EnciclopediaFerrovia

Arquata Scrivia e la Direttissima (seconda puntata)

La ferrovia come motore di sviluppo non solo socioeconomico, ma anche urbanistico.

Per il progetto di spostamento del tracciato della ferrovia Torino Genova si era pervenuti alla redazione di un atto di transazione extragiudiziale che prevedeva la cessione dei terreni della ferrovia da dismettersi, dopo la messa in esercizio del nuovo tracciato. Il Comune doveva dichiarare la pubblica utilità della vecchia ferrovia ceduta al Comune e formare un nuovo piano di ampliamento con nuove strade. Le condizioni dell’atto di transazione stabilivano inoltre che le Ferrovie dello Stato avrebbero provveduto a garantire la sistemazione dei vari attraversamenti mediante sottopassi o cavalcavia, e, in particolare, della strada che conduceva alla frazione di Varinella. E il Comune aveva firmato!

Tutto risolto dunque? Evidentemente no, se gli abitanti di Varinella, preoccupati di subire un grave peggioramento della loro già non felice situazione circa i collegamenti con il capoluogo, attuarono una protesta con una riunione di popolo che preoccupò non poco le Autorità preposte alla tutela dell’ordine pubblico. 

Telegramma del Sindaco al Prefetto di Alessandria

Alla fine, anche per l’intermediazione di alcuni noti personaggi locali1, l’adunata sediziosa si sciolse pacificamente e il Sindaco poté tranquillizzare il Prefetto.

Il borgo fortificato medievale

Con l’inaugurazione della nuova stazione (1916), si attuarono completamente le condizioni per la cessione al Comune della sede ferroviaria dismessa e poté nascere l’attuale via Roma. La stazione dismessa2 venne acquisita da privati.

Si chiude così, con questo spostamento, il secondo ciclo di espansione del capoluogo.

Il primo, quello che potremmo definire medioevale, aveva visto il consolidarsi del borgo fortificato, ben aderente alla pendice della collina alle sue spalle, baluardo naturale ed ottima postazione di osservazione, anche grazie ad un castello e una torre. Il borgo è attraversato dalla via Interiore e definito dagli edifici in fregio ad essa e dalle due porte: a NO, in piazza San Rocco, e a SE, in piazza Bertelli(( vedi anche Arquata e Serravalle: Borghi nuovi di Davide Canazza)).


Il secondo ciclo espansivo ha origine quando la ferrovia Torino Genova taglia uno spicchio di territorio tra il borgo antico ed il tracciato della via ferrata (attorno al 1850)3. La Strada Regia (la Statale dei Giovi) costruita tra il 1820 e il 1825, si era limitata a passare appena a nord del borgo antico, costeggiandolo solo sul lato esterno. Ma ora quei terreni che la nuova ferrovia racchiude tra la Strada Regia e la massicciata, divengono la naturale area di espansione dell’abitato e vi si collocano edifici residenziali e opifici (soprattutto, questi ultimi, ai margini dell’abitato4.


Lo sviluppo dopo il 1850

Accanto a questa espansione, che potremmo definire di completamento o di riempimento, si verifica, a cavallo della fine del secolo, un’altra espansione; certo quest’ultima è quantitativamente meno rilevante, ma pur sempre significativa per l’economia del paese, e si connota come un prolungamento dell’abitato verso S-SE: nasce la via dei villini.

Secondando una storica propensione alla villeggiatura, così ben rappresentata da Gilberto Govi in una celeberrima commedia di Niccolò Bacigalupo5 e immortalata nella malinconica canzone genovese Ma se ghe penso6, i genovesi della media borghesia, profittando della nuova ferrovia che consente facile (e soprattutto economico!) accesso alla località, e dei costi dei terreni più modesti, qui, in quello che loro chiamano l’oltregiogo, si costruiscono la sognata palassinn-a; per quanto le prime ad essere costruite (attorno al 1900) siano nella parte della via più discosta dall’abitato e verso la collina retrostante, e giacciano piuttosto in ombra e con livelli di umidità abbastanza alti.
L’architettura risente un po’ del Coppedè (allora molto in auge), con qualche severa torretta e il giardino tutto intorno.

Dopo lo spostamento della ferrovia nella sede attuale si apre la terza fase: lo sviluppo urbano segue spontaneamente la tendenza a fiancheggiare il nuovo asse viario (la nuova via Roma) completando il fronte verso il già edificato e collocando la nuova espansione (fino alla fine del 1900 e anche oltre) nello spicchio di territorio definito dalla via ferrata, nella sua nuova ed attuale sede, e dalla via Roma.

Le tre fasi di sviluppo: in rosso medievale; in arancio la fase ottocentesca; tratteggiata la zona dei villini dei “foresti”; all’esterno delle perimetrazioni la fase moderna (i perimetri sono solo indicativi)

L’architettura è quella senz’anima dei tempi nostri: banale e scimmiottante il razionalismo negli anni dell’immediato dopoguerra; all’inseguimento dei sogni borghesi quella dopo il boom economico: villette mono e bifamiliari, alla ricerca utopica della campagna in città, con il giardino attorno, il box per l’immancabile appendice a quattro ruote e la tavernetta.

Ma, come dice Carlo Emilio Gadda […] per essere un buon architetto bisogna essere un buon cittadino, e avere anima profondamente sensitiva, onesta e cognita. L’architettura è delle epoche di civiltà e di culto7e – aggiungo io – bisogna avere dei valori da esprimere.

Una società che ha pochi valori e flebili, non può che esprimere mediocri architetture; e questo vale per tutte le nostre città, grandi e piccole, nessuna esclusa! La parte moderna dell’abitato di Arquata, onesta ed anonima, salvata forse dalla sua dimensione, ancora a misura d’uomo, non fa però eccezione a questa regola.


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  1. Avv. Vernetti, Cav. Agusti e ing. Tamburelli []
  2. In largo Mazzini 13, attualmente sede bancaria. []
  3. Inaugurazione del tratto Novi Ligure Arquata Scrivia 1° febbraio 1851. Del tratto Arquata Scrivia Busalla 10 febbraio 1853. []
  4. Società Termica Italiana e Società Vetraria Ligure. []
  5. I manezzi pe majâ na figgia. []
  6. […] fäse a palassinn-a e o giardinetto,/co-o rampicante, co-a cantinn-a e o vin,/a branda attaccâ a-i ærboi, a ûso letto,/pe daghe ‘na schenâ séia e mattin. […], per quanto quello della canzone fosse il sogno dell’emigrato che lo collocava a corredo del suo ritorno in patria. Ma esprime comunque l’idea genovese della villeggiatura. []
  7. C.E. Gadda – “Le meraviglie d’Italia” – Einaudi, 1964 – pag. 124. []

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