VIA BERTHOUD n° 107 int. 6

COME ERAVAMO

Racconto di Marco De Brevi.

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Ho avuto il mio primo approccio con Serravalle “centro” soltanto nel 1963. Prima di allora, quando arrivavamo da Novi in bicicletta, io ed i miei  amici non entravamo mai in paese. Con i muscoli delle gambe indolenzite, facevamo una sosta all’ingresso dell’autostrada  e nel Bar di Borasi  ci bevevamo una gassosa  ghiacciata. Rinfrancati, andavamo fuori ad appoggiaci contro un muro, era quello da dove partiva il viale alberato. Dividendoci il “fumo” dell’unica Nazionale Esportazione che eravamo riusciti a sfilare dal pacchetto di papà ci mettevamo in paziente attesa. Dopo aver fatto molti appostamenti, sapevamo perfettamente che, più o meno a quell’ora, dalla strada per Monterotondo sarebbe scesa, in sella ad una Graziella e veloce come una saetta, la ragazzina dai capelli corti accompagnata da alcune sue coetanee. Ci aveva fatto un’ottima impressione sin dalla prima volta che per puro caso l’avevamo vista  a tutta birra imboccare viale Martiri. Ci era immediatamente piaciuta nonostante  avessimo subito intuito   che,  se  fosse   smontata  dalla bicicletta, non  ci saremmo   trovati   certo davanti una di quelle “stangone” che ci facevano impazzire quando, al Cinema Iris, andavamo a vedere i film  con Cyd Charisse o Marilyn Monroe. La giovane “corritrice” in erba dava ci l’impressione di essere una ragazza spensierata ed allegra e da come si esibiva in certe acrobazie,  proprio davanti a noi su una piazza Matteotti non ancora ben definita, faceva capire che adorava fare quelle evoluzioni  nello stesso modo in  cui le vedeva fare ai maschi. I due particolari che la rendevano oltremodo attraente, e sicuramente sexi e che, secondo del nostro insindacabile giudizio, avrebbero fatto perdere la testa a chiunque, erano i jeans Lee bianchi e la maglietta Lacoste  riempiti a modino, ed un visino abbronzato da autentica sbarazzina che non era proprio niente male. Noi, da timidoni di razza quali eravamo, partivamo da Novi esclusivamente per riuscire a vederla e per scambiarci alcuni apprezzamenti quando passava, ma… si intende,  li pronunciavamo a bassa voce perché volevamo evitare che riuscisse a captarli. Le probabili e forse  inevitabili reazioni ai nostri commenti le avrebbe certamente gridate e sarebbero state senza alcun dubbio  farcite di   parolacce  tipiche  genovesi  e di alcuni vaffa … Secondo le nostre teorie, le volgarità  uscite dalla bocca  di una ragazza carina come lei, sarebbero andate ad alterare quell’immagine di donna angelicata che ci eravamo costruiti dopo aver riflettuto  per diverse lezioni col prof. Leardi di lettere sulle teorie stilnoviste. Avevamo deciso unanimemente che solo a una donna con le virtù della Beatrice di Dante o della Laura del Petrarca avremmo concesso di diventare la nostra  morosa. Ogni qualvolta che, finita la gimcana, la ragazzina dai jeans bianchi se ne andava senza nemmeno degnarci di una piccola occhiata, la osservavamo allontanarsi e nel farlo ci veniva spontaneo giurare che per il giorno successivo avremmo escogitato un sistema infallibile che ci avrebbe permesso di conoscere lei ed anche che le amiche che non erano proprio da “buttar via”. Bisogna ammettere che noi giovani “per bene”, figli degli anni sessanta, ci accontentavamo veramente di poco, infatti  per essere contenti ci bastavano:   una gassosa  ghiacciata e  il  fissare  anche solo per pochi minuti la ragazza di cui  intendevamo innamorarci. Ci sentivamo completamente appagati senza riuscire sussurrarle nemmeno una  parolina affettuosa  e tantomeno senza tentare di ottenere, pur se piccolissimo, un minimo contatto fisico.  Dopo aver guardato,  per l’ennesima volta, allontanarsi tra le case del paese le nostre ipotetiche ma certamente prossime conquiste, stanchi da far paura, ci trascinavamo sino davanti al cimitero, ci sedevamo su una panchina per bere una sorsata di acqua da una  borraccia che, lasciata al sole, l’aveva fatta quasi bollire e, dopo aver fatto fare una rapida inversione ad U alle biciclette, ci preparavamo ad affrontare quel terribile salitone che ci avrebbe riportati sulla via di casa. Pronti a ripartire con la vitalità dei campioni pronti ad affrontare una tappa del Giro d’Italia, ci imponevamo  di non pensare all’acido lattico  che avremmo  accumulato essendo costretti a pedalare per ben sette chilometri, sotto il sole di Luglio, su di un asfalto bollente di una strada in leggera salita! Discutendo poi tra di noi, per almeno un’oretta prima di rincasare, sulle possibili e fantomatiche avventure amorose che, il frequentare quel di Serravalle con una certa assiduità  ci avrebbe visto come protagonisti, eravamo arrivati ad una conclusione, i Serravallesi ci avrebbero scambiato per degli irresistibili play-boy. Forse quel nostro assurdo vagheggiamento era nato dal fatto che avevamo notato, con gran soddisfazione, che ci era spuntato qualche peletto sui polpacci e poi… avevamo superato con successo gli esami di terza media per cui ci potevano chiamare  tranquillamente studenti e non più scolari. n realtà, anche se non l’avremmo mai ammesso, nonostante il nostro sette di latino e l’otto di italiano, nulla era cambiato dalla fine della terza media. Non ci volevamo convincere che eravamo rimasti sempre gli stessi   bravi ragazzi  di quattordici anni che indossavano ancora i pantaloncini corti sotto la giacca e la cravatta e che potevano vantare una sola anche se sublime esperienza amorosa che avevamo maturata ricevendo tutti i giorni una gran quantità di baci ma erano solo quelli di che ci dava la mamma e qualche volta anche il papà, quando ci abbracciavano prima di andare a letto, Io, che amavo nutrirmi tutte le notti di sogni impossibili, infatti ero convinto che fosse già stato scritto nel libro del mio futuro che sarei diventato  l’unico e solo amante di Sandra Dee, ero più che certo che sarebbe arrivato il giorno in cui, come era successo a Mario  Cavaradossi nella Tosca, sarei riuscito a disciogliere dai veli (in questo caso dai Jeans e dalla maglietta Lacoste) le sue belle forme e lei  sarebbe stata felice e fremente di essere stata scelta tra le amiche per diventare la mia amante. Grata, felice di essere abbracciata con passione, come ringraziamento, mi avrebbe regalato tutti i suoi baci e le sue languide carezze. Mai più avrei supposto in quell’estate che il destino mi avrebbe fatto uno strano scherzo! Aveva stabilito a mia insaputa che sarei diventato un suo concittadino e mi aveva   persino fatto trovar casa a pochi metri dalla  sua.  Il viaggiare, finalmente solo, sul treno per raggiungere il Volta in via Morbelli ad Alessandria, l’essere contornato da tante studentesse che tutte le mattine mi salutavano nella Sala d’aspetto di Novi  e  l’essere stato incaricato di tenere il posto sul treno alle  altre che  salivano a Frugarolo, avevano dirottato in altre direzioni i miei sogni facendomi dimenticare completamente la ragazzina dai Jeans bianchi. Anche se non era successo nulla, non eravamo riusciti neppure a sapere come si chiamasse, era da considerarsi per tutti la solita “avventuretta” estiva nata per  durare a durare soltanto qualche settimana. Le ragazze di Frugarolo ci tenevano a venirsi a sedere nel mio  scompartimento, apprezzavano l’allegria dei miei compagni e forse anche la mia. La Mariarosa di Bosco Marengo, quella sì che era una bella ragazza, uno si sentiva proprio  obbligato a  farle il “filo”. Nonostante avesse qualche chiletto di troppo, che aveva però saputo distribuire ad arte nei punti dove non guastava per niente, dai modi di fare alquanto spigliati, ai quali noi giovani Serravallesi non eravamo certo abituati, e dalla disinvoltura con cui teneva la sigaretta tra le dita, si capiva perfettamente che non doveva essere la classica santarellina casa e chiesa. Aveva un certa simpatia per me e me lo dimostrava continuamente ma, a forza di perdere del tempo per riflettere sul  come mi sarei dovuto comportare nel caso in cui fossi stato costretto a contraccambiare le sue “avance”, ero alla mia prima esperienza,  ero riuscito a far sfumare  il mio momento magico  e, con mio grande sgomento, quel fiorellino profumato era stato colto da chi si era dimostrato  meno titubante di me. “Espatriare” da Novi non mi aveva creato dei grossi problemi, avevo capito che gran parte dei miei amici avrei continuato a frequentarli al Volta e  poi  abitavano a  soli sette chilometri dalla mia nuova  e l’abbonamento mensile ridotto  per studenti non prevedeva alcuna limitazione   di corse giornaliere e la cosa valeva sia per l’andata che per il ritorno  ed era valido anche di domenica e nei giorni festivi. Nei trentacinque minuti di viaggio, avevo fatto amicizia con tanti altri ragazzi della mia età che provenivano da paesi poco distanti da Serravalle. Le scuole di Alessandria ospitavano quasi tutti gli studenti della Provincia, erano in pochi quelli che salivano a Serravalle e scendevano a Novi  e tra di loro c’erano i fortunati che avevano preferito iscriversi al  Ginnasio-liceo . La Ragioneria del Collegio San Giorgio e le Magistrali delle Pietrine erano scuole private e naturalmente solo delle parificate che stipendiavano di tasca propria gli insegnanti. Generalmente erano neolaureati al primo impiego che dovevano ringraziare, per lo stipendio che ricevevano, le rette mensili che dovevano pagare gli studenti  e naturalmente non tutte le famiglie si potevano permettere di far pesare sul loro bilancio quella cifra. Erano scuole che non godevano nemmeno  la fama di sfornare dei diplomati super preparati e lo dimostrava il fatto che non erano nemmeno abilitate a far sostenete ai diplomandi gli Esami di Stato in loco. L’approccio quasi traumatico che questi erano costretti a sostenere con le commissioni composte da insegnanti provenienti da scuole statali non sempre portava a risultati positivi. L’appartamento al 107 di via Berthoud era al terzo piano ed era proprio di fronte al Monumento ai Caduti di Piazza delle Aie, aveva delle finestre convenzionali che questa volta erano  state dotate  di persiane verdi nuovissime. Anche questa palazzina non era stata costruita dalle fondamenta al tetto per essere abitata da inquilini, era stata strutturata per diventare un albergo ed era stata mutata in sei appartamenti quando questo aveva cessato l’attività. Gli appartamenti erano riscaldati da dei pesanti termosifoni di ghisa e  solo d’inverno, quando il riscaldamento centrale veniva acceso, da tutti i  rubinetti usciva persino l’acqua calda. In primavera quando la caldaia veniva spenta, tornavano di moda i pentoloni di acqua bollente che però non venivano  più svuotati  in un mastello di ferro zincato, usato anche per fare il bucato e che si sistemava in cucina vicino alla stufa, ma in bagno in una regolare vasca tutta smaltata di bianco. Io finalmente avevo una cameretta tutta mia e dormivo in un letto nuovo che avevo scelto come piaceva a me. Era quello su cui solitamente si raggomitolava l’Omino con il pigiama a righe  che reclamizzava i materassi Permaflex. Me ne ero innamorato vedendo la pubblicità sulla  quarta di copertina dell’elenco telefonico e poi… il colpo di fulmine decisivo era arrivato quando l’avevano  esposto nella vetrina di  un mobiliere che stava sotto la  Galleria Perelli . Io mi fermavo in “adorazione” davanti quell’eccezionale lettino tutte le mattine quando, per andare a scuola, decidevo di fare la via Capurro. Approfittavo del tragitto che avevo scelto per  passare davanti a quella vetrina ma  soprattutto per entrare nella chiesa di San Nicolò a dire una preghierina propiziatoria davanti all’immagine di Santa Rita, solo lei avrebbe potuto  aiutarmi a farmi prendere un sei in quel compito in classe che non avevo preparato troppo bene. Avevo giurato a me stesso che un giorno avrei dormito in un letto  identico a quello dell’elenco telefonico, era bello e strano, la testiera sosteneva sia il comodino cha l’abat-jour con cui avrei potuto leggere senza problemi e poi era impreziosita da un pannello di vimini intrecciati. Se spalancavo la finestra della mia cameretta, non mi trovavo più  a guardare le persiane pericolanti della cucina dell’inquilino del palazzo di fronte. I finestroni dell’appartamento di via Monte di Pietà di Novi, quelli senza persiane esterne per cui  se si chiudevano a Novembre, a causa della pioggia che li gelava, si potevano riaprire  solo a fine marzo, erano distanti dalle persiane fatiscenti del vicino del palazzo di fronte forse neanche sei metri. Ora dal balcone potevo vedere la collina con il Santuario di Monte Spineto , il Seminario ed alcune case coloniche il cui tetto o faceva capolino tra boschi di acacie e di castagni oppure erano   state costruite in mezzo ai campi seminati a grano. Il grigiore triste di quel  muro centenario tutto scrostato che ero costretto a vedere a Novi   era stato sostituito  da un’autentica tavolozza di colori che variavano col cambiare delle stagioni. Quando mi affacciavo dalla finestra non dovevo più aspettarmi di veder passare  il carro trainato dai buoi o il mio amico Pietro che  di corsa andava a comperare il latte dalla “Carretta” (era il nome della latteria di Via Paolo da Novi ) ma un via vai continuo di persone e di automezzi (in Via Berthoud c’era ancora il doppio senso di circolazione) e poi…almeno due o tre volte l’ora facendo in rumore assordante, transitavano  i treni passeggeri o i merci che provenivano da Genova o da Torino. Io ero nato a Sestri Ponente al primo piano di un palazzo e le  finestre della stanza dove dormivo si affacciavano sul capolinea del tram n°1, quello che arrivava da Sampierdarena , si fermava e dava il cambio a quello per Voltri. Lo sferragliare delle le ruote sugli scambi mi faceva da ninna nanna, ma il rumore dei treni merci che passavano di notte o il sibilo tremendo dei rapidi, mi facevano sobbalzare.  In effetti non transitavano tanto distanti dalle mie finestre, che per giunta d’estate tenevo sempre aperte,  mi separavano dai binari: via Roma, via Berthoud e piazza delle Aie, le loro larghezze sommate non arrivavano certo a raggiungere i cento metri! Tutte le domeniche nella piazzetta del Monumento facevano il mercato, lo stesso che oggi viene fatto al martedì in piazza Bosio,  i negozi rimanevano tutti aperti e Ravazzano il salumiere, forse per invogliare clienti e passanti ad andarlo a trovare, faceva bollire il prosciutto e quel  profumo celestiale arrivava ad invadere anche camera mia. Tra i profumi, i cicalecci delle signore che contrattavano con i proprietari delle bancarelle,  i clacson delle auto che riuscivano a fatica a non investire i passanti,  non mi risultava tanto semplice mettermi alla scrivania e concentrarmi per imparare  a memoria “La capra” di Saba o “La ginestra di Leopardi”, trovavo assai più divertente  e forse anche più istruttivo sporgermi dalla finestra ed osservare la gente che passava e rimandare lo studiare al pomeriggio. Di tipi strani se ne vedevano un mondo e poi…sotto casa c’era anche un bar molto frequentato ed i clienti si sedevano fuori  e stavano per ore dietro un bicchiere di   gassosa posato  sul tavolino  a far discorsi ed a far commenti su chi passava. C’era anche ci si divertiva a parlare male ad alta voce  del Sindaco e della sua Giunta o a raccontare le ultime novità che era che gli avevano confidato sui tradimenti della moglie di… o del…marito di….

 C’erano anche i “professori” dello Scopone Scientifico, quando lo stomaco li avvisava che era giunto mezzogiorno, si alzavano e, prima di andar via, per sfogare il nervosismo che avevano accumulato durante le partite,  si mettevano ad accusare   il socio di non capire mai quali fossero le strategie del gioco che stava conducendo. C’era anche il super incazzato che si metteva a gridare come un  un ossesso come se la posta in palio a fine partita avesse compreso, oltre che al costo della consumazione,  anche tutti i risparmi di   quarant’anni di lavoro alla Fidass. Quella cameretta non era tanto grande, era stata ricavata tramezzando con una parete di vetro la parte terminale del corridoio dell’ex albergo, ma era il mio regno e il mio rifugio, là dentro io ascoltavo la musica, cantavo e riuscivo persino a giocare con una pallina da tennis che facevo rimbalzare  prima sul pavimento e poi sul muro. Di quel gioco ne aveva fatto le spese il lampadario che, a causa dei capricci di una pallina da tennis disubbidiente, aveva visto cadere a terra la preziosa   boccia di vetro bianco che nascondeva la lampadina. Quella sfera che magari era stata soffiata a Murano  era riuscita  a sopravvivere durante  i cinque anni di guerra ed era “caduta” colpita da una inerme palla da tennis.    I miei, dopo avermi impartito una lunga paternale perché, secondo la  loro esperienza , con i vetri avrei anche potuto tagliarmi la testa od un braccio, lo avevano sostituito  con uno meno fragile.. Lo avevano scelto tra quelli fatti di ferro smaltato di nero con finiture in Teack,  così come suggeriva la moda del tempo che stava impazzendo per lo stile svedese e che si accompagnava perfettamente  col  letto e la scrivania. Naturalmente non perdevo nessuna occasione per invitare a casa gli amici e con loro la finestra diventava un ottimo punto di osservazione, era l’ideale per far commenti e magari qualche progetto sulle  signorine si vedevano passare in special modo quando arrivava l’orario  di uscita di quelle che lavoravano alla Fidass o alla Gambarotta. Le nostre coetanee purtroppo non riuscivano a suscitare il nostro interesse, pur avendo oramai più di sedici anni, portavano ancora dei gonnelloni lunghi sino a metà polpaccio, non sapevano ancora camminare con  le scarpette a punta e con i  tacchi alti e  forse non avevano mai provato ad infilarsi le calze di nylon. Qualcuna si vergognava persino di far vedere che le era spuntato il seno e  molte piegavano persino le spalle in avanti perché non lo si notasse. Io e Franco attendevamo con ansia il passaggio di una “bellissima” che tutti in paese, papà era uno di quelli, avevano soprannominato, forse esagerando anche un pochino, la Sofia Loren di Serravalle.   Portava delle gonne  che le  arrivavano a mala pena al ginocchio, ed erano normalmente di una taglia inferiore a quella che avrebbe dovuto indossare, i tacchi erano di un’altezza davvero inusuale, era sempre truccata   in modo  non  volgare ma vistoso e , sapendo di essere osservata con cupidigia da tutti i maschietti, si divertiva a camminare sorridendo ed ad ancheggiare anche un pochino. Era una bella donna veramente e poi, vista dall’alto, lo sembrava ancora di più, era il classico tipo alla Chelo Alonso che piaceva tanto a papà, lui diceva  solo artisticamente, ed era proprio lei che   faceva ingelosire a dismisura la mamma. Naturalmente la “Sofia Loren” mai si sarebbe accorta che tra i suoi ammiratori c’eravamo anche noi,  se noi avessimo avuto il coraggio di  avvicinarla, ci avrebbe trattato, senz’ombra di dubbio, come   dei bambini maleducati ed impertinenti, nonostante che la differenza tra la nostra età e la sua  non avrebbe dovuto  essere poi  tanto abissale. Per cercare di attrarre la sua attenzione, proprio come dei bambini  dispettosi,  forse li  eravamo veramente, affacciati alla finestra cercavamo di farle girare il viso verso di noi,  cercando di centrarla con una pistola ad acqua. Dopo ogni schizzata però, per paura che ci scoprisse, ci nascondevamo dietro le tende ridendo a crepapelle. Nonostante ci mettessimo tutto l’impegno, mai saremmo  riusciti a raggiungerla con quel misero revolver di plastica e poi…chissà cosa speravamo di riuscire ad ottenere provando a colpirla con qualche goccia di acqua!  La cosa strana ed alquanto buffa era quella che ogni tanto papà, ricordandosi di essere stato da giovane un eccellente tiratore scelto,  invece di sgridarci partecipava divertendosi un mondo nel al nostro tiro a segno! La sala-tinello dell’appartamento al n° 107 di via Berthoud era stata la testimone del mio primo bacio alla francese e non mi vergogno a dirlo che avevo un’età che nel  Luglio che stava arrivando avrei affrontato l’esame di stato! Erano anni in cui non era assolutamente opportuno che dei giovani studenti frequentassero la Sala Ambra (probabilmente era soltanto perché non avevano i soldi per pagare il biglietto di entrata)nonostante che le danze di domenica iniziassero nel primo pomeriggio! Per le ragazze della nostra età e che conoscevamo, entrare in quel locale che le suore dell’asilo definivano “di perdizione” sarebbe stato oltremodo disdicevole e sinonimo di poca serietà. Per soddisfare la voglia di fare quattro salti e di avere l’opportunità di abbracciare finalmente una fanciulla, si organizzavano i così detti “festini  in casa”  che prevedevano della buona musica, ottimi  pasticcini e  tante bibite gassate. I miei erano sempre accondiscendenti, mi aiutavano a sgombrare la sala, il tavolo andava in corridoio e funzionava da  self-service , la fonovaligia, posata su di uno sgabello, veniva incaricata di diffondere la musica. Loro, per non essere considerati degli intrusi rompiscatole, si rinchiudevano in cucina, pronti ad intervenire  immediatamente al  primo urlo di qualche ragazza che richiedeva aiuto. In inverno le giornate erano molto corte, le luci si spegnevano con interruttore piccolissimo e il disc-jockey di turno sapeva che ad una certa ora, quando fuori era buio,  doveva scegliere e mettere sul piatto solo musiche romantiche, le più adatte per il ballo del mattone. Stranamente anche le ragazze più morigerate. protette dall’oscurità, accettavano di ballare cheek to cheek,  sicure  che nessuno le potesse vedere  ed accettavano persino che venissero  loro sussurrate all’orecchio paroline e profferte d’amore ma…  assolutissimamente non concedevano nulla di più e tutto  finiva non appena si accendeva la luce. Era stata proprio la cugina di una di loro che abitava a Milano ed era abituata agli usi e costumi della metropoli, che sapendo bene quali erano le ricompense che solitamente riceveva il padrone di casa, senza supporre che potessi essere un neofita mi aveva insegnato a baciare. Non so per quale motivo ma, finita la festa, era stata fatta letteralmente sparire. Non ero mai più riuscito a vederla né ad avere il suo indirizzo per contattarla anche solo per avere sue notizie, io onestamente avrei approfondito volentieri quella sua prima lezione! Dopo vari tentativi una cosa mi apparsa più che evidente, se lei non era   più tornata a Serravalle era solo perché non avrebbe mai accettato di trascorrere le domeniche a giocare a ping-pong o a calcio balilla nel salone dell’asilo sotto lo sguardo attento di suore inacidite  dalla solitudine del chiostro. In via Berthoud 107  non solo mi era giunto il primo bacio ma anche la prima delle due sbornie da sballo che avrebbero caratterizzato i settanta anni della mia vita!  La prima è avvenuta durante una notte di un San Silvestro passato in famiglia in conseguenza della prima tremenda delusione d’amore. Io e papà seduti a tavola dopo il brindisi, mamma aveva preferito andare a letto, avevamo tirato fuori tutte le nozioni che conoscevamo di letteratura, di politica e di filosofia e parlando, parlando,  avevamo  fatto venire  le tre del mattino. Un bicchierino dietro l’altro non ci eravamo nemmeno resi conto di aver svuotato la bottiglia della Vecchia Romagna e quella della Strega. A fine “festa” papà, molto soddisfatto di aver trovato suo figlio molto preparato sugli gli argomenti che lui preferiva, si era alzato da tavola come se avesse bevuto due bottiglie di acqua minerale, io invece ero riuscito a stendermi sulle coperte solo perché il muro del corridoio mi aveva accompagnato a trovare   la testiera del mio letto che appoggiava proprio contro la tramezza in vetro che delimitava la mia camera. Mi ero sdraiato senza nemmeno tentare di mettermi il pigiama e mi ero subito accorto che tutto girava vorticosamente e che   il lampadario   era andato a finire sotto il letto mentre la scrivania   ne aveva approfittato per prendere il suo posto. Per dare soddisfazione agli eventuali curiosi dirò che la seconda sbornia l’avevo presa quando portavo la divisa da carrista in quel di Altamura di Bari. Era sempre la notte di San Silvestro ed ero in camerata   già in pigiama pronto ad obbedire all’ordine del trombettiere che avrebbe dovuto suonare il “silenzio”. Con gran sorpresa mia e dei miei commilitoni come per una magia qualcuno aveva tirato fuori dallo zaino una bottiglia per fare il tradizionale brindisi al nuovo anno. Il 31 dicembre, per concessione del Colonnello Comandante, le luci in camerata si potevano anche spegnere dopo la mezzanotte e quella bottiglia si era rivelata di non essere Asti Spumante ma   “cordiale”, alcool puro fatto passare attraverso un setaccio colmo di segatura di  rovere che qualcuno aveva anche  il coraggio di chiamare Brandy, Sigillato in bustine di plastica mono-dosi, veniva distribuito nei mesi invernali  a chi montava di guardia di notte per scaldarsi un pochino ed era veramente forte e con un gusto poco gradevole. Eravamo in pochi perché la maggioranza dei soldati era andata  a casa in licenza, io invece avevo scelto di trascorrere il Natale con i miei. Il secondo infermiere, che aveva la branda vicino alla mia, aveva pensato bene di prelevare una seconda bottiglia in infermeria, lì il cordiale  passava come medicinale. Dopo il primo sorso il palato si era assuefatto al forte ed dopo il secondo me lo aveva fatto sentire quasi buono quel liquido  che era parente stretto del petrolio. Altamura essendo a cinquecento metri sul livello del mare spesso veniva fatta oggetto di bufere di neve, in una foto che conservo ancora e che era stata scattata proprio in quella notte,   mi si può vedere   in pigiama con le ciabatte brindare seduto su un mucchio di neve e  persino a torso nudo e con un sorriso ebete. Io la mattina  del 1° gennaio svegliato dalla Marcia dei Bersaglieri,  non ricordavo assolutamente nulla, ed ero più che sicuro  di non essere  mai uscito  fuori dalla camerata , ricordo ancora adesso di aver avuto una gran sete.

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Riccardo Lera

"Io nella vita ho fatto tutto, o meglio un poco di tutto" (Uomo e galantuomo di Eduardo De Filippo) Pediatra, scrittore per diletto, dal 2002 al 2012 assessore alla cultura di Serravalle Scrivia; ex scadente giocatore, poi allenatore e ora presidente del Basket Club Serravalle.