La missione Artemis

Franco Fossati è un serravallese doc che di strada ne ha fatta molta, e non solo in senso metaforico. Ingegnere nucleare, ha collaborato a molti e importanti progetti aerospaziali, come racconta in una sua intervista a Chieketè del febbraio scorso (la trovate a questo link)
Tra i molti programmi a cui ha partecipato come progettista e coordinatore, poteva mancare la stracitata missione Artemis? Certamente no, e così, un pezzetto di Serravalle Scrivia è protagonista anche in questa nuova affascinante impresa dell’uomo nello spazio, verso la luna.
Impossibile non chiedere a Franco di raccontaci “da dentro” l’affascinante progetto. Ecco il suo racconto!
La seconda missione di Artemis ha messo le basi per una futura missione sul suolo lunare Ma la strada è ancora lunga. Ci si potrebbe chiedere come mai sia necessario fare tanti preparativi prima di arrivare alla missione di allunaggio vera e propria. La risposta è: siamo meno avanzati di quanto tanti credano.
E’ ben vero che nel periodo ’69-‘72 ci furono 6 missioni che arrivarono sul suolo lunare, ma lì ci riferiamo ad un programma realizzato su basi completamente diverse: ogni missione aveva una probabilità di fallire di circa il 50% (oggi del tutto inaccettabile, anche se i primi astronauti erano consapevoli dei rischi che correvano), i costi del programma erano tali da raggiungere il 2% del PIL USA – un costo equivalente in percentuale all’intero bilancio della Difesa (Esercito+Aeronautica+Marina+Carabinieri) in Italia. Un costo compatibile solo con un’economia di guerra – quella della guerra fredda. Nei giorni scorsi abbiamo assistito ad un risultato tecnico straordinario perché gli astronauti hanno potuto raggiungere in sicurezza una distanza dalla Terra mai raggiunta prima dall’umanità; i sistemi di bordo sono sopravvissuti ad un ambiente di radiazione cosmica e vento solare mai affrontato prima e questo è anche un merito europeo ed in particolare italiano. A Torino infatti sono stati realizzati la struttura ed alcuni sistemi di sostentamento della vita del Modulo di servizio (ESM: European Service Module), il primo elemento critico di missione che la NASA abbia mai affidato ad enti non-americani (anche i numerosi elementi della stazione spaziale internazionale realizzati in Europa, per quanto complessi o avanzati, non sono essenziali per la realizzazione della stazione stessa, mentre gli ESM sono indispensabili alla capsula Orion del programma Artemis, che senza di essi non potrebbe affrontare alcuna missione.

Le difficoltà incontrate con il sistema di scarico della toilette della capsula sono la dimostrazione che anche il percorso di sviluppo più completo (sono stati fatti test di ogni tipo considerando prevedibili margini ed incertezze) può sempre dover essere rivisto. Il fatto che gli astronauti abbiano potuto rimediare alla situazione evidenzia che l’analisi dei rischio effettuata in sede di progetto aveva predisposto misure correttive che in effetti hanno funzionato.
Tutto questo apre una finestra sulle condizioni improbe della vita nello spazio. Il carico di radiazioni assorbite dagli astronauti all’interno della capsula fa sì che ogni giorno passato nello spazio equivalga a venti giorni di invecchiamento (in due settimane di missione il corpo degli astronauti è invecchiato almeno di un anno). A questo si sommano gli effetti dell’assenza di gravità – più severi al protrarsi della missione: decalcificazione delle ossa, alterazione della circolazione sanguigna, riduzione della massa muscolare. Insomma: non è una vita rose e fiori ma un cimento che esige una buona motivazione e forse anche un po’ di incoscienza. Poi vediamo le immagini della Terra che sorge dietro la Luna e restiamo senza parole. Siamo atavicamente dei viaggiatori, forse un giorno andremo altrove. Non sarà domani, ma continuiamo a lavorarci. Qui sotto le immagini di alcuni componenti degli ESM che ho seguito mentre ero il residente in Italia di Airbus Defence and Space (prima del COVID, sembra passato un secolo)



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