Ottant’anni di PONTE ROTTO (1946-2026)

Nel 1949 Italo Calvino scrisse un breve saggio in cui proponeva “un primo bilancio delle opere letterarie italiane sulla Resistenza pubblicate” nei primissimi anni successivi alla Liberazione1 . Calvino nel suo scritto si chiedeva
se la Resistenza ha «dato» alla letteratura e ai letterati, se la letteratura italiana s’è arricchita, attraverso l’esperienza della Resistenza, di qualcosa di nuovo e necessario: io credo si debba rispondere risolutamente: «Si».
Tra i volumi che avevano questo carattere di “novità” lo scrittore, ed ex partigiano, sanremese collocava senza esitazione Ponte Rotto. Anzi, era proprio il primo titolo che citava nella sua disamina.

In effetti il Libro di Giambattista Lazagna fu uno dei primi ad essere scritto, a “caldo”, nei mesi dopo il 25 aprile, ma soprattutto, e questo è il tema che qui vogliamo analizzare, riveste un importanza che va ben al di là del semplice intento “memorialistico” con cui in genere viene ricordato.
A ottant’anni dalla sua pubblicazione vale dunque la pena ripercorrere brevemente la storia di quel libro, e mettere in evidenza gli intenti che mossero Lazagna quando decise di scriverlo: proviamo dunque ad analizzare quali caratteristiche fanno di “Ponte rotto” un’opera che si presta a diverse e complementari chiavi di lettura.
Come è noto e come è stato ripetutamente sottolineato, l’esperienza partigiana è stata fonte d’ispirazione per una sterminata produzione di volumi scritti dai protagonisti, i cui esiti sono assai diversi per impostazione e valore, dalla grande letteratura a contributi di non eccelsa qualità e di carattere autoreferenziale.
In questo panorama variegato, Ponte rotto occupa un posto particolare, legato anche alle vicende biografiche del suo autore: è stato pubblicato in molte edizioni e ha conosciuto uno straordinario successo legato soprattutto alla vicenda politica e processuale di Lazagna durante gli anni di piombo.
Tuttavia, queste motivazioni di carattere “militante”, hanno confinato in secondo piano altri aspetti di straordinaria importanza del volume, proprio quelli che indussero Italo Calvino a collocarlo tra gli scritti “d’indiscutibile valore morale e di una capacità naturale d’emozione”2
Prima questione di notevole rilievo: Ponte rotto, che narra le vicende della resistenza tra Genova e la Valle Scrivia, nel territorio partigiano dove operava la Divisione partigiana garibaldina Pinan-Cichero, fu forse il primo volume dedicato alla Resistenza ligure-alessandrina ad essere dato alle stampe. Uscì, come ricorda lo stesso autore nella prefazione all’edizione 1996 dell’opera per i tipi di “Colibrì”
il 28 febbraio 1946, con la prefazione di Giovanni Serbandini (Bini) e la copertina del pittore Renato Cenni, col patrocinio dell’allora settimanale «Il Partigiano» stampato a Genova in continuazione dell’omonimo giornale Partigiano”3.
Fu scritto dunque nei mesi immediatamente successivi alla Liberazione4 e rappresenta una testimonianza quasi in presa diretta della vicenda partigiana sull’appennino ligure-alessandrino. È il primo volume di ampio respiro dedicato alla resistenza nelle valli Borbera e Curone, di cui ricostruisce i tratti e gli avvenimenti principali: nel corso degli anni il libro è diventato dunque uno strumento indispensabile per chi studia la resistenza sull’Appennino ligure-alessandrino.
Il secondo aspetto, ancora più importante, riguarda la natura stessa del libro. Ponte Rotto è considerato, erroneamente, un libro di memoria autobiografica: lo stesso Calvino, come abbiamo visto, lo colloca tra i più significativi esempi di diaristica partigiana e lo definisce “un bel diario”, con l’autorevolezza della sua penna, la collocazione dell’opera nel mare magnum della memorialistica.
In realtà l’autore scrisse sotto forma di memoria personale un testo assai più ambizioso e complesso. Proprio la scelta stilistica di Lazagna, che finì con l’ingenerare anche qualche incomprensione all’interno del mondo partigiano, è probabilmente responsabile di un interpretazione riduttiva del testo. Vale la pena dunque ricordare brevemente come Ponte Rotto fu concepito e realizzato dal suo autore.

Giambattista Lazagna apparteneva a una delle più note famiglie dell’antifascismo genovese5; il padre, Umberto, liberale, partecipò anch’egli alla resistenza e divenne capo di stato maggiore della VI Zona operativa ligure e, come tale, fu tra gli estensori dei piani per l’insurrezione di Genova.

Lazagna, avvicinatosi al Partito comunista negli anni dell’Università, divenne Vice Comandante della Divisione Pinan Cichero e dopo la Liberazione fu tra i principali dirigenti dell’ANPI di Genova, lavorò presso la redazione genovese de l’Unità, e fu tra i fondatori dell’Istituto per la storia della resistenza in Liguria, uno dei primi a nascere in Italia e custode di un ricchissimo archivio dove sono conservate le carte di tutte le formazioni operanti in Liguria e nel Basso Piemonte. Grazie a questi incarichi, in vista della stesura del suo libro ebbe la possibilità di accedere a tutta la documentazione all’epoca disponibile sulla “Guerra Partigiana tra Genova e il Po”: poté consultare i fondi documentari delle formazioni partigiane e dei Cln, le memorie partigiane, gli archivi personali, le carte delle commissioni di smobilitazione. Di questo prezioso materiale fece largo uso nella stesura del volume, raccontando, proprio grazie ad esso anche vicende ed episodi che non appartenevano alla sua esperienza personale.
Negli anni Novanta, nel corso di numerosi incontri con Lazagna, ho avuto modo di discutere con lui a proposito della stesura del volume e di consultare il materiale preparatorio e gli appunti da lui scritti in vista della redazione finale: queste carte hanno tutte le caratteristiche tipiche del “lavoro dello storico”. La scelta dello stile diaristico per la stesura del libro fu dovuta probabilmente ad un insieme di fattori: in particolare, Lazagna, che non era uno storico, si sentiva più a suo agio con la cifra narrativa, che non lo obbligava a confrontarsi con apparati di notazioni, lunghi e probabilmente consderati noiosi per il pubblico a cui la pubblicazione si rivolgeva; inoltre, l’urgenza di lasciare una testimonianza diretta della propria esperienza era particolarmente sentita tra i partigiani, e anche il Vice Comandante della Pinan-Cichero non volle rinunciare a raccontare la sua storia in prima persona, lasciando spazio nelle pagine finali anche al suo disincanto per il rapido affievolirsi delle speranze maturate nei mesi della vita partigiana.
Il lavoro di ricostruzione storica presente in Ponte rotto resta tuttavia particolarmente evidente ad una attenta lettura dell’opera: qui vogliamo dunque ricordare alcuni “indizi” rivelatori dello scavo documentario che precedette la stesura del libro.
Un primo segnale ce lo fornisce proprio Lazagna nella Prefazione (intitolata Lettera dell’autore) che scrive per la già citata edizione “Colibrì” del 1996:
L’idea di scrivere questo libro fu di Fiammetta Sforza (figlia del Ministro degli Esteri Carlo Sforza) che si proponeva […] di pubblicarlo in Gran Bretagna, allo scopo di far conoscere il movimento partigiano italiano, allora pressoché sconosciuto 6.
Lazagna, nella stessa Lettera dell’autore, scrive di avere iniziato la stesura del libro “senza fare particolari ricerche” ma aggiungendo, subito dopo, di aver lavorato “sulle carte del comando della Pinan-Cichero”7. È dunque lo stesso autore a raccontaci che la redazione del libro si mosse su una duplice linea, i ricordi personali e la documentazione storica.
Un secondo indizio lo possiamo trovare nella cura con cui vengono minuziosamente datati i singoli episodi di guerriglia, e nelle pagine finali dell’opera, in cui Lazagna ricostruisce i movimenti insurrezionali, facendo ricorso ad uno studio attento delle relazioni redatte dai diversi distaccamenti che operarono tra Genova e Tortona: sono infatti pagine che vanno molto al di là dell’esperienza vissuta da un solo esponente della resistenza, sia pure in una posizione di comando come quella ricoperta da Giambattista Lazagna, e possono essere unicamente frutto di una attenta disamina dei documenti.
Un ulteriore importante indizio lo ritroviamo nelle ultime pagine delle prime due edizioni del volume, e in particolare alla pagina 293 (edizione 1956), riprodotta qui sotto:

Come si può vedere ,si tratta di cifre assai precise e dettagliate, possibili solo attraverso calcoli ed elaborazioni percentuali basati sui ruolini partigiani e, ancora una volta, sulle carte del comando della Divisione Pinan-Cichero. Vale la pena evidenziare che la consistenza della Divisione proposta da Lazagna verrà, nei mesi successivi, di molto aumentata al termine delle operazioni di smobilitazione dei partigiani.

Infine, un’ultima notazione interessante la possiamo trovare nei sottotitoli dell’opera, che cambiano praticamente di edizione in edizione:
– prima edizione 1946: il sottotitolo è STORIA DELLA DIVISIONE GARIBALDINA PINAN-CICHERO
– seconda edizione 1956: il sottotitolo diventa TESTIMONIANZA DI UN PARTIGIANO DELLA DIVISIONE GARIBALDINA PINAN-CICHERO
– edizioni “Sapere” degli anni Settanta: il sottotitolo, molto legato alle motivazioni politiche e “militanti” delle diverse ristampe che si succedono in pochi anni, è LA LOTTA AL FASCISMO: DALLA COSPIRAZIONE ALL’INSURREZIONE ARMATA
– edizione “Colibrì” del 1996 e successive, scompare il sottotitolo e resta solo il titolo PONTE ROTTO.
In vista della pubblicazione in lingua inglese, che tuttavia non riuscì a vedere la luce8, Lazagna scelse dunque un sottotitolo che esaltava proprio gli aspetti di ricostruzione storica del suo libro; ma già nell’edizione di dieci anni dopo il sottotitolo originario venne abbandonato in favore di quello in cui si sottolineava il ruolo di “protagonista” e “partigiano” dell’autore, all’epoca molto noto sia a Genova che a Novi Ligure (dove veniva pubblicato il periodico del Pci “Il Novese” che promosse la nuova edizione del libro) non solo per il suo prestigio di dirigente del Movimento di Liberazione ma anche per il suo ruolo di “avvocato specializzato in diritto del lavoro e della previdenza sociale, difendendo anche molti partigiani accusati aver compiuto vendette ai danni di ex fascisti” 9.
Anche se Lazagna scelse di scriverlo in forma di diario personale, Ponte rotto non è dunque solo un libro di memorie, ma, in qualche modo, anche un saggio di storia: anzi, il primo volume che affronta la storia della Resistenza ligure-alessandrina con una attenta analisi di fonti documentarie di provenienza partigiana.

Resta da dire qualcosa a proposito del titolo scelto da Lazagna per il suo libro: si ispira al Ponte del Carmine, situato alle porte di Pertuso, frazione di Cantalupo Ligure, fatto saltare dai partigiani il 3 ottobre 1944 per impedire ai nazifascisti di raggiungere l’Alta Valle Borbera (l’episodio segnò in qualche modo uno spartiacque nella storia della resistenza del tortonese e del novese, e consentì nelle settimane e nei mesi successivi di dare vita all’esperienza della Zona Libera dell’Alto Tortonese10. Tuttavia, un po’ curiosamente, il libro non dedica particolare spazio alla ricostruzione dell’episodio.
Nonostante siano trascorsi ottanta anni dalla sua prima pubblicazione, Ponte Rotto resta dunque un contributo imprescindibile per chi voglia studiare e capire la resistenza ligure-alessandrina. Certo, dopo ottant’anni, ovvero un tempo spesso “abissale” per un libro di storia, possiamo considerarlo più come un documento che un saggio storico: rimane comunque un testo fondamentale da cui partire per chi voglia studiare la vicenda della resistenza nelle vallate della VI Zona ligure e la mentalità dei suoi protagonisti.
Come già abbiamo detto, Ponte Rotto fu ristampato molte volte tra gli anni Settanta e l’inizio del Ventunesimo secolo. L’ultima edizione è dovuta alle Edizioni Colibrì nel 2005 (ultima ristampa 2019) ed è ancora facilmente reperibile in commercio e presso il Museo della Resistenza e della Vita Sociale in Val Borbera di Rocchetta Ligure dedicato proprio a Lazagna.
Proprio il Museo a lui dedicato, nella sua tradizionale rassegna di appuntamenti estivi, incentrata su dibattiti ma anche su escursioni storico-rievocative sui luoghi della resistenza, lne corso di quest’anno dedicherà diversi momenti di riflessione e divulgazione a Ponte Rotto. Ma avremo modo di parlarne ancora.
L’ultima edizione di Ponte Rotto, ancora facilmente reperibile in commercio, è dovuta alle Edizioni Colibrì nel 2005 (ultima ristampa 2019).

- Italo Calvino, La letteratura italiana sulla Resistenza, In “Il movimento di Liberazione in Italia”, 1949, fasc. 1, pp. 40-46). IL testo di Calvino è reperibile in rete a questo link https://www.reteparri.it/wp-content/uploads/ic/RAV0068570_1949_1-3_06.pdf ↩︎
- Italo Calvino, cit., p. 40. ↩︎
- Giambattista Lazagna, Ponte Rotto, Colibrì (edizione 1996), p. 7. ↩︎
- Sempre nell’edizione 1996 del libro Lazagna ricorda di aver iniziato a scrivere il suo libro nel giugno 1945. ↩︎
- Sulla famiglia Lazagna cfr. il numero monografico della rivista “Storia e memoria” dedicato a La famiglia Lazagna. Le carte e i ricordi, 2015, n. 2. Il numero della rivsta è reperibile in rete in formato PDF al link https://www.ilsrec.it/wp-content/uploads/2016/01/STORIA-E-MEMORIA-2-2015_Web-1.pdf ↩︎
- Giambattista Lazagna, Ponte Rotto, Colibrì (edizione 1996), p. 7 ↩︎
- Giambattista Lazagna, Ponte Rotto, Colibrì (edizione 1996), p. 8. ↩︎
- “Avevo ultimato il mio lavoro a fine settembre ’45, quando Fiammetta mi comunicò che il progetto di pubblicazione in Inghilterra doveva considerarsi tramontato per varie ragioni” Giambattista Lazagna, Ponte Rotto, Colibrì (edizione 1996), p. 8. ↩︎
- Cfr. la voce Giambattista Lazagna in Wikipedia ↩︎
- Tra i diversi contributi sull’argomento voglio qui segnalare, per la sua originalità e la ricchezza di notizie, il volume di Lorenzo Torre, Marco Secondo Marco, Impressionigrafiche, 2023. Il volume si fonda su una lunghissima intervista con Giuseppe Balduzzi “Marco II”, responsabile del SIP (Servizio informazioni e polizia) della Pinan-Cichero. ↩︎
