La Lingua del cuore

Un retaggio culturale di valore inestimabile, questo sono i dialetti. Durante i secoli, però, spesso hanno avuto una reputazione negativa, perché erano considerati lingue inferiori. Oggi è difficile crederci, ma al momento dell’Unità d’Italia (1861) solo due Italiani su cento parlavano l’italiano, gli altri si esprimevano soltanto in dialetto e, si sa, il dialetto in qualche caso può essere molto distante dall’italiano, quasi come lo sono attualmente l’italiano e lo spagnolo o il rumeno, o il portoghese.
Era necessario dunque che tutti conoscessero la lingua nazionale. In molti, però, pensarono di insegnare l’italiano senza tenere conto che il dialetto era la lingua materna, cioè la prima lingua: la lingua parlata prima di andare a scuola e fuori della scuola.
Il dialetto, quindi, era proibito a scuola, dove si doveva usare solo l’italiano, anche se per molti era una vera e propria lingua straniera. Fu un errore, un grande errore, che impedì a tanti ragazzi e ragazze di imparare l’italiano e di acquisire un titolo di studio. Questo atteggiamento negativo durò per oltre un secolo, fino a pochi decenni fa, facendo nascere anche in molti quasi un senso di vergogna per il dialetto.

Dalla seconda metà del secolo scorso a oggi la situazione è radicalmente cambiata. Grazie ai miglioramenti economici e sociali, a un impegno più incisivo nell’istruzione, e alla diffusione della radio e della televisione, oggi oltre il 95% della popolazione conosce e usa l’italiano. Tuttavia questo non vuol dire che il dialetto sia scomparso, poiché circa il 50% continua a usarlo. In altre parole circa trenta milioni di Italiani conoscono e usano sia l’italiano sia il dialetto: in relazione alle circostanze o a chi ci si rivolge molti scelgono se usare l’uno o l’altro. Anzi, perfino nella stessa frase spesso ci sono parole o espressioni sia italiane sia dialettali.I dialetti sono idiomi non imposti dall’autorità, ma inventati dalle etnie che hanno avuto l’urgenza di comunicare: dico l’urgenza ma in effetti hanno avuto miracoli di tempo a disposizione per inventare, per impegnarsi nell’affinare linguaggi che sempre più rassomigliassero a loro e al loro circostante.

Forse non è azzardato dire che le lingue locali assomigliano un po’ ai posti dove vengono parlate: così certe asperità che riscontro nell’aostano e che sembrano rispondere, fare da eco, alla durezza delle rocce delle montagne che le circondano, si addolciscono nel piemontese della grande pianura, che suona dolce come dolce suona la lingua della vicina Francia.
Allo stesso modo la vischiosità del ligure, del genovese in particolare, non è poi tanto lontano dal lepego, dalla scivolosità dei ponti delle barche e dei moli.

(Fabrizio De André)

Sapete esprimervi in dialetto? Sì? Il fatto non è così eccezionale, se pensiamo che l’Italia è la nazione europea più ricca di dialetti. Fino a poco tempo fa, addirittura, la maggior parte della popolazione italiana sapeva parlare solo il dialetto e non conosceva l’italiano; perfino l’italiano stesso, all’inizio, non era che uno dei tanti dialetti parlati in Italia.
La storia dei dialetti italiani è la storia stessa dell’italiano. Infatti, l’italiano deriva dal latino, così come dal latino discendono i dialetti che si parlano in Italia.
Tutte le lingue derivate dal latino, all’inizio, erano dette lingue volgari o semplicemente volgari. La parola volgare vuol dire appunto parlato dal volgo (dal latino vulgus), cioè dal popolo, che ormai non conosceva più il latino. Così il siciliano, il bolognese, il piemontese, il veneziano, il lombardo, che oggi chiamiamo dialetti, all’inizio erano lingue volgari.
Il toscano all’inizio era solo uno dei tanti volgari. L’italiano si chiama così, infatti, solo dal 16° secolo; e con il termine italiano si indica il volgare toscano riconosciuto ormai come lingua di tutta la nazione. Il termine dialetto nasce in questo periodo per distinguere tutti i volgari parlati nelle varie parti del paese dal toscano divenuto nel frattempo l’italiano.

[…] Seravale ‘ncu a spale è Castè
a so pè “Scrivia” a burbota
è pù antigu ‘d tüti i mestè
loungu a strò là daa Barblota.

Ogni tauntu fanu na retò
travestì e quei done is ne ‘npipa
l’indumaun soun torna ‘nta strò
e i continua a vaindesi a tripa
.

(Bobbio – da: Tütu è moundu l’è paize)

Mappa delle Lingue e Gruppi dialettali in Italia (immagine Wikimedia)

Contare i dialetti è veramente difficile, se non impossibile. È difficile da tracciare il confine tra un dialetto e l’altro. Infatti in ciascun paese e in ogni villaggio il dialetto ha spesso caratteristiche che lo differenziano da quello del paese o del villaggio vicino. In genere si fa riferimento a regioni, a province o a grandi città per definire i dialetti. E così parliamo di dialetto calabrese, piemontese o lombardo, milanese, cosentino, e così via. Ma in realtà sono denominazioni molto larghe e imprecise, perché spesso le differenze sono tali che non vi è possibilità di comprensione reciproca perfino all’interno della stessa regione.

Tutti i dialetti sono metafore e tutte le metafore sono poesia.
(Gilbert Keith Chesterton)

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Benito Ciarlo

Calabrese di Montalto Uffugo (CS), dov'è nato nel 1950. Vive a Serravalle Scrivia (AL) dal 1968. Ha lavorato In Europa Metalli (ex Delta) come esperto di tutela dell'ambiente e responsabile della prevezione degli infortuni sul lavoro, svolgendo anche le mansioni di responsabile delle pubbliche relazioni. Appassionato di dialetti italiani e di Letteratura Medievale, ha svolto numerose serate di divulgazione delle opere di Dante Alighieri presso la Biblioteca Allegri. Insegna "Divina Commedia" all'Università della terza Età UNITRÈ Arquata-Grondona. Ha scritto e pubblicato Racconti e Raccolte di Poesie (in lingua e vernacolo) .