e, quel che era peggio, un reparto di Brigate Nere forte di non meno di 50 elementi, in parte serravallesi, comandati da un serravallese. Berthoud, notissimo come ottimo artigiano, non era meno noto come attivista antifascista, marescialli dei carabinieri lo sorvegliavano e consigliavano ai borghesi, che frequentavano il caffè, ove egli si recava (ndr. verosimilmente il riferimento è al “Bar del Gigi”, locale che da più testimoni è dato sapere fosse abitualmente frequentato da Berthoud e dai suoi più stretti amici, bar che allora sorgeva tra l’attuale Viale Stazione e Piazza Paolo Bosio) di non trattarlo. Era naturale quindi che tutti coloro che direttamente o indirettamente collaboravano alla pseudorepubblica di Salò diffidassero di lui e ne sorvegliassero tutti i movimenti. Gli amici temevano per lui e lo pregavano alla prudenza; egli prometta di allentare la sua attività, specialmente all’avvicinarsi dell’inverno, ma in realtà fidava nella lealtà degli avversari, dei quali parecchi erano stati suoi compagni di scuola, continuava la sua vita normale. Invece quanto passava per la strada a testa alta col basco all’indietro e le mani nelle tasche della giacca invernale lunga fino al ginocchio, c’era chi se lo indicava e lo indicava, pare, ai tedeschi. E così avvenne l’irreparabile: in una delle sue escursioni in montagna fu riconosciuto da uno sciagurato, che lo denunciò per attività a favore dei partigiani; fu avvisato del pericolo, non volle subito allontanarsi ed il 20 dicembre 1944 fu arrestato, in casa dai tedeschi. Stette qualche giorno rinchiuso nella Villa Caffarena, sede del Comando tedesco del reparto marina. Ci fu chi asserì di aver riconosciuto le sue grida evidentemente sotto qualche tortura. Dopo qualche giorno si seppe che era stato trasportato a Genova, e poi più nulla…».

«…Ancor quanto non si sapeva quale era stata la sorte del Nostro, quello che fu certo è che egli non parlò. Di questo i suoi fidi non dubitarono; disse Carlevaro (Walter) che essendo stato invitato a nascondersi dopo l’arresto di Berthoud, non accolse l’invito, non avendo alcun dubbio sull’eroismo dell’amico. Alla Liberazione Berthoud non tornò, lo si cercò, e, solo in seguito all’interessamento di Vannuccio Faralli (Vannuccio Faralli. Nato a Cortona – Arezzo il 15 gennaio 1891, morto a Genova il 31 dicembre 1968, industriale, dirigente socialista, Medaglia d’Argento al Valor militare. Militante del Partito socialista italiano sin dal 1907, Faralli partecipò alla prima guerra mondiale come tenente d’artiglieria. Decorato sul campo, fu degradato nel corso del conflitto per aver svolto propaganda socialista a favore della pace. Dopo la guerra riprese la sua attività di militante mantenendo, tra l’altro, per anni, la direzione dell’edizione ligure dell’Avanti! Perseguitato dai fascisti e più volte arrestato dalla polizia, nel 1926, dopo la promulgazione delle leggi eccezionali fasciste, fu relegato per due anni al confino. Alla caduta del regime, Vannuccio Faralli, con Pietro Nenni, Bruno Buozzi ed altri, si diede alla riorganizzazione del Partito socialista a Roma. Con l’8 settembre del 1943 partecipò subito alla resistenza armata, quindi varcate le linee del fronte si portò al Nord. Arrestato nel dicembre del 1944, Faralli rimase in carcere sino al 24 aprile del 1945 quando, con la liberazione di Genova, divenne il primo sindaco della città. Deputato socialista all’Assemblea Costituente, fu rieletto nel 1948 e nel 1958. Vannuccio Faralli è stato anche sottosegretario all’Industria, nel 1947, nel terzo governo De Gasperi. Fonte:Donne e uomini della Resistenza, ANPI), allora Sindaco di Genova, il suo cadavere venne rintracciato tra quelli degli sconosciuti seppelliti a Staglieno dai tedeschi. Il modo della morte venne alla luce poco alla volta dai rapporti degli ex reclusi nelle carceri di Marassi. Si seppe così che Berthoud fu portato parecchie volte da Marassi alla “Casa dello studente” ed ogni volta torturato. L’ultima volta tornò in carcere col cranio fracassato, pare per aver urtato la testa contro lo spigolo di un tavolo mentre era sottoposto alle scosse elettriche. Avendo la direzione del carcere rifiutata qualsiasi forma di soccorso, il Berthoud morì il 29 gennaio 1945, dopo essere stato più giorni sdraiato a terra sulla paglia in istato di delirio. Il suo primo elogio funebre fu pronunciato, in mezzo ai numerosi detenuti, che avevano assistito amorevolmente il Nostro fino all’ultimo respiro, dal Colonnello di Stato Maggiore Gustavo Capitò ( nd.dGustavo Capitò. Di anni 48. Nato il 7 febbraio 1897 a La Spezia. Sposato e padre di due figli. Di professione ufficiale del Regio esercito italiano. Arruolato nel Genio dirigibilisti durante la prima guerra mondiale, combatte sul fronte greco-albanese con il grado di comandante del 37º battaglione mortai della Divisione Modena. Catturato dagli austriaci, alla fine del conflitto viene decorato con la medaglia d’argento al valore. Iscrittosi all’università di Torino, si laurea in Ingegneria ed entra nell’esercito. Tenente colonnello del Comando di stato maggiore per la difesa antiaerea dal 1941, dopo l’armistizio si collega con l’organizzazione clandestina del Partito d’Azione. Nominato consulente del comando militare del Comitato di liberazione nazionale (Cln) di Savona, dal giungo 1944 è trasferito al Comando militare regionale ligure come direttore del servizio informativo. Ricercato dai fascisti, il 16 dicembre 1944 viene sorpreso da alcuni elementi dellaG.N.R. (Guardia nazionale repubblicana ndr.) mentre si trova nell’abitazione dei suoceri, a Genova. Immediatamente arrestato, viene dapprima rinchiuso nella Casa dello Studente, dove subisce ripetuti interrogatori e torture da parte delle SS, quindi viene trasferito nella 4ª Sezione del Carcere di Marassi, a disposizione del comando germanico. Alle prime ore del 23 marzo 1945 viene prelevato dalla sua cella e condotto al cimitero di Cravasco (comune di Campomorone, Genova) con altri 19 detenuti, per essere fucilato in rappresaglia ad un’imboscata partigiana avvenuta proprio il giorno prima nelle vicinanze, ed in cui avevano perso la vita 9 soldati della Wermacht. Durante il viaggio, due dei prigionieri riescono a fuggire saltando dal camion. Gli altri 18 invece vengono fucilati dai nazisti alle ore 4 del mattino. Fonte: http://www.ultimelettere.it/) …con le seguenti parole (riportate nel libro “Più duri del carcere” nella biografia di Capitò, scritta da Mario Zino): “Il nostro compagno Berthoud è morto. Benché torturato, non ha parlato. Quelli che già sono stati interrogati, meditino, quelli che dovranno essere interrogati, ne seguano l’esempio”…». Nell’immagine a sinistra, tratta dal sito www.istorica.it, una foto del Colonnello Gustavo Capitò in divisa da ufficiale dell’Esercito.

«…Merita di essere ricordato anche il presente episodio. Una domenica dell’aprile 1946 giunse a Serravalle, per commemorare i Caduti della Benedicta, il Prof. Alfredo Poggi (Alfredo Poggi. Nato a Sarzana, La Spezia, il 5 maggio 1881, deceduto a Genova il 13 gennaio 1974, docente universitario ed esponente socialista. Dopo aver partecipato alla Prima guerra mondiale, fu per tutta la sua lunga vita coerentemente antifascista. Subì a Lucca, dove insegnava in un liceo, le aggressioni degli squadristi; insegnò anche a Cuneo e a Genova, ma dovette rinunciare nel 1930 a insegnare all’Università, avendo rifiutato di giurare fedeltà al regime fascista. Dopo la caduta di Mussolini l’anziano professore, che aveva continuato a lavorare ai suoi libri filosofici, non esitò ad entrare nella Resistenza genovese. Membro del locale CLN in rappresentanza del PSI, Alfredo Poggi cadde nelle mani della polizia col figlio ventitreenne Antonio. Trattenuto nel campo di Bolzano-Gries vi rimase…, sino alla Liberazione. Il suo figliolo, deportato a Dachau il 5 ottobre del 1944, non avrebbe più fatto ritorno; morì infatti nel lager di Clausthal il 6 aprile 1945. Nell’immediato dopoguerra al professor Poggi, che è stato anche consigliere comunale di Genova per il PSDI, fu affidata la direzione del quotidiano Il Lavoro Nuovo. Quando, nel 1958, il docente rientrò nel PSI divenne membro del Consiglio superiore della magistratura. Scrittore molto fecondo, di Alfredo Poggi ricordiamo qui, oltre agli scritti su Kant e i saggi di religione e di filosofia, il libro Socialismo e cultura, scritto nel 1925. A Sarzana gli è stata intitolata la seconda Scuola media statale. Fonte: Donne e uomini della Resistenza, ANPI), di Genova, già detenuto fino a febbraio del 1945 a Marassi e poi trasportato al campo di concentramento di Bolzano. La mattina era piovosa ed il Poggi si trovava in Municipio, in attesa di sapere se avrebbe parlato, oppure no, all’aperto. Si rivolse ad un vicino e gli disse “sento che parlate di Berthoud. Che c’entra Berthoud con voi? L’interrogato gli rispose: “Ma Berthoud era di Serravalle e lo consideriamo come un nostro eroe” al che il  Poggi si limitò a dire “ho assistito alla morte del vostro eroe”. Quando dopo poco Poggi svolse la sua orazione, non potè  fare a meno di associare al ricordo dei Caduti della Benedicta quello del Berthoud e con facendia non meno elevata e commossa narrò ai presenti tutte le fasi del sacrificio del Nostro, ed ancora al momento di partire, mentre veniva accompagnato all’automobile si fermò e dopo un attimo di riflessione disse “Berthoud è senz’altro un eroe nazionale, dovreste fargli un monumento”. Son passati 12 anni dalla morte, ma il monumento a Berthoud non è ancora nemmeno concepito..».

«…Nel 1945 si è riusciti ad intitolare una strada al suo nome e un viale ai Caduti della Benedicta ed è stata costruita, a cura del C.L.N. e del Comune, nel cimitero, una tomba monumentale collettiva per tutti i Caduti del paese nella Lotta di Liberazione – a stento nel 1956 ed in modo non del tutto soddisfacente si è riusciti a che i nomi di questi Caduti fossero ricordati in una pubblica piazza. E così si è persa per strada e non si sa come, una proposta di …(illeggibile ndr) un monumento alla sua memoria. Abbiamo la Repubblica, la Costituzione ed una democrazia, tutte e tre sono più o meno insidiate. Quando avremo la certezza di averle validamente costituite avremo la coscienza di aver elevato il miglior monumento alla memoria di Berthoud e di tutti coloro che, come lui e meglio di lui, o meno di lui, operarono con lo stesso spirito di sacrificio sarà un monumento veramente degno di Loro. Verranno poi i monumenti marmorei o bronzei (Il 10 aprile 1975 venne formalmente autorizzata dal Consiglio Comunale di Serravalle l’erezione di una stele monumentale a Mario Roberto Berthoud all’interno del Parco pubblico di Villa Caffarena. Il monumento fu realizzato dal geometra serravallese Paolo Bailo, che gratuitamente fece erigere la stele in cemento, mentre le spese per la fusione e l’incisione della lastra con le sculture e l’epigrafe, vennero coperte con la somma raccolta da un comitato promotore, presieduto dal signor Carlo Scalabrino, un’iniziativa che coinvolse attivamente la cittadinanza di Serravalle e tutte le forze sociali e politiche, senza distinzione ideologica alcuna, dal Pci alla Dc. Non negarono il loro contributo neppure alcuni importanti imprenditori della zona che sottoscrissero generose donazioni, come la “Fidass” e la “Gambarotta”. L’epitafio inciso alla base della stele fu scritto dalla signora Tina Lera Buganè, mentre il bassorilievo che ricorda i momenti del martirio di Berthoud, furono realizzate dallo scultore ligure Nicola Neonato. Il 25 aprile 1975 si svolse la cerimonia di inaugurazione della stele, in occasione del trentennale della morte di Berthoud, evento affidato dall’Amministrazione Comunale al patronato di un’apposito civico Comitato di Onoranze)…». (Nella foto a sinistra, tratta dal periodico “Il Novese” del 14 aprile 1983, Giacinto Guareschi e la moglie, Gemma Venezian, assistono all’inaugurazione del monumento a Mario Roberto Berthoud, il 25 aprile 1975, accanto a loro la sorella di Berthoud).


Si ringrazia per la gentile collaborazione, Donatella Chiapponi, dell’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell′Età Contemporanea “Raimondo Ricci” di Genova.

  1. Sull’identità dell’antifascista alessandrino “Remo”, chi scrive ritiene che il riferimento potrebbe verosimilmente riguardare uno tra questi partigiani, come censiti dalla “Banca dati del partigianato piemontese”, con tale nome di battaglia: Guido Bocchio, Remo Borghino, Agostino Guasta, Perpetuo Pozzi, Franco Remotti o Carlo Villani. (Fonte: Banca dati del partigianato piemontese, a cura dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”, di Torino[]
  2. Giovanni Carlevaro. Partigiano novese, nome di battaglia “Walter”. Nacque il 19 maggio 1909, a Novi Ligure. Combattè nelle fila della Resistenza nella XVI Divisione “Viganò”, Brigata “Vittorio”, dal 20 ottobre 1943 al 17 maggio 1945, con il grado di Capo Servizi di Divisione, dal 1 gennaio 1945, al 8 maggio 1945 (Fonte: Banca dati del partigianato piemontese, a cura dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”, di Torino[]