BAGNASCO, Giuseppe

Giuseppe Bagnasco (Serravalle Scrivia, 14 agosto 1900/)

Manovale, muratore, antifascista, comunista, schedato nel Casellario politico centrale del Ministero dell’Interno dal 1931 al 1942, condannato dal Tribunale speciale per la Difesa dello Stato, detenuto politico, partigiano.

Giuseppe Bagnasco, giovane muratore, combattè nella Prima guerra mondiale, partito per il fronte non ancora diciottenne. Smobilitato, ritornò al suo lavoro di manovale. Nella Serravalle degli anni Venti maturò la passione politica, guardando anche all’esperienza del suocero, Carluccio Figini, un socialista, consigliere comunale nella prima amministrazione di sinistra di Serravalle. Con la scissione del Partito socialista, Bagnasco (nella foto a lato tratta dal suo fascicolo del Casellario politico centrale del Ministero dell’Interno) aderì ai “Giovani comunisti”. Con lui un altro serravallese, amico fraterno, Mario Roberto Berthoud. Nel corso di un’indagine della polizia sull’organizzazione clandestina provinciale comunista di Alessandria, venne individuato come fiduciario del Partito per la zona di Serravalle insieme a Berthoud che assunse omologo incarico per il settore giovanile. Venne arrestato il 27 febbraio1931 e, contestualmente a Berthoud, venne denunciato al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato per la sua attività politica clandestina.

Con sentenza del 20 novembre 1931 il Tribunale speciale lo condannò «…pei reati di appartenenza e di propaganda relative a partito disciolto (art. 4 Legge 25.11.1926 nr. 2008) ad anni 3 di reclusione ad anni due di libertà vigilata e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici e assolto per non provata reità dalla imputazione del reato di ricostituzione del partito stesso…» come annotato nella sua scheda personale del Casellario politico centrale del Ministero dell’Interno. Il 13 agosto 1932 la Prefettura di Alessandria così notiziava il Casellario riportando il contenuto di una nota pervenuta dalla Prefettura di Pisa, datata 4 agosto, in cui si dà atto di un episodio avvenuto presso le locali carceri giudiziarie, nel corso della traduzione di Bagnasco al reclusorio di Viterbo, dove avrebbe scontato la sua pena: «…Nel pomeriggio… (del 26 luglio 1932 ndr.)… il detenuto Ceretti Alfredo…, di anni 45, nato a Livorno, traendo pretesto dalla mancata pronta somministrazione di un speciale farmaco che aveva chiesto, adducendo di essere sofferente di mal di capo, cominciò a fare apprezzamenti poco benevoli verso l’Italia, dicendo “questa è povera mentre la Francia è ricca ed ha molto oro” ciò determinò il risentimento di coloro che l’ascoltavano e il detenuto Badari Attilio… di anni 51, nato a Lusara (Reggio Emilia) lo rimbeccò vivamente. Il detenuto Bagnasco Giuseppe… intervenne nel dibattito, dichiarandosi solidale col Ceretti, mentre il detenuto Timpanelli Calogero si associò al Badari per rimproverare il Ceretti, dicendo che “pur essendo stato assente dall’Italia sette anni, si sentiva orgoglioso di essere italiano. Tale discussione ebbe termine per l’intervento dell’agente di custodia di servizio, che poi riportò il fatto ai superiori gerarchici. Il Ceretti ed il Bagnasco, interrogati dal Comandante delle carceri, negarono gli addebiti loro mossi; il secondo affermò di avere soltanto detto che “finora la politica francese e quella inglese avevano dominata la politica francese”. Entrambi erano detenuti in transito, per cui il giorno successivo partirono in traduzione, l’uno per Livorno, l’altro  per la casa penale di Viterbo…». Il 14 agosto 1932, l’Ufficio Territoriale di Livorno comunica al Ministero dell’Interno che in merito ai fatti di Pisa: «…con provvedimento in data 9 agosto 1932 il Pubblico Ministero presso il Tribunale Speciale è stato definito il procedimento a carico dei detenuti Bagnasco Giuseppe e Ceretti Alfredo, denunciati dalla Direzione del Carcere di Pisa… per vilipendio alla Nazione Italiana. Con detto provvedimento è stato ordinato non doversi promuovere  l’azione penale, non ravvisandosi, nel fatto gli estremi del delitto previsto nell’arti 291 C.P.…» .

Così il figlio Luigi Bagnasco racconta la carcerazione del padre:«…Mio padre fu processato a Roma, venne condannato recluso nel carcere di Viterbo, dove restò più di un anno e mezzo, in accoglimento di una richiesta di avvicinamento avanzata dalla famiglia al Ministero di grazia e giustizia, lo spostarono a Fossano, dove in quel periodo lavorava una guardia carceraria di Serravalle. Quando il fratello di mia mamma, Enrico Figini, e mia madre, sono andati a trovarlo in carcere a Fossano, lo hanno trovato vestito con una giacca tutta stracciata, barba lunga, capelli lunghi e come l’ha visto così mia mamma è caduta in terra svenuta. Ecco com’era il carcere fascista, non c’era pulizia, erano trattati come buoi. Mio padre a Viterbo fu incarcerato insieme a Celeste Negarville, che fu il primo Sindaco di Torino, dopo la Liberazione. Negarville gli ha insegnato l’alfabeto Morse per sapere le notizie da fuori del carcere, utilizzando una sorta di telefono senza fili, si parlavano in questo modo, l’hanno scoperto è gli hanno inflitto 15 lune di segregazione, senza luce, in uno stanzino. Dopo la guerra, Negarville lo invitò a Palazzo comunale a Torino, si rincontrarono. Mio padre si sentiva in soggezione perché suo fratello era stato nelle Brigate nere, ma Negarville lo rassicurò…». Tra i numerosi detenuti politici che, sin dal 1927 vennero reclusi dal Regime nel carcere viterbese di Santa Maria in Gradi, figurano esponenti di primo piano del Partito comunista come Altiero Spinelli, già dirigente dell’organizzazione della Federazione giovanile del Pci, incaricato di sopraintendere alle organizzazioni giovanili tra Piemonte, Liguria e Lombardia, autore con Ernesto Rossi del “Manifesto di Ventotene – Per un Europa libera e unita” documento rivelatosi fondamentale nella genesi della futura Unione Europea.

Il 5 novembre 1932, in occasione del decennale del Regime, venne concessa l’amnistia che restituì la libertà a numerosi antifascisti condannati dal Tribunale speciale, tra questi anche Giuseppe Bagnasco e Mario Roberto Berthoud. Scarcerati, i due amici ritornarono a Serravalle. Il 18 gennaio 1933, il Casellario viene informato che: «…in esecuzione di declaratoria del Tribunale Speciale… in data 21.12.1932 ed in applicazione del R.D. di Amnistia 05.11.1932 Nr. 1403 il Giudice di Sorveglianza di Alessandria ha disposto la cessazione della esecuzione della libertà vigilata inflitta al Bagnasco con sentenza del 20.11.1931 alla quale per altro non era stato sottoposto all’atto della dimissione dalla Casa di Pena…».

Tornato a casa, Giuseppe Bagnasco: «…esercita il mestiere di manovale. Lavora e conduce vita regolare. Non si occupa di politica e non consta che svolga occultamente attività sovversiva. Viene vigilato…» così come annotato dalla Prefettura di Alessandria il 1 maggio 1934. Dai successivi rapporti trimestrali risulta: «…Continua a tenere regolare condotta morale e politica senza dar luogo a sospetti. Viene vigilato…». Un periodo difficile così ricordato dal figlio, Luigi Bagnasco: «…Dopo la detenzione (Berthoud e mio padre ndr.) erano vigilati, a Serravalle poi nessuno gli dava lavoro, Berthoud faceva il ciabattino, era un artigiano e non aveva bisogno di occupazione, ma mio padre faceva il muratore ed aveva bisogno di lavorare. Al collocamento gli rispondevano, con disprezzo “vai a cercare lavoro dai tuoi compagni!” Senza la tessera del Partito (Partito Nazionale Fascista ndr) non si lavorava. Con la Guerra d’Abissinia vi fu l’opportunità di venire occupati tramite il Collocamento come operai in Africa e mio padre, partito da Genova, vi restò sei mesi…». Nella primavera del 1936, mosso sicuramente dalle pressanti motivazioni economiche, cui si sommarono il clima d’intimidazione poliziesca e le discriminazioni determinate dalla sua fede politica, Giuseppe Bagnasco decise di emigrare, come lavoratore coloniale, nei territori dell’occupazione italiana in Africa Orientale. Non conosciamo le esatte circostanze che determinarono Bagnasco a questa decisione: forse lesse di questa opportunità sfogliando una delle pubblicazioni propagandistiche a cura del Ministero delle Colonie, oppure venne persuaso da qualche amico già partito per quei lidi lontani, Eritrea, Etiopia, Somalia e Libia, in cerca di lavoro e di fortuna, in alternativa al tramontato “sogno americano”, spazzato via dalle sempre più severe restrizioni imposte dagli Stati Uniti. Dopotutto, in quegli anni, immediatamente precedenti alla proclamazione dell’Impero, il Regime non si mostrò ostile all’emigrazione in terra d’Africa, anzi promosse ed organizzò l’espatrio di lavoratori e braccianti agricoli dalla Penisola alle colonie, opera che rispondeva ad un preciso disegno politico interno, finalizzato alla gestione del dissenso in seno all’opinione pubblica nazionale, ed esterno, concretizzando dinamiche di colonialismo demografico. Congedatosi dagli gli affetti, dagli amici, dalla natia Serravalle, Bagnasco giunse alla Stazione Marittima di Genova, forse accompagnato da qualche persona cara, portando con se l’umile bagaglio dell’emigrante, venne messo ordinatamente in fila con altre centinaia di espatrianti dal personale addetto all’imbarco, in attesa di assolvere ai controlli sanitari ed alle pratiche burocratiche. Non sappiamo quale peso gravasse il suo cuore, quali speranze lo sostenessero nell’affrontare il momento del dolore e del distacco dalla famiglia, dalla terra natia. Per fare coraggio a coloro che lasciava forse dispensò sorrisi, mostrandosi fiducioso sulle opportunità d’oltremare, forse pianse, rivolgendo lo sguardo al profilo della Superba dalla fiancata di quella vecchia e malsicura nave che varcava la bocca di porto alla volta dell’Africa. L’espatrio di Bagnasco passò in un primo momento inosservata agli organi di polizia che avevano l’obbligo di segnalare al Prefetto ogni cambio di residenza o spostamento dei sovversivi schedati, infatti l’ultima precedente informativa, datata 8 luglio 1935, riferì lapidariamente: «…Non si hanno particolari motivi da riferire sul suo conto. Viene vigilato…». In merito alla vicenda, la Prefettura di Alessandria così relazionò al Casellario Centrale, il 2 maggio 1936: «…Comunico che nonostante le precise disposizioni impartite all’Arma di Novi Ligure, di particolari misure di vigilanza e di segnalazione degli eventuali suoi spostamenti, la partenza del sovrascritto sovversivo (Bagnasco ndr.) per l’A.O. (Africa Orientale ndr.) non era stata segnalata a questo Ufficio che ne venne a conoscenza solo a seguito ad una specifica richiesta all’Arma di riferire sul comportamento tenuto in questi ultimi anni. Nel suo riferimento, l’Arma soggiungeva che la partenza… era avvenuta senza che l’Arma di Serravalle Scrivia fosse stata al riguardo interessata e che la pratica era stata svolta dall’Ufficio di collocamento di Novi Ligure con il Commissario per le Migrazioni Interne. Poiché nessun lasciapassare risultava rilasciato dalla locale Questura, sono state svolte indagini per conoscere le modalità del suo espatrio ed è così venuto a risultare che le pratiche relative alla partenza del Bagnasco, unitamente ad un contingente di circa 200 operai, erano state esperite dalla Delegazione del Commissariato per le Migrazioni… di Busalla (Genova) che provvide a far accompagnare da un suo rappresentante, gli operai fino al porti di Genova ove si imbarcarono. Dopo la sua dimissione dal carcere… il Bagnasco aveva sempre tenuta regolare condotta, non si era più occupato di politica e aveva anche dato qualche segno di ravvedimento. Comunque sono in corso indagini per conoscere il recapito del Bagnasco in A.O. (Africa Orientale ndr.) per le opportune segnalazioni. Commissario delle Migrazioni Interne informato…». Dal rapporto si evince chiaramente che l’emigrazione di Bagnasco era completamente sfuggita alle maglie della vigilanza di polizia cui era soggetto.

Ulteriori dettagli sulle circostanze del trasferimento in terra d’Africa di Giuseppe Bagnasco si trovano in un rapporto prefettizio del 22 maggio 1936: «…Risulta trovarsi in Africa Orientale come operaio alle dipendenze della ditta “Puricelli”, arruolato con un contingente di 200 operai dalla Delegazione di Busalla (Genova) del Commissariato per le Migrazioni Interne; senza che da parte della locale Questura gli fosse stato rilasciato alcun lasciapassare…» ed una successiva nota, datata 26 maggio 1936, con cui l’Ufficio Territoriale del Governo di Alessandria reca disposizioni in merito alla sorveglianza di Bagnasco al Comando di Divisione dei Reali Carabinieri dell’Eritrea ad Asmara: «…Questo Ufficio è venuto a conoscenza che è partito da Genova, diretto in A.O. (Africa Orientale ndr.) con un contingente di 200 operari ingaggiati dalla Ditta “Puricelli”in soprascritto individuo (Bagnasco ndr.) di professionale manovale che ha precedenti come comunista. Detto Bagnasco venne infatti arrestato il 27.02.1931 e denunciato al Tribunale Speciale… quale fiduciario di zona in Serravalle Scrivia di una ricostruita organizzazione del Partito Comunista e con sentenza 20.11.1931 dello stesso Tribunale condannato… In seguito a R.D. di amnistia e indulto del 05.11.1932, venne dimesso dal carcere di Viterbo dove stava espiando la pena e rimpatriato a Serravalle… e da allora non ha più offerto motivi a rilievi… E’ coniugato con prole e buon lavoratore. Attualmente risulta trovarsi costà al seguente indirizzo I Raggruppamento II Gruppo Centuria Lavoratori, IV Compagnia Eritrea. In considerazione dei suoi precedenti e non avendo ancora dato sicure prove di effettivo ravvedimento, segnalo il Bagnasco a Codesto Ministero per la disposizioni di rintraccio, vigilanza ed eventuale rimpatrio. Tornerà gradita qualche notizia in merito…».

La permanenza in Africa di Bagnasco fu breve, come racconta il figlio Luigi: «…Con la Guerra d’Abissinia vi fu l’opportunità di venire occupati tramite il collocamento come operai in Africa e mio padre, partito da Genova, vi restò sei mesi. Oltre al muratore, faceva l’accendino della pubblica illuminazione. Là si prese la malaria, la dissenteria e venne ricoverato in ospedale…». Probabilmente a causa dei problemi di salute Bagnasco fu rimpatriato. A Serravalle ritornò alla sua quotidianità e, puntuale, la polizia fascista riprese la sua vigilanza. Nei rapporti prefettizzi, dall’ottobre 1936 al luglio 1940, risulta la sua buona condotta e nulla di particolare viene segnalato. Il 21 settembre 1940, il Casellario Politico Centrale annotò che Bagnasco venne ingaggiato dal locale Ufficio di Collocamento dell’Unione Lavoratori quale operaio per la Germania, chiedendo determinazioni in merito all’espatrio del manovale serravallese, rappresentando contestualmente il proprio parere positivo motivato dalla:  «…buona condotta tenuta dallo stesso in questi ultimi anni… Infatti il Bagnasco, che ha preso parte alle operazioni in A.O.I. (Africa Orientale Italiana ndr.) per tale motivo è decorato dalla medaglia commemorativa con gladio romano, dall’epoca in cui fu dimesso dalla Casa Penale di Viterbo – novembre 1932 –  non ha più dato motivo a rilievi col suo comportamento politico ne luogo a sospetti…». Il Ministero dell’Interno, con nota del 25 settembre 1940, diretta alla Divisione Frontiera Ufficio Passaporti, concesse il nulla osta politico al rilascio del passaporto per la Germania. Il 30 settembre 1941, il Casellario annotò: «…In seguito ad autorizzazione ministeriale è espatriato in Germania per motivi di lavoro… ».In Germania proseguì la sua vigilanza che tuttavia non dava adito a rilievi. La permanenza in Germania per motivi di lavoro di Bagnasco è in ultimo documentata da un’informativa del 7 aprile 1942. Ricorda il figlio Luigi: «…Rientrato in Italia, andò a lavorare in Germania, in Renania, ma per poco tempo. Lavorava alla costruzione di rifugi antiaerei, si sentiva discriminato dai tedeschi, razza superiore. Ad un certo punto, la sua fede comunista venne scoperta e temette la deportazione, così chiedette ed ottenne il foglio di via…».

Riallaciati i rapporti con Serravalle, ritrovò le frequentazioni e gli amici di sempre, il lavoro, ma anche l’impegno prudente nella propaganda e nella stampa clandestina a favore del Partito che si protrasse sino al 1943, come nel ricordo del figlio. L’indomito spirito antifascista di Giuseppe Bagnasco lo motivò ad impegnarsi anche nella Lotta di Liberazione. Fu partigiano, con il nome di battaglia di “Portos”, dal 7 agosto 1944 al 8 giugno 1945, inquadrato nella 2° Brigata “Vittorio” della 16° Divisione Garibaldi “Viganò”. Armi in pugno prese parte alla liberazione di Serravalle, come ricorda il figlio Luigi Bagnasco: «…Il 25 aprile… mio padre ed i partigiani hanno disarmato i tedeschi, sul castello (venne issata ndr) la bandiera bianca, con lui, suo fratello Alberto Bagnasco, Barba Ernesto e Figini, sono andati a ricevere la resa dei tedeschi sul castello…».

La guerra civile pretese da Giuseppe Bagnasco un pesante tributo: il figlio primogenito, Aldo Bagnasco, classe 1926, arruolato a forza nella Brigata Nera, venne catturato dai partigiani nel corso della battaglia di Garbagna del 13 marzo 1945 e, dopo una roccambolesca prigionia, fucilato il 4 aprile 1945 a Cravasco (Ge).

La perdita del figlio Aldo non fu l’unico lutto che il conflitto portò nella famiglia Bagnasco: il nipote di Giuseppe, figlio del fratello Angelo, il Sergio Bagnasco, classe 1924, partigiano della 3° Brigata “Liguria”, catturato dai nazifascisti nel corso del rastrellamento della Benedicta nella Pasqua del 1944, trucidato a Voltaggio, l’8 aprile 1944.

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