Don Pierino Bonaventura e il bombardamento aereo di Villalvernia

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.

Bertolt Brecht

Nel 1944 Villalvernia contava 800 abitanti e 350 sfollati. Ad essi si aggiungevano ogni giorno 100 ferrovieri provenienti dai paesi e dalle città del circondario

Il 1 dicembre 1944, il piccolo paese fu colpito nel primo pomeriggio da un pesante bombardamento aereo. E siccome le bombe sono intelligenti solo in una cosa, sanno scoppiare, gli ordigni piovuti dal cielo uccisero 114 civili e ne ferirono 235, molti in modo assai grave. Un terzo del paese fu completamente raso al suolo.

Tra i caduti anche il serravallese don Pierino Bonaventura. Era vice parroco a Villalvernia da soli 20 giorni (1):  non appena caddero le bombe si precipitò a soccorrere i feriti, ma gli aerei tornarono, sganciarono altre bombe e altra morte. Tra i caduti di questa seconda ondata ci fu anche don Pierino al cui ricordo a Villalvernia e a Serravalle è dedicata una Piazza.

Il 16 gennaio 1994 diventò Parroco di Villalvernia don Giuseppe Delorenzi, che dal 1970 al 1979 era stato Vice Parroco a Serravalle Scrivia.

Don Giuseppe si impegnò subito per tenere viva la memoria delle vittime del terribile bombardamento  e per condannare l’orrore della guerra. In particolare iniziò una ricerca di  documentazione, testimonianze e fotografie.  Con il materiale raccolto nel 1999 curò la pubblicazione del volume Il bombardamento di Villalvernia. Il vuoto di una volgare carneficina, edito dalla Parrocchia di Santa Maria Assunta.

 “Allontanare la guerra e costruire la pace è possibile solo con l’amore – scrive don Giuseppe Delorenzi nella prefazione al volume -. Per amare devo essere consapevole che occorre rispettare le persone senza differenze. Il fondamento della convivenza è il rispetto dell’altro come individuo.
Dopo secoli l’intricata matassa delle guerre e dei massacri è sempre all’orizzonte”.

Parole di drammatica attualità. Da quella pubblicazione vi riproponiamo alcune terribili foto e alcune testimonianze. Siano, così come voleva don Giuseppe, un monito per ricordare l’assurdità terribile e mortifera della guerra.
Guardiamo le foto e leggiamo le testimonianze di chi visse e subì il bombardamento: non c’è bisogno di nessun commento, c’è invece bisogno di serbare la memoria e gridare in ogni momento quanto siano assurde e contrarie all’essenza dell’uomo qualsiasi violenza e qualsiasi guerra.

TESTIMONIANZE

DAI RICORDI DI ANGELO POGGIO, FERROVIERE

Quel venerdì 1° dicembre 1944 ero al mio posto di lavoro. Era una giornata limpida, il sole sfolgorava e la temperatura mite. Vidi Chiodo che indicava verso l’alto. Si sentiva, infatti, un ronzio, diverso da quello del ricognitore che da una decina di giorni continuava a girare sulla zona ed al quale eravamo ormai abituati. Era un ronzio più forte, sembrava prodotto da parecchi aerei: un po’ aumentava, un po’ diminuiva, in cer­ti momenti pareva provenire dal cielo su Novi in altri da Alessandria e da Tortona. Ci scambiavamo i nostri timori: “ mica andranno a bombardare Novi?”. Alle 13,15 rientrai nel salone per raccogliere la corrispondenza. Sulla porta altri col­leghi guardavano all’insù, preoccupati. Mi resi conto che il ronzio si stava tra­mutando in rombo. Guardai verso l’alto e all’improvviso vidi brillare al sole, co­me fosse d’argento, un gruppo, mi pare, di tre aerei di quelli grossi. Sentii un ru­more tremendo, come se venisse squarciata una immensa lamiera, e vidi stac­carsi e precipitare oscillando e rotolando degli oggetti scuri: le bombe. Inconsciamente girai l’angolo del Municipio, poi- altrettanto inconsciamente – tomai indietro e mi rannicchiai fra l’angolo stesso e la porta, sotto al cornicione. In quell’istante le bombe scoppia­rono tra il Municipio e la strada statale. Fra il fumo e la polvere delle esplosio­ni, i rottami che cadevano ovunque, vidi un collega di cui non ricordo il nome e che si trovava un passo da me, ma allo scoperto, e che di colpo abbassò il capo e mi crollo accanto, morto. I boati di successive bombe li sentii più lontani, ver­so la strada. Resomi conto di essere incolume, fuggii inciampando nei cavi elet­trici, nelle macerie, cadendo più volte nelle aiuole del giardinetto (che ora non c’è più) del Municipio.
Ritrovai Chiodo e un altro collega. Gli aerei non si senti­vamo più e dal paese salivano urla, fumo e fiamme. Decidemmo, perciò di scen­dere in paese per dare aiuto. Mentre attraversavamo il boschetto, sentimmo gri­dare: “Toglietevi di lì! Volete fare da bersaglio”.

Chiodo ed io ci fermammo per rispondere che andavamo a vedere cosa era ac­caduto e per aiutare i feriti. Armando Traversa, invece prosegui. Quei pochi istanti di sosta salvarono me e Chiodo: improvviso risentimmo il rombo dei mo­tori e mentre noi due fuggivamo nuovamente sulla collina, a poche decine di me­tri, in paese, fu ancora il finimondo. Il povero Armando, invece, non fece in tem­po e il suo corpo fu ritrovato otto giorni dopo in mezzo alla strada coperto dalle macerie. Rimanemmo nascosti sotto i cespugli. Subito dopo giunse una maestra con parecchi ragazzi, mi pare dell’asilo o della prima elementare, che urlavano e si agitavano per lo spavento. Dal cielo arrivarono i caccia (o caccia – bombar­dieri che fossero) a mitragliare. Piombavano su di noi e vedevamo le fiammelle delle mitragliere, ma il loro obbiettivo era la strada e la ferrovia verso Tortona. Aiutammo la maestra a tenere fermi e nascosti i bambini. Infine i mitragliamen­ti si allontanarono sempre più verso Tortona. Capivamo che era tempo di corre­re in paese ma eravamo immobilizzati dalla paura. Ad un certo punto vedemmo spuntare due miei colleghi, Polesel ed un altro, sporchi di polvere e di sangue, stralunati, con gli abiti stracciati, ma con sotto il braccio la brava pagnottella: nemmeno sotto le bombe l’avevano mollata!. Lo choc subito ci aveva quasi convinti di essere gli unici scampati: il vedere quei due ci scosse e ci fece fi­nalmente decidere di tornare in paese. Ciò che trovammo lo si vede dalle foto. La Canonica e il Municipio erano in piedi. Sulla porta della canonica un bimbo aveva il capo troncato di netto; sui gradini del Municipio c’erano tre morti: due bam­bini e il capo della Contabilità, Pandolfi, che proprio quel giorno era a Villalvernia anziché a Spineto. La vil­letta della bambina bionda era letteral­mente scomparsa e mi si disse, in se­guito, di quella povera piccola non si trovò nulla: su di essa erano esplose le bombe. La Società Operaia distrutta, come pure l’Albergo più in basso. Altre distruzioni nel centro del paese; il pavimento della Chiesa, intatta, servì da ri­covero delle tante salme. Dei 31 ferrovieri morti e dei non so quanti feriti, la maggior parte perì tra le macerie della Società Operaia. Quando riuscii ad en­trare nel mio ufficio trovai l’ispettore Paolini seduto sulla mia sedia, riverso con­tro il radiatore. Lo aveva ucciso uno spezzone di ramo d’albero che gli si era con­ficcato nel torace. Inoltre aveva il cranio fracassato dall’urto contro il radiatore. Era ormai freddo. Su di un tavolo qualcuno aveva dèposto il collega Cavini. Usando come barella una porta divelta, Chiodo ed io scavalcando montagne di macerie e scendendo nelle immense buche fatte dalle bombe, lo portammo sul­la statale dove autocarri provvedevano al successivo trasporto a Tortona: mal­grado le gravi ferite, Cavini si salvò, come si salvò un altro collega, Valenza, la cui scrivania era accanto alla mia, e che aveva avuto le gambe stroncate. Continuammo a scavare fra le macerie fino a quando giunsero i tedeschi con i fucili invece delle necessarie pale.

Era ormai tardi e, alla chetichella, andammo a ricuperare le nostre biciclette: la mia aveva il manubrio spezzato a metà, ma funzionava. Al traghetto dello Scrivia, con nostra meraviglia, c’era Pidrein. Aveva le lacrime agli occhi ed era sporco di polvere e sangue: aveva dissotterrato dalle macerie diversi componen­ti la sua famiglia (questo lo seppi in seguito) ed era poi ritornato alla barca per­ché “la gente doveva passare”. Ma rifiutò il solito compenso. Quella cartella del­la corrispondenza “ da firmare” quel giorno, preparata da chi morì al posto mio, la ritrovai a Genova dopo la Liberazione.(Testimonianza Raccolta da Aldo Rossi)

TESTIMONIANZA DELLA MAESTRA RAIMONDA CORANA

Venerdì, 1°dicembre 1944, alle ore 14, gli alunni della classe seconda elementare di Villalvemia en­trano tranquil­lamente nella loro aula, situa­ta al piano ter­reno della casa canonica, in Via Roma. L’aula è inondata dai dolci e tiepidi raggi del sole autunnale ed essi, felici, prendono posto nei loro banchi e si affrettano ad estrarre dalle cartelle i libri di lettura. Un alunno premuroso incomincia a leggere con voce limpida e argenti­na, ma ben presto si arresta, perché disturbato dal rombo assordante dei sei qua­drimotori che stanno sorvolando il paese. Tutti i fanciulli ammutoliscono e at­tendono fiduciosi che gli apparecchi si allontanino, ma purtroppo non è così. All’improvviso, nelle vicinanze della scuola, cadono le prime bombe. La terra sussulta, i vetri si infrangano, le case colpite si sventrano o crollano. Una polve­re nera e leggera penetra e si diffonde nell’aula avvolgendo ogni cosa; insieme alla polvere entrano schegge di bombe impazzite che terrorizzano e colpiscono i bimbi che un attimo prima sorridevano alla vita. Il sangue che esce dalle ferite schizza sui grembiuli, sui banchi, sul pavimento, qua e là sulle pareti.

L’alunno Francesco Ratti, colpito alla testa, rimane fermo nel suo banco, mor­to. L’alunno Vittorio Francesco Sicbaldi ha una gamba amputata da una scheg­gia e l’altra gamba gravemente ferita. Perde continuamente sangue e viene tra­sportato all’ospedale di Tortona. Il giorno successivo muore. Anche gli altri alun­ni sono feriti, sia pure in modo meno preoccupante. Appena udito lo scoppio del­le bombe i genitori degli alunni si precipitano a scuola per riprendersi i loro fi­gli. Essi sono sconvolti dal dolore anche se non sanno che la tragedia non è an­cora finita. Dopo un intervallo di dieci minuti circa, altri “bombardieri” infatti sorvolano il paese, e il massacro dei bimbi innocenti continua.

  1. In quasi tutti gli articoli che compaiono sulla stampa locale si legge che all’epoca del bombardamento don Pierino era a Villalvernia da circa sei mesi. Si tratta probabilmente di un errore che si ripete da un articolo all’altro. Qui ho preferito rifarmi al saggio VILLALVERNIA 1944: l’epopea di solidarietà dei chierici orionini di Flavio Peloso, che per il suo lavoro ha consultato con attenzione documenti dell’Archivio centrale dell’Opera Don Orione di Roma[]