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Il primo giorno a Serravalle

Serravalle Scrivia, venerdì 15 novembre 1968

Dopo quattro differenti colloqui, un test psicoattitudinale e un altro, scritto, di trenta domande veramente infami, incentrato sulla tecnologia della fonderia e della laminazione dei metalli non ferrosi, l’anziana segretaria del Capo del Personale gli disse di tenersi a disposizione per qualche giorno.
Appena terminate le selezioni gli avrebbero fatto sapere.
Benito, impacciato e ansioso nello stesso tempo, domandò per quanti giorni avrebbe dovuto aspettare.
In un paio di settimane, gli fu risposto, le selezioni sarebbero state terminate. Gli disse di lasciarle un recapito e di tenersi a disposizione perché avrebbe potuto essere richiamato da un giorno all’altro per un secondo colloquio.

Aveva in tasca venticinquemila lire. All’albergo dove era passato al mattino gli avevano detto che il pernottamento e la prima colazione gli sarebbero costati seimilacinquecento lire al giorno. Rifletté sull’impossibilità di restare. Si avviò verso la portineria, così gli era parso, mentre rimuginava sui suoi problemi. Un signore dal fare trasandato lo apostrofò:
«Dove va, giovanotto?»
«Torno a Serravalle».
L’uomo sorrise e gli spiegò che stava dirigendosi verso la fonderia.
La perfetta simmetria degli edifici e la copiosa nevicata in corso, lo avevano disorientato. Era uscito dal blocco degli uffici – centrale e parallelo a due capannoni perfettamente simmetrici – da una porta situata sul lato opposto a quella dalla quale era entrato e, svoltando a sinistra si era trovato nella direzione sbagliata. Arrossì e ringraziò, quasi scusandosi.

L’uomo, con gentilezza, guardando scettico il suo impermeabile leggero, si offrì di accompagnarlo sotto l’ombrello. Gli chiese come fossero andate le prove. Sapeva della ricerca di personale tecnico in atto. Benito esitò, poi disse di temere di non aver soddisfatto le aspettative degli esaminatori. «Credo – concluse – di non aver fatto una buona figura». Di forni per il rame, l’ottone e l’alluminio a scuola non gliene avevano mai parlato e di conseguenza non ne sapeva granché.
Aveva un freddo terribile e, nell’attraversare l’ampio piazzale che lo separava dalla portineria, appena visibile nel turbinare del nevischio, sentì inumidirsi prima, e ghiacciare poi, i piedi. Le scarpe erano troppo leggere e la neve troppo alta. Un paio di camion nei pressi del bilico slittavano e stentavano a ripartire. L’uomo lo salutò dicendogli di non preoccuparsi, che tutto sarebbe filato liscio. “Magari!”, pensò Benito, e ricambiò la stretta di mano.

Entrò in portineria e riconsegnò il tesserino che gli avevano dato all’ingresso. Un’anziana guardia, dai capelli candidi, che gli altri chiamavano “brigadiere”, annotò sul registro l’ora d’uscita e poi gli chiese se doveva chiamargli un taxi. Benito ringraziò ma rispose che avrebbe aspettato il primo autobus.
L’attesa diventò un tormento. Aveva bisogno d’una doccia calda e di dormire.
Il “brigadiere”, gli si avvicinò, mentre, per l’ennesima volta, rileggeva gli avvisi in bacheca e l’orario di lavoro. Gli fece qualche domanda e, come per caso, gli chiese se avesse già trovato un alloggio. Evidentemente sapeva che proveniva da lontano. Benito gli disse che, per il momento, stava all’Hotel EUR ma che dal giorno dopo non avrebbe più potuto permetterselo. Il brigadiere gli consigliò di cercare a Novi Ligure, poiché là c’era ancora qualche famiglia che faceva pensione. «Oppure – suggerì – a Serravalle c’è un affittacamere. Vicino alla Chiesa Collegiata, con l’insegna “Alloggi”». Benito ringraziò. Si accorse all’improvviso che stava sudando copiosamente. In portineria, nonostante il continuo va e vieni di gente e il conseguente aprirsi e richiudersi delle porte,  faceva caldo; l’ambiente era riscaldato in modo superbo.

Arrivarono alla spicciolata i lavoratori che smontavano dal turno normale (dalle 8 alle 16,45). S’udì quasi contemporaneamente il clacson della corriera sul piazzale esterno. Salutò le guardie ed andò a sedersi nell’autobus. Durante il breve tragitto verso Serravalle notò che la maggior parte della gente si esprimeva in genovese. Si ricordò delle commedie di Gilberto Govi viste alla televisione qualche anno prima e senza accorgersene cominciò a sorridere.

Giunse in albergo un quarto d’ora dopo. Poggiò le scarpe sotto il termosifone per farle asciugare. Ci vuol altro, pensò; queste scarpe basse non si conciliano né con la neve né con i marciapiedi di questo paese, lisci come “nu scigulàcchiu”. Appese l’impermeabile, fradicio d’acqua, nel bagno ed i vestiti, anch’essi bagnati, in ordine, sulla spalliera della sedia presso il termosifone.
Fece una doccia bollente e si sentì rinascere.
Il continuo andirivieni dei treni ed il loro fischiare in prossimità della stazione lo infastidì per un po’; poi non ci fece più caso.
Indossò il pigiama di flanella e trasse dalla valigia il resto delle provviste che gli erano rimaste. Sua madre, pensando al lunghissimo viaggio, aveva abbondato in pane e carne di maiale. Quest’ultima era conservata in un vasetto a chiusura ermetica nello strutto. Poiché la chiusura non era evidentemente tanto ermetica, un po’ di grasso era colato ungendo la scatolina di cartone, i fogli di carta paglia e lo stesso pigiama. Per fortuna le due camicie e il maglione erano rimasti indenni. Tagliò due fette di pane e vi pose dentro un po’ di ciccioli e una salsiccia. Riempì un bicchiere d’acqua nel bagno e mangiò e bevve a sazietà. Sbirciò dalla finestra la piazza della stazione ben illuminata. Delle ruspe stavano ammucchiando la neve in fondo alla piazza. Altri uomini con badili enormi liberavano i marciapiedi. Mai vista tanta neve in novembre – pensò – anzi mai vista tanta neve…


Poi un vociare allegro di ragazzi attorno alla pala meccanica che cominciava a caricare un camion di neve attrasse la sua attenzione. Chissà – si chiese – dove sarebbe andato a scaricarla? Poi si dette dello stupido. Nel fiume l’avrebbe scaricata; nella Scrivia, certamente.
I ragazzi ora giocavano a lanciarsi palle di neve. Si ritrasse con un nodo alla gola. Solo quattro anni prima si divertiva allo stesso modo con Bruno, Vincenzo, Tonino e Ciccio sul sagrato di San Giacomo. Era l’otto dicembre del sessantaquattro, dopo la messa delle sei del mattino per l’Immacolata: l’unica vera nevicata al suo paese che ricordava e che, al confronto di questa, diventò ridicola.
Tornò alla valigia canticchiando sottovoce: Mira il tuo popolo o Bella Signora, che pien di giubilo oggi T’onora…

Trasse dalla valigia un libro consunto, regalo di don Fritz Caracciolo: Le Baccanti, di Euripide. Quante volte aveva tentato quella difficile lettura in agosto!
Rilesse il prologo ed il primo episodio. Subito dopo s’addormentò, sfinito. Erano le venti. Nevicava da circa quattro ore.
Presto il suo sonno fu agitato da strani sogni. Il suo ultimo professore di Elettrotecnica, il giovane ing. Borrelli, continuava a ripetergli “Possibile che tu non abbia saputo esprimere un concetto semplice come l’induzione? E poi, cos’erano quelle esitazioni sul motore a corrente continua?”
Don Fritz interveniva, intromettendosi, con la sua ridicola paglietta anni venti e le sue ghette perenni, impersonando Dioniso: “Giungo, figlio di Zeus, a questa terra dei Tebani, Dioniso, che Semele, nata da Cadmo, un giorno partorì tra le vampe del fulmine…”. Ora era il volto del Capo del Personale, con il suo mezzo toscano irrequieto tra i denti che, ridendo, gli chiedeva ancora una volta “Da dove ha detto che viene? Quanti anni ha? Chi è alla porta? Chiami Cadmo il figlio di Agenore! È lui che ha costruito la cerchia delle torri che recinge la città nostra, ed era venuto da Sidone…”

Sognò di immense macchine rutilanti, di narici di draghi colmi di ottone fuso, di laminatoi (che, non avendo mai visto, gli furono resi dalla sua immaginazione come la danza macabra di rossi serpenti metallici in un antro infernale). Poi si vide in attesa, alla stazione con la sua valigia di cartone completa di spago, mentre l’altoparlante annunciava “Si avvertono i signori viaggiatori diretti a Montalto Uffugo che il direttissimo Torino Napoli – Reggio Calabria – Palermo viaggia con un giorno di ritardo”.

Bar Gigi, 1968

Si svegliò sudato e tremante. Brividi di febbre percuotevano il suo corpo come scariche elettriche. L’arsura gli raspava la gola e le labbra. Si alzò e bevve. Si ricordò del tubetto di aspirine che sua madre gli aveva dato all’ultimo momento e ne trangugiò una con un’altra abbondante bevuta. In attesa del prevedibile effetto della compressa ricominciò a leggere. Lo distrasse di nuovo il fischio di un treno. Che bellezza – pensò – hanno la stazione ferroviaria in paese. La nostra è a otto chilometri, allo scalo.
Udì delle voci, dei “ciao”, “as veghìmu”, “arvertze”. Gente che usciva dal bar. Erano appena le undici e non notte fonda come aveva immaginato lui.
Prima di riaddormentarsi lesse a lungo dei dialoghi fra Tiresia e Dioniso.

Questo fu il suo primo giorno a Serravalle.

Benito Ciarlo

Calabrese di Montalto Uffugo (CS), dov'è nato nel 1950. Vive a Serravalle Scrivia (AL) dal 1968.