PUGNO, Alberto

Alberto Pugno (di Giuseppe Pugno e Maddalena Perassolo / Serravalle Scrivia, 7 luglio 1923 / Casella, Genova, 21 dicembre 1944).

Meccanico, artigiano mosaicista, partigiano, caduto nella Lotta di Liberazione, Medaglia di bronzo al valore militare alla memoria.

Targa commemorativa alla fomntana di Rovello Superiore

Pugno Alberto, nacque il 7 luglio 1923, da Giuseppe Pugno, muratore e Maddalena Perassolo, casalinga. Nel 1937 la famiglia si trasferì a Genova, per poi fare ritorno a Serravalle nel 1942. Di professione meccanico, lavorò anche come artigiano mosaicista. Il 6 novembre 1944 aderì alla Resistenza, con il nome di battaglia di “Bertin”. In forza alla 58° Brigata Garibaldi “Oreste”, servì con la qualifica di commissario di distaccamento. Il 16 dicembre 1944 fu catturato nel corso di uno dei più violenti rastrellamenti operati in Val Borbera dai reparti dei così detti “Mongoli”, soldati di origine asiatica inquadrati nella Divisione germanica “Turkestan”, divenuta tristemente nota per l’estrema brutalità riservata non solo ai nemici ma anche alle popolazioni civili. Nella zona di Rovello, frazione di Mongiardino Ligure, Giuseppe Pugno cercò rifugio, con altri compagni, in una delle buche predisposte per l’occultamento. Purtroppo nel giacilio non vi era posto per tutti e così il partigiano Giuseppe Salvarezza “Pinan” (nella foto a lato, tratta dal sito web www.appennino4p.it , la targa posata dall’Anpi all’antica fontana di Rovello Superiore, in ricordo di “Pinan”, di “Bertin” e dei loro compagni caduti) ed un combattente russo furono costretti a nascondersi in un vicino cascinale. All’alba i “Mongoli” scoprirono i nascondigli dei ribelli. Pinan Salvarezza tentò una reazione e cadde colpito a morte dal fuoco nemico. Pugno e gli altri compagni vennero fatti prigionieri.

In un articolo pubblicato sulla rivista “Patria indipendente” del 25 novembre 2007, il partigiano Lilio Giannecchini “Toscano” racconta quei tragici momenti: «… In uno dei rifugi, escono Natale Cavicchi “Mantova”, caposquadra del gruppo, e “Alfredo”. Entrambi disertori che si sono aggregati ai partigiani: il primo proveniente dalla divisione “Monterosa”, il secondo dall’esercito tedesco. Il loro compito è quello di scendere a Rovello per fare provviste e raccogliere notizie sugli avvenimenti. Nel rifugio restano nascosti i seguenti partigiani: Aldo Ravina “Fieramosca”, che se non erriamo funge da vice caposquadra, Alberto Pugno “Bertin”, Marsilio Limoni “Guscio”, Mario Cesura “Giovanni”, Pancrazio Bonaria “Riva”, Pietro Sanzogni “Alpin”, Giovanni Riannetti “Tom”, Afanasii Garsow “Affanassi”, Stefan Nikivich “Stifan” e Ivan Gotidow “Pajarski”, questi ultimi tre di nazionalità russa. Compiuta la loro missione a Rovello, “Alfredo” e “Mantova” dovrebbero rientrare al rifugio, ma il primo si attarda in una casa, affermando di aver bisogno di riscaldarsi, mentre “Mantova” rientra regolarmente. All’alba del 16 dicembre una colonna tedesca proveniente da Isola del Cantone, via Montessoro, Borassi, Sisola e S. Ambrogio, circonda il paese di Rovello e cattura “Alfredo”. Questi, forse per salvarsi, racconta di essere stato preso dai partigiani e di essere riuscito a fuggire. Per dimostrare che dice la verità, conduce i tedeschi al rifugio dove sono nascosti “Mantova” e i suoi uomini, che vengono presi alla sprovvista e catturati. I partigiani, privati delle armi e delle scarpe, quindi vengono caricati di pesanti zaini e munizioni, e cominciano il loro lungo e penoso calvario le cui stazioni sono Celio, Cabella, Dova Inferiore, Dova Superiore, Casoni di Vallenzona, Vobbia, Crocefieschi, Nenno, Avosso e Casella. Il povero “Giovanni”, giunto ai Casoni di Vallenzona, viene spietatamente ucciso perché non ce la fa a proseguire. I contadini del posto raccolgono pietosamente i suoi resti, dopo il rastrellamento, per dargli sepoltura. Da Vallenzona, la colonna giunge a Casella e i prigionieri sono rinchiusi nelle cantine di Villa Teresa, dove è sistemato il comando tedesco (non si sa quando i prigionieri sono giunti a Casella, perché i testimoni non ricordano). Nella villa i partigiani “Mantova”, “Tom”, “Alpin” e “Riva” vengono riconosciuti come disertori della “Monterosa”, della quale indossano ancora parti della divisa. Contrariamente alle abitudini, che vogliono i disertori fucilati sul posto, questi vengono deferiti al tribunale militare. Questo per loro rappresenta la salvezza, perché in un secondo tempo saranno rinchiusi a Marassi e verranno scambiati, insieme a “Zeta”, con dei prigionieri tedeschi il giorno 28 marzo 1945. Al contrario, all’alba del 21 dicembre 1944, i partigiani “Fieramosca”, “Guscio”, “Bertin”, “Stifan”, “Pajarski” e “Affanassi” vengono prelevati e fucilati. Purtroppo i loro corpi, che si suppone siano stati seppelliti nelle vicinanze del torrente Scrivia, non sono stati mai più ritrovati. Nella ricerca dei corpi è tentata ogni via. Uno dei sopravissuti, “Mantova”, che al momento della fucilazione era dentro la villa, è rimesso nelle stesse condizioni di allora, per vedere se riesce ad individuare…».

Così recita la motivazione per la concessione della Medaglia di bronzo al valore militare riconosciuta ad Alberto Pugno: “…Generoso ed ardito patriota si distingueva in numerose azioni partigiane per capacità e sprezzo del pericolo. Durante un violento attacco di soverchianti forze avversarie non esitava ad affrontare da solo con il suo mitragliatore il nemico per dar modo al suo reparto di mettere in salvo prezioso materiale aviolanciato. Esaurite le munizioni e catturato  veniva sottoposto a sevizie e percosse senza nulla rivelare che potesse nuocere ai partigiani. Condannato a morte cadeva eroicamente per la libertà della Patria…”.

Alberto Pugno ed i suoi compagni caduti sono ricordati da una lapide apposta dall’Anpi della val Borbera alla fontana di Rovello Superiore e da una targa commemorativa nel parco giochi comunale di Casella (GE).

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