Recensione: Il Regalo del Mandrogno – una saga “Serravallese”

Pierluigi ed Ettore Erizzo: Il Regalo del Mandrogno.
Al tempo stesso saga familiare e romanzo storico, che abbraccia un periodo di oltre cento anni: dalla Battaglia di Marengo alla fine della Prima Guerra Mondiale

Articolo pubblicato il 5 feb 2010, da Benito Ciarlo, su Scrivere al tempo di internet

Quando, anni fa, sentii parlare per la prima volta di questo libro ebbi un moto di stizza.
La giornalista di Alessandria che lo recensì su Telecity ebbe la bella idea di paragonare il lavoro di Pierluigi ed Ettore Erizzo a quello, allora molto di moda, di un altro alessandrino illustre, Umberto Eco, Il Nome della Rosa. E siccome la signora era stata compagna di scuola – forse alle elementari – del professore, finì per sciorinare i suoi ricordi come panni al sole, evitando del tutto di dar particolari sul romanzo oggetto del suo intervento.
Basta leggere il bellissimo libro degli Erizzo e facilmente si giunge alla conclusione, se mai ce ne fosse bisogno, che l’accostamento al capolavoro di Eco era soltanto funzionale agli scopi di auto-promozione della giornalista anzidetta.
    Il Regalo del Mandrogno è, al tempo stesso, saga familiare e romanzo storico, che abbraccia un periodo ampio oltre 150 anni: dalla Battaglia di Marengo alla fine della Prima Guerra Mondiale, attraverso le vicende ora squallide ora esaltanti delle famiglie Montecucco, Raimondi, Bailo, Baventore e Cadeo unite da un fil rouge (è proprio il caso di definirlo così) rappresentato da un intruso, un ufficiale francese dai capelli rossi e dalla faccia da bulldog entrato prepotentemente e per sempre, in modo diretto o indiretto, nelle vicende di quelle famiglie e di altre ancora, il giorno stesso della vittoria di Napoleone sugli Austriaci: Isidoro Chénousset.

    Spiccano due eroine che catturano – a distanza di cento anni una dall’altra – l’attenzione e l’affetto del lettore: Rosina, la moglie del secondo dei Montecucco e prima ”vittima” del francese, e Paoletta. Due storie d’amore – contrastato, naturalmente – indissolubilmente legate alla loro epoca, ricchissime di pagine coinvolgenti. Personaggi di statura epica come ‘‘Lo zio Canonico” o pusillanimi come Giovacchino Leone.
Gli avvenimenti storici e politici del tempo, così come percepiti e vissuti da quel pezzo d’Italia oggi definito ”Basso Piemonte” sono raccontati attraverso le vicende dei protagonisti, da due avvocati (gli Autori), esecutori di un bizzarro testamento che li porterà, attraverso minuziose ricerche a dipanare il bandolo delle diverse matasse e che inevitabilmente saranno sempre condotti, dalle stesse, a incontrarsi-scontrarsi con Isidoro Chénousset o con la sua sterminata discendenza.

    C’è, in realtà, un altro importante filo conduttore presente dalla prima all’ultima pagina: il ”Mandrogno”, che giustifica il titotolo del romanzo. Così sono chiamati da sempre gli abitanti della Fraschetta, la vasta regione dell’alessandrino compresa tra la Bormida e la Scrivia. Una popolazione da sempre dedita al commercio, all’intermediazione e famosa per la sua insofferenza per le leggi.

    Non voglio anticipare altro per non togliervi il piacere della lettura che tale è e resta poiché molte delle pagine di questo libro sono talmente belle da farmi dire senza tanta paura di essere smentito che ho avuto la fortuna di leggere uno dei più appassionanti romanzi storici del Novecento.

    Voglio, invece, fare io un accostamento, sperando che sia più consono di quello della giornalista di cui dicevo: questo libro richiama un altro capolavoro, Il Gattopardo. La lettura parallela delle vicende, almeno di quelle comprese fra il 1848 e quelle del 1861, contribuisce a darci un’idea vera di quello che era l’Italia prima della sua unificazione. Punti di vista agli antipodi, modi di concepire la vita totalmente diversi tra Sicilia e Piemonte, nell’immaginario comune, in realtà, invece, così simili da restarne sbalorditi.

    Dicevo delle finezze letterarie: chi di voi avrà la fortuna di leggere Il Regalo del Mandrogno non potrà far altro, quando giungerà al ”Terzo Intermezzo” di leggere e rileggere le pagine con le considerazioni degli Autori sull’Ottocento, un capolavoro nel capolavoro, qualunque sia la vostra idea su quel periodo storico. Un raro esempio di sintesi e di humor svolto con un garbo incomparabile.
Sono davvero tentato di darvene un assaggio:

‘ L’Ottocento fu un secolo cretino; fu anzi intelligente, forse troppo intelligente!
Ebbe, come tutti i secoli, le sue grandi utopie, ma seppe porvi riparo a tempo: all’utopia iniziale, che si chiamava Libertégalítéfraternité, riparò subito con un Impero a sfondo tirannico; alle utopíe finali della pace universale e del disarmo riparò con la scoperta della dinamite e delle armi a retrocarica.
Molte cose accaddero in quel secolo, ma non più numerose e diverse da quelle accadute in tutti gli altri. Imperi si trasformarono in repubbliche e repubbliche in imperi, come era sempre avvenuto. Molti uomini, inseguendo la libertà finirono in galera o sulla forca, e neppure questo era nuovo. E gli uomini si ammazzarono come sempre avevano fatto e come dimostrarono di saper fare anche dopo. Ma in quel secolo essi si ammazzavano ad uno ad uno: si ammazzavano a mano, non a macchina come poi impararono a fare; e ciò importava una tale complessità di movimenti, che conferiva alla cosa una minore conseguenza di strage e un aspetto estetico destinato a colpire l’immaginazione e la fantasia. Più tardi tutto ciò finì; e la caratteristica fondamentale dell’Ottocento fu appunto questa; che fu un secolo veramente pittoresco, colorito, coreografico.
Che esso sia stato ancora un secolo colorito e vivace, pieno di bei costumi e di bei gesti, tutto pennacchi e stringhe, frange e fiocchi, non v’è dubbio: basta dare un’occhiata ai suoi eroi, da Napoleone Bonaparte a Buffalo Bill. Vide galoppare gli ultimi pellirosse, vide gli ultimi cannibali che non erano ancora stati messi a regime dalla civiltà; vide lo splendore degli ultimi zar, assisté alle sadiche crudeltà degli ultimi sultani, ammirò lo sfarzo degli ultimi grassi pascià: e siccome allora non si aveva fretta, si chiamavano padiscià.
Il mondo era ancora piccolo, ma gli uomini non urtavano contro i suoi ristretti confini, perché, beati loro, andavano in diligenza, e per arrivare al confine impiegavano molto tempo. Ma oltre il confine essi potevano allora trovare cose veramente nuove e diverse. Il mondo era ancora tutto impregnato di folclore, e passando di paese in paese pareva di assistere ad un ballo in costume, col vantaggio che tutti i costumi erano autentici! Vi era ancora il gusto, la passione, l’amore per il costume, dal maragià carico di perle, all’ultimo bandito di provincia, tutti erano in costume.
Ma tutta la bella fantasmagoria che aveva allietato gli occhi del mondo finì con quel secolo. Il male cominciò appunto quando i Mandarini si tagliarono il codino e i Samurai giapponesi si vestirono in cachi… […] Il secolo che s’era inaugurato con l’Enciclopedia si chiuse con l’Esposizione. […] Inventarono la macchina a vapore ed il rasoio di sicurezza: scoprirono teorie di bacilli e sterminati continenti ignoti, trovarono il fonografo, il radium, il sol dell’avvenire, la kodak.
E da principio fu una cosa gaia, serena, che conservava una dolce abitudine di coreografia, e che ispirava i poeti. Quando Carducci vide una goffa locomotiva a vapore che, sferragliando in modo vergognoso e sputando fumo nero da un inverosimile fumaiolo, arrancava a venti chilometri all’ora, disse: ”Ecco Satana”. E lo cantò. Ma era così lieto e ingenuo, che senza avvedersene lo cantò sul metro di Santa Lucia […]
Debellarono il mare, la terra, le distanze. Debellato il cholera (al quale, per disprezzo, avevano persino tolto l’acca), il vaiuolo, la tubercolosi, la sifilide. […]
”Bè” dissero quando giunse il 31 dicembre di quel secolo, ” Ora possiamo fermarci! Lasciamo qualcosa da debellare anche ai nostri figli. Noi abbiamo già debellato abbastanza: siamo ormai Superuomini”.
Infatti proprio allora era stata inventata questa superba parola.
Guardarono soddisfatti l’opera loro e si prepararono a finire in letizia il secolo.
Ed il secolo finì con un cenone di capodanno – anzi di caposecolo – veramente monumentale e degno di gloria […] Le ricette di quei piatti succulenti erano state dettate dalla forbita prosa di Pellegrino Artusi, che nella scienza gioconda ed opulenta del suo famoso volume aveva racchiuso l’ultimo sorriso del secolo decimonono.”

Il Regalo del Mandrogno sembra condividere il destino dei suoi personaggi: da cinquant’anni avvince generazioni di lettori ma la sua presenza in libreria non è mai scontata, perciò vi do due coordinate:

Pierluigi e Ettore Erizzo
IL REGALO DEL MANDROGNO
editore ARABA FENICE
ISBN : 9788886771108

Buona lettura.
Ben

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Benito Ciarlo

Calabrese di Montalto Uffugo (CS), dov'è nato nel 1950. Vive a Serravalle Scrivia (AL) dal 1968.