A pucisioun ‘d l’Adulurata

di Gian Paolo Vigo

In processione ci si deve andare, non fosse altro per ragioni di appartenenza al “branco” e di affermazione dell’identità di un popolo. Chiaro che alcuni siano maggiormente partecipi, altri piuttosto distratti… come i chierichetti più o meno attenti. Per alcuni di essi era ed è un “gioco” rituale, per altri un rituale ripetitivo e di conseguenza noioso, con inevitabili gesti di antagonismo: qualche ragazzino si contende la croce astile od il turibolo o le candele, qualcun altro strattona l’abito ad un “collega”, ecc. Anni fa la supervisione dei genitori (anche se non presenti sul posto, sarebbero comunque stati informati) rimetteva a posto le cose salvo “fare i conti a casa”. Parenti e clero speravano che l’esperienza religiosa portasse qualche vocazione. Alcuni famigliari accompagnavano con sguardo orgoglioso i propri figli e nipoti (guarda che bravi, mica come certi altri che non sono ministranti), anche se le differenze di estrazione sociale tra bambini e relative famiglie rimanevano, al di là del momento comunitario (ma questo lo si vedeva più che altro dai vestiti civili, una volta tolte talare e cotta che a modo loro costituivano un equilibratore simbolico, un po’ come per gli abiti confraternali). Poi è chiaro che tutti avrebbero voluto acquistare qualche biglietto alla pesca di beneficienza (à luterìa) ma questo non era economicamente possibile per tutti od in ugual misura.
I credenti osservavano in silenzio il passaggio del corteo, i non credenti non vi partecipavano o comunque lo trascuravano senza ostentazione di avversione. Di solito era il rispetto o l’ignorarsi che equilibrava le ragioni delle controparti. Tutti nella loro vita avrebbero ricordato, prima o poi, che “un tempo” avevano presenziato in qualche modo a questi od a simili atti, ciascuno ricavandone, a seconda delle sensibilità individuali, utile esperienza per la propria esistenza, esperienza portata con sé fino alla morte, oppure solo ricordi sepolti con l’abbandono di un certo modo di vivere.
Ecco dunque incedere, lentamente, solennemente, cadenzatamente, la statua dell’Addolorata ma pure dell’Assunta e della Trinità.
In principio i portatori erano otto, quatto per stanga, poi il peso e la necessità di rendere il trasporto meno “sobbalzante”, consigliarono di aumentare i “facchini” a dodici.
Le due Confraternite avevano i propri, che poi in parte confluivano nel portare l’Addolorata, e viceversa. Per quest’ultima i portatori venivano individuati come i “turchini” dal colore della mantellina con cappuccio indossata sopra la tunica bianca. Non si andava infatti sotto la statua in abiti civili (“borghesi” come si usa dire da noi).
Chi comandava la squadra (composta da un numero maggiore di portatori rispetto ai 12 necessari, visto che c’erano e ci dovevano essere portatori di ricambio, in tutto o in parte), era il “batticassa”. Si tratta di colui che coordina il passo, la partenza e le soste dei portatori delle statue nel corso delle processioni. Manovre (avvii e soste) ed andatura erano scanditi mediante l’uso di un martello di legno con cui egli batteva sulle stanghe delle casse processionali stesse. Il metodo è di importazione spagnola, dove questa figura é chiamata capataz. L’ultimo batti cassa serravallese fu tale Giumein d’à Crena Carrega deceduto negli anni Settanta.
Ogni 50-100 passi dunque, occorreva fare una “possa” (una sosta) per prender fiato. Per questo attorniavano la statua quattro persone che portavano i c.d. “forchini”, stanghe in legno sormontate da un innesto a forma di U (come se fosse una piccola forca a due rebbi) su cui veniva fatta appoggiare la statua durante queste pause.
Di conseguenza era normale che si venisse a creare uno spazio tra la statua ed il clero che la precedeva, spazio necessario per permettere ai portatori di riprendere sulle spalle la cassa ed avanzare fino a nuova sosta. In sostanza la capacità dei bastonieri era quella di non lasciar “strappare” troppo tra loro, l’una dall’altra, le diverse componenti della processione. Per i portatori dei crocifissi era invece diverso, il cambio avveniva di solito ”in corsa” con veloce passaggio tra l’uno e l’altro, tecnica raffinata solo più recentemente con l’impiego dello “stramügu” (cambiatore) che si prendeva il suo tempo per eseguire il passaggio.
Non si può dire che il trasporto fosse facile né silenzioso, qualche richiamo da parte del batticassa ci stava, del resto il rischio era di veder pericolosamente ondeggiare la statua a scapito della sua stabilità (anche se non risulta che sia mai caduta) e delle condizioni fisiche delle spalle e schiene dei portatori. E’ ben vero che si trattava di persone abituate alla fatica quotidiana dei campi e delle officine ma non bisognava neppure esagerare nell’esibizionismo. Veniva riconosciuta la prestanza di alcuni ma veniva altrettanto calmierata se necessario… “Ti porti u Signù, mia na cargò ‘d legna o ‘n sacu ‘d patate!” (qualcuno riferisce che un Parroco di un paese vicino aveva fortemente ripreso un portatore che incedendo grossolanamente aveva fatto cadere un crocifisso, al che il portatore avrebbe risposto al prete: sì ho fatto cadere il “Cristo” ma questo non è Gesù Cristo, è solo un pezzo di legno…).
Le mutate condizioni di lavoro, di sensibilità, di composizione della società, finirono per portare, a partire dagli anni ’70, all’adozione (senza tanti rimpianti) di un apposito furgoncino per il trasporto dei nostri simulacri. Ormai le squadre portatori si erano dissolte. L’unica evoluzione contemporanea è stata, forse, il passaggio da rumoreggianti mezzi di trasporto a meglio acconciati carrelli a spinta (Vignole) od a motore elettrico (Arquata). Il risultato dovrebbe essere più decoroso. Meno in auge, invece, il trasporto su carro a traino animale (Gavi) perché costoso e perché gli animali non sono semplici da gestire. Anche la Trinità di Serravalle uscì a traino equino negli anni ’80 ma poi la famiglia “Batistòun” non riuscì più a garantire il servizio.
Il furgone tutt’ora usato è un Fiat 615 diesel a pompa rotativa (un veicolo raro ed originale, d’epoca), che fu il mezzo da lavoro di Carlein Bisio, autotrasportatore fino agli anni ‘50/’60, che era orgoglioso di raccontare dei suoi viaggi in Liguria ed a volte anche in centro Italia, della durata di intere settimane. Negli anni successivi alla pensione pensò di donare il suo automezzo per il trasporto dei nostri simulacri. Attualmente la Trinità viene caricata su un più agevole furgoncino procurato pochi anni fa da Gian Cravero, il furgone di Carlein esce per l’Assunta e per l’Addolorata. Per caricare su di esso dette statue venne allestito sul pianale apposito telaio in legno in corrispondenza delle staffe delle casse. Durante l’anno il veicolo viene parcheggiato presso i “bianchi” che ne curarono la manutenzione specialmente qualche anno fa quando dovette essergli rifatto il motore. Qualcuno osservò (aneddoti del nostro piccolo mondo) che l’automezzo circolava “fuori collaudo” pur essendo scortato dalle forze dell’ordine che sono sempre invitate alle processioni e sono onorate di accompagnare i nostri simulacri.
Dobbiamo ricordare tutto e tutti e quindi hanno titolo per essere menzionati anche gli autisti del sopra descritto mezzo di trasporto. Si tratta di Angelo Orlandi e di Vladi Bennato. Serravallesi d’adozione (di Vargo il primo, di Stazzano il secondo), entrambi residenti ‘nta cuntrò ‘d sùa. Entrambi di professione autista di camion, quand’erano in attività. Morto il primo, vivente il secondo. Entrambi al centro di guai giudiziari in cui vennero coinvolti, guai che fecero notizia (ed aprirono fiumi di pettegolezzi ed illazioni) nel monotono andazzo quotidiano di un paese di provincia come il nostro. Insomma due personaggi più caratteristici di così sarebbe difficile scovarli. E poi non si dica che Serravalle non ha elementi (persone, storie, ecc.) originali e particolari!
Attualmente è la statua a chiudere la processione, grazie al lavoro dei nostri attuali Parroci che hanno fatto di tutto, non senza fatica, per cercare di ridare un po’ di inquadramento a quella che rischiava di essere solo una sfilata con davanti poche persone e dietro una massa confusa. Alla processione si partecipa inserendovisi e camminando in essa, non vi si assiste semplicemente standovi a lato. Non è stato subito facile far capire alla gente che la statua non sarebbe uscita di chiesa se prima i fedeli non si fossero incolonnati!
All’epoca, invece, dietro alla statua, infine, seguiva l’eterogeneo corteo di uomini che chiudeva la parata senza un vero e proprio elemento (persona o cosa) che indicasse il “fine corsa”. L’ordine che si cercava di mantenere davanti alla statua, andava a dissolversi dietro di essa. Gli uomini non cantavano i salmodianti inni delle donne ed era già tanto, poiché prima o poi, più o meno sottovoce, qualcuno di essi qualche commento, un saluto, un’osservazione la faceva con chi si trovava d’attorno. E non è che le donne nella parte iniziale del corteo facessero poi diversamente, forse lo facevano solo meno intensamente essendo impegnate a cantare e pregare. Gli uomini praticanti davano comunque il loro esemplare atteggiamento di compostezza incedendo a testa bassa, vestiti “dalla festa”, tenendo scrupolosamente le mani dietro la schiena, impugnando l’immancabile cappello. Tra di essi si individuavano pure i ragazzi che ormai erano passati dall’adolescenza alla soglia dell’età adulta (fermo restando che la maggior parte di essi era impegnata come portatore o confratello), ed alcuni soggetti “originali” (i “personaggi” del paese) che si davano un tono immettendosi tra la folla. Non è attestata costantemente la presenza ufficiale degli amministratori comunali e/o dei maggiorenti ed altre personalità di spicco, ma questa è un’altra questione.
E’ passata più di un’ora da quando il sacro corteo è uscito di chiesa, ora è prossimo il momento in cui vi sta per fare ritorno. Una cosa cui non si fa caso è in che direzione si è sviluppato. Innanzitutto le processioni hanno sempre un andamento antiorario, da destra verso sinistra, per indicare che Cristo, con la sua venuta, ha stravolto il tempo e la storia. La comunità dei credenti cerca così facendo di evidenziare questo “sovvertimento” quando cammina per le vie del mondo, per siti che, rispetto ai luoghi di culto, sono esterni, pubblici, in cui cerca di portare Cristo tra le case degli uomini (non solo il “Cristo” da processione) e soprattutto di presentare il Suo messaggio con l’ausilio di artistici ed imponenti simulacri, in funzione catechetica. Ecco quello a cui si dovrebbe guardare! Quindi il percorso (attualmente un po’ modificato) procede fino a piazza di Porta Genova, gira di 360 gradi per incamminarsi su via Berthoud, tiene la sinistra per fare via Gramsci, via Brodolini, piazza Bosio e tornare in via Berthoud per “rincasare”. Anticamente il percorso ridotto virava attorno a piazza Carducci per rientrare (in sostanza toccava le vie del primo ampliamento urbano).
Giunti in piazza Risorgimento la folla si dispone senza difficoltà in due ali ai lati della piazza: diventando spettatrice per ammirare l’arrivo dei gruppi, dei vessilli e soprattutto della statua (e di come e da chi vengono portati). Dopodichè, a poco a poco, tutti prendono posto in chiesa parrocchiale dove entrano le due confraternite che si dispongono a destra (i “rossi”) ed a sinistra (i “bianchi”) dell’altare. Il rientro della statua è accompagnato non da applausi ma da un clima di fervorosa tensione. Occhi che guardano, che ammirano, che implorano. E’ il momento di qualche parola di richiamo (da parte del celebrante) alla dimensione religiosa ed ultraterrena di quel che si è celebrato, nonché di un ringraziamento a tutti quelli che hanno partecipato a vario titolo e/o collaborato alla buona riuscita della ricorrenza (occorre stare attenti a non dimenticare nessuno per non creare incidenti diplomatici).
La benedizione eucaristica chiude il crescendo fin qui descritto, della complessiva durata di oltre nove giorni, considerando i preparativi, la novena, il giorno della festa, ed il suo definitivo esaurirsi il giorno successivo, il “lunedì della festa”, in cui una ulteriore funzione ricorderà e raccomanderà al Signore i defunti ed i benefattori, ossia tutti coloro che, al di qua oppure al di là intercedono (aiutano) per chi opera, ha operato ed opererà nella nostra Parrocchia e paese. Mai dimenticare chi ci ha preceduto e ci ha passato le consegne, se no non sapremmo neppure chi siamo e che celebriamo. E meno male che qualcuno ha cercato di trasmetterci anche i dettagli tecnici per farlo! Tanto peggio per noi se non ne siamo degni eredi! Ma non lamentiamoci se questa linfa non scorre più come una volta: forse a qualcuno non interessa, ma qualcun altro non sa neppure che esista. Dunque anziché ricordare romanticamente il passato occorre interrogarsi in funzione del futuro.
La funzione è finita, andate in pace! Si esce dalla chiesa facendo le proprie considerazioni, portando a casa i ricordi del presente e del passato di questo giorno di festa, attardandosi ancora con qualcuno che si conosce o che va nella stessa direzione. Visto che bell’allestimento,ti è piaciuto? Anche tu qui? E come mai il tale non c’è, forse non sta bene od è morto? Salutami i tuoi mi raccomando, è un po’ che non li vedo: vi verremo a trovare!Visto che situazione corrente? (riferito a fatti di cronaca paesana). In sostanza anche il “mondo piccolo” serravallese aveva un occhio a Dio ed un altro rivolto alla quotidianità, cosicchè eventi di piazza come quello presente costituivano indirettamente una occasione per gettare lo sguardo su tempora e mores. Qualche ragazzo o ragazza non disdegnava di certo di dare un’occhiata al sesso opposto per tentare un qualche timido approccio che poi si sarebbe potuto sviluppare in ambito ovviamente non religioso. Oggigiorno siamo più sbrigativi, i mezzi di comunicazione di massa ci aiutano, gli approcci interpersonali sono differenti, veloci (per non dire “mordi e fuggi”). A suo tempo, invece, senza giustificare certi mezzi e senza confondere le finalità da perseguire conle risorseimpiegate per raggiungerle (l’abbiamo detto all’inizio di questo scritto), erano vivacemente (e forse un po’ perfidamente) operativi i diversi “gazzettini padani” che con i loro pettegolezzi animavano la scena. “Guacia ‘n po’ lilè” sussurra il Tizio di turno al Caio di turno, nell’indicare qualche persona che si fa notare o su cui si vuol gettare gli occhi ad es. per un difetto fisico, per il portamento, per essere un personaggio chiacchierato, per essere una donna di cui parlare e sparlare (“Ma t’è vistu cmè ka s’è vistìa o da ki è che as fa cumpagnà?”) per tacer delle differenze di classe (tra più abbienti e meno abbienti, e relative frequentazioni) che purtroppo venivano fatte pesare (“Ma t’in vurè mia aveighe da fa ‘ncu quel lì?”) a volte in maniera certamente compassionevole ma certe altre volte in senso di fatto emarginante, modo di fare tristissimo soprattutto se riferito ai bambini poveri od a quelli con cui non si voleva far giocare/uscire i propri… (il tuo gioco o vestito o libro è più bello del suo, ecc.)
In sostanza, ed in definitiva, si rincasava con ricordi e speranze di una giornata fuori dall’ordinario che purtroppo veniva spesso riempita col poco o nulla che faceva parte del quotidiano… appiattendo tutto fino alla prossima buona occasione, fino alla prossima festa patronale, fino alla prossima occasione in cui sperare in qualcosa di meglio…e che u Signù un perdòuna !

Riccardo Lera

"Io nella vita ho fatto tutto, o meglio un poco di tutto" (Uomo e galantuomo di Eduardo De Filippo) Pediatra, scrittore per diletto, dal 2002 al 2012 assessore alla cultura di Serravalle Scrivia; ex scadente giocatore, poi allenatore e ora presidente del Basket Club Serravalle.