U Tugnan – Dario BOVERI, reduce della campagna di Russia

Nato negli anni ’20 e morto pochi anni fa, era figlio di Antonio Boveri, uno dei varghesi maggiormente conosciuti a causa dei suoi terreni e del suo bestiame.

Dario fu tra i pochi nostri conterranei che riuscì a tornare a casa vivo dal fronte russo, dopo le peripezie di cui diremo tra poco.

L’accaduto è uno spaccato di vita quotidiana, che dimostra quanto siamo tutti uguali sotto il sole, senza distinzioni. Anzi, queste possono, a volte, trasformarsi in espedienti utili a porre rimedio a situazioni disperate.

Raccontava Dario che lui e i suoi sfortunati commilitoni dovettero farsela a piedi dalla posizione dove il battaglione era giunto, fino praticamente al confine tedesco, da dove poterono poi il rientrare in Italia in treno.

Durante la tratta di ritirata percorsa a piedi, le terribili condizioni meteo costringevano drasticamente e cinicamente a decidere chi soccorrere e chi lasciar per strada. I suoi occhi brillavano ancora di lacrime quando ricordava alcuni suoi commilitoni assiderati o feriti che dovevano, a malincuore, essere abbandonati senza tanti complimenti: “mors tua, vita mea”…

Durante una tappa particolarmente travagliata, i fuggitivi si trovarono di fronte ad un’alternativa angosciante: se cioè morire di fame e di freddo o cercare aiuto in un villaggio. Bussare ad un’izba voleva dire correre il rischio di essere accolti a bastonate o peggio a fucilate. Chissà chi avrebbe aperto e soprattutto come avrebbe reagito alla vista degli invasori?

I nostri soldati non avevano nessuna dotazione appresso, men che meno alimentare, eccetto un mini-panettoncino inviato dal Regime alle truppe combattenti. Il pacco, che per motivi di diritto internazionale (ossia non essere intercettato alle frontiere), era ufficialmente dono della C.R.I., era accompagnato da una lettera infarcita di retorica patriottarda. Conteneva inoltre una immaginetta religiosa, che se non altro, aveva il merito di rassicurare (almeno spiritualmente) i destinatari, perché il restante contenuto del pacchetto-dono avrebbe consentito un’autonomia pressoché nulla.

Per quanto ingenua fosse, a Dario venne un’idea: di solito nei racconti uditi a scuola c’è sempre la scena dell’esploratore che si presenta alla tribù locale affermando di essere giunto con intenzioni pacifiche. C’era, tuttavia, da superare la barriera della lingua – come facciamo a farci capire in russo che non conosciamo, noi che a malapena ricordiamo il dialetto dei nostri luoghi d’origine? – Pensarono quindi a un gesto per far capire a chi avesse aperto la porta che venivano in pace. Ci voleva un qualche simbolo che visivamente attestasse le loro buone intenzioni. L’unico segno, l’unico biglietto da visita era proprio l’immaginetta religiosa.

Dall’uscio della casetta si affacciò una anziana signora che non reagì né si lasciò intimorire da quelle persone sfinite ed arrese, che cercavano di fuggire da uno scenario non idilliaco neppure per gli abitanti locali. Constatare che non si trovava di fronte ad invasori ma semplicemente a truppe (o meglio: a ciò che ne restava) abbandonate al proprio destino, le bastò per sentirsi rassicurata circa il fatto che non si trattava di invasori e che nemmeno intendevano (non ne avevano più la forza né fisica e né interiore) impadronirsi di generi alimentari, prelevandoli dalle dispense domestiche, peraltro non certo fornite: il loro gesticolare era più che esplicito ed il “ biglietto da visita” (l’immaginetta esibita) lo era ancor di più.

L’anonimo soldato italiano cercò, come abbiamo detto, a gesti, di presentarsi e farsi capire dalla donna; ma ciò che risultò più efficace di tutto fu proprio la piccola immagine religiosa. L’anziana comprese benissimo il messaggio, e, per tutta risposta, fece segno a Dario ed ai suoi commilitoni di seguirla nel granaio. Sembrò sparire nel buio del fondo del locale non illuminato, cosa che fece pensare ai nostri: adesso questa ci tende un tranello...

” ma no, non sembra proprio che debba finire così… il suo passo è affrettato e ci precede senza sincerarsi che la seguiamo (per assurdo potremmo spararle se avessimo ancora munizioni)… non ci tiene d’occhio come per essere sicura che andiamo proprio in direzione della trappola… cosa sta facendo?”

A gesti e a monosillabi di incitamento la donna, guardinga, fece avvicinare i soldati ad una cassapanca appoggiata alla parete della baracca. Una volta sollevato il coperchio, estrasse dal fondo un’icona della Madonna, che aveva tenuto nascosta alle armate sovietiche. Certamente era un oggetto di culto molto più bello di quel minuscolo foglietto di carta stampata in Italia, ma era la stessa Madre di Dio sia per gli Italiani sia per i Russi, e come tale si dimostrò ancora una volta protettrice dei suoi figli.

A modo suo, la vecchietta riusciva simpatica e rassicurante ed usava in sostanza lo stesso linguaggio dei militari, per far loro capire che la medesima fede li accomunava e che, almeno in questo, non avevano nulla da temere reciprocamente, se non le persecuzioni.

Anche lei aveva le medesime preoccupazioni alimentari degli invasori (non ce n’era né per i vincitori, né per i vinti). Per questo aveva nascosto nella cassapanca una piccola quantità di farina di cereali, sotto la quale aveva protetto la sacra immagine. Da lì a poco quella stessa farina venne trasformata in improvvisate focaccette per sfamare i soldati, insieme alla donna.

Poiché era ormai tardi e faceva troppo freddo per proseguire, Dario ed i suoi commilitoni vennero invitati ad entrare in casa dove avrebbero pernottato, al buio ed in silenzio per non dare nell’occhio. L’indomani, ospitante ed ospitati si sarebbero salutati come se si fossero sempre conosciuti (in rapporto all’età, avrebbero potuto essere suoi nipoti), e si sarebbero lasciati definitivamente. Il cammino della vita doveva proseguire!

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