Il regalo del Mandrogno

Storia indiscreta di una famiglia

Nel 1947, poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, esce per i tipi di Cavallotti editore, il libro scritto a quattro mani da Pierluigi ed Ettore Erizzo: due avvocati genovesi, con molte ed articolate interrelazioni con l’effervescente mondo culturale genovese. Le loro passioni spaziano dal teatro all’astronomia, dall’esegesi biblica alla storia; ma soprattutto scrivono in un modo superbo: il loro stile forgiato nelle aule giudiziarie, quando l’eloquenza e il periodare erano ancora il metro su cui si misurava la capacità di un legale, è anche temperato dagli esercizi letterari che si concedono, quasi sempre collaborando reciprocamente alla stesura dei testi (come, sempre invece, sono soliti fare nell’esercizio della professione).

Hanno alle spalle una articolata e vasta famiglia, con la quale la convivenza non è semplice, a volersi concedere un eufemismo (si vedano a questo proposito le voci su Francesco Erizzo e Pierluigi Erizzo). Ma il gusto della battuta arguta, l’intelligenza aperta, tramutano quello che nei mediocri diventa inutile e corrosivo livore, nella capacità di dipingere i personaggi vividi e godibilissimi – anche nelle loro meschinità e difetti – che popolano il romanzo.

Il marchingegno della vicenda è messo in moto da un esuberante ufficiale dell’esercito napoleonico, Isidoro Chenusset, rosso di chioma, che, ferito nella battaglia di Marengo, viene trasportato da un mandrogno per le cure del caso al Cucco, una cascina dove abita una giovane sposa, Rosina, con il suo meschino marito.

Ufficiale dalla chioma rossa – Ignoto ‘800 – Collezione privata dell’autore

Da questa fortuita circostanza discende uno dei motivi conduttori del romanzo: i capelli rossi! Nella seconda edizione del romanzo (1952 – Cavallotti editore) suddivisa in tre tomi separati, il primo si intitola per l’appunto “Capelli rossi”. I capelli rossi (elemento di pura fantasia, che non ha riscontro alcuno, al contrario di molte altre cose del romanzo, nella realtà) sono  lo stigma della “devianza”; chi li riceve alla nascita è elemento di scandalo: fa compiere alla famiglia – borghese e benpensante – un salto, nel bene o nel male, che la costringe a confrontarsi con situazioni o avvenimenti inaspettati o imprevedibili nel suo, altrimenti placido ambito. È questo, dunque, il “regalo del mandrogno”!

Ma il testo del romanzo è così abilmente stratificato, che ad una lettura che riesca a liberarsi dal desiderio di gustare il fluire degli eventi (e, dunque, non può essere di sicuro la prima!), appaiono altri elementi conduttori che si snodano lungo tutto il racconto: per dirne uno, i tarocchi, vero “personaggio”, si può affermare, del libro.

Il gioco dei tarocchi – Milano, sala del palazzo Borromeo (XV sec. – Pubblico dominio)

I Tarocchi, (meglio i “trionfi” o “arcani maggiori”) sono carte la cui origine affonda in tempi remoti (XV sec.). Nel romanzo occupano uno spazio notevole, come notevole era la diffusione del gioco dei tarocchi nel basso Piemonte.dell’800: non solo sono presenti nel testo come nomi dei cani, ma la partita ai tarocchi – lo “scarto”[1] – è un momento cruciale nello svolgimento del racconto.

In una società rigidamente classista, dove “padroni” e “contadini” sono divisi da un impenetrabile confine, lo “scarto” è il momento in cui siede al tavolo con il padrone, con pari diritti e dignità, il capofamiglia contadino e i figli maggiori di lui; è il momento in cui il contadino parla, non in piedi e con il cappello in mano al padrone seduto, ma, sia pur dal lato opposto del tavolo, da seduto e davanti ad un identico gotto di vino: e parla schietto; dismesso il linguaggio ossequioso, dice, ammantandolo nella metafora del gioco, ciò che pensa. Un momento di vera democrazia!

Le intersezioni del romanzo – una storia famigliare, sia pur indiscreta – con la Storia – quella che si studia sui libri di testo – sono almeno due e davvero notevoli.

La prima, ne ho già accennato, è la battaglia di Marengo. Il secondo punto di contatto sono i moti risorgimentali: Troviamo il Canonico Montecucco, o Praȇ Rosso – non solo per la capigliatura, ma anche per le sue propensioni non certo conservatrici, che sono elemento “deviante” in una famiglia borghese come la sua – prima da giovane, intorno al 1821, impegnato come portaordini nell’alessandrino e poi, ormai ordinato sacerdote, nel 1834 a Genova: in una serata di macaja incrocia in Piazza di Sarzano un “marinaio biondo, dal viso aperto, leale, dolcissimo” che fugge, inseguito dalla polizia; e, d’istinto, lo salva. Sembra che gli Autori vogliano suggerire che i “capelli rossi” di Chenousset, non solo abbiano mutato la potenziale sconfitta di Napoleone in vittoria, ma abbiano anche contribuito al successo del Risorgimento, impedendo che fosse privato del determinante contributo dell’Eroe dei due mondi.

Non mancano poi incisi di tono più riflessivo, che narrativo: notevole quello sull’800: «L’Ottocento non fu un secolo cretino; fu anzi intelligente, forse troppo intelligente», così si apre una riflessione, alla fine del terzo intermezzo – quello che separa il “Romanzo dello zio canonico” dal “Romanzo di Paoletta”.

E così si chiude: 

«Dio mio, quante cose credevano di aver debellato in quel tempo! Debellato il mare, la terra, l’aria, le distanze. Debellato il cholera (al quale, per disprezzo, avevano persino tolto l’acca), il vaiuolo, la tubercolosi, la sifilide. Debellato il Continente Nero, debellato il polo, debellato il deserto, debellata la guerra!
                                                                          Che più ti resta?
                                                                        Togliere Anche alla Morte il telo…
– Bè – dissero quando giunse il 31 dicembre di quel secolo. – Ora possiamo fermarci! Lasciamo qualcosa da debellare anche ai nostri figli. Noi abbiamo già debellato abbastanza: siamo or­mai Superuomini! Infatti proprio allora era stata inventata questa superba pa­rola. Guardarono soddisfatti l’opera loro e si prepararono a finire in letizia il secolo.
Ed il secolo finì. Finì con un cenone di Capodanno – anzi di capodisecolo – veramente monumentale e degno di gloria. Per­ché in quel tempo a malgrado del duplice sforzo di creare e di debellare, gli uomini avevano ancora uno stomaco in perfetta efficienza. Non sapevano che la Scienza, continuando a progre­dire, avrebbe poi scoperto altre grandi cose come il blocco, le sanzioni, le tessere, i razionamenti e la dispepsia generale che ne fu la logica e naturale conseguenza. Consumarono serenamente e pantagruelicamente un pranzo che oggi noi non sapremmo immaginare e tanto meno digerire, e che aveva, oltre la copiosa sostanza, tutto un suo protocollo coreografico: minestra, entra­ta, bollito, tramesso, frittura, arrosto, dolce, formaggi, frutta, li­quori, caffè. Innumerevoli portate grevi d’epici sughi, fiere di salse eroiche, pomposamente adornate da corazze di crostacei e da penne d’uccelli.
Le ricette di quei piatti succulenti erano state dettate dalla forbita prosa di Pellegrino Artusi, che nella scienza gioconda ed opulenta del suo famoso volume aveva racchiuso l’ultimo sorri­so, superbo e soddisfatto, del secolo decimonono.
»[2]

Non meno interessante l’omelia di chiusura del Quaresimale del Canonico Napoleone Montecucco in
Genova, San Lorenzo, 1° aprile 1846 sul progresso[3]:

«..Parlava delle notti del secolo precedente, illuminate dalla pallida luce dell’olio d’ulivo, e descriveva a contrasto “la vivida fiammella che in oggi già risplende nei fondachi di Londra e Parigi e presto splenderà anche in questa nostra Genova Superba “ ; parlava del Vapore e dell’Elettrico, delle arti e delle scienze in continuo progresso…»

Va infine considerato che il romanzo, nasce nell’esilio volontario dello sfollamento: le riflessioni sul recente passato e su qualche argomento filosofico che sembrano affiorare tra le righe del romanzo sono certamente frutto di quella condizione.

Sempre in considerazione delle condizioni nelle quali è stato scritto – il ritiro di villa Erizzo – è dunque più che lecito pensare che molti spunti del racconto nascano da oggetti o situazioni domestiche: così il “coso scuro” era chiaramente individuabile in un mobile esistente a Villa Erizzo[4]; così il personaggio di Isidoro Chénousset, ufficiale dell’Esercito Repubblicano napoleonico, nasce con molta probabilità da un ritratto presente a  Villa Erizzo[5].

Il “coso scuro”

E, quel che più conta, molti dei personaggi del romanzo, per quanto la rituale declinazione di responsabilità d’ogni scrittore li dichiari “assolutamente immaginari”, sono invece assolutamente reali:

L’albero genealogico de Il regalo del Mandrogno Ed. Araba Fenice 2001. In rosso i personaggi che hanno riscontro in persone realmente esistite

Recensione: Il regalo del Mandrogno – una saga “Serravallese”

Recensione: Il regalo del Mandrogno – La stampa 31 agosto 2013

Mayno della Spinettta

La battaglia di Marengo

Incipit

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[1] Questo nome dato al gioco dei Tarocchi (lo scarto) è giustificato dalla regole del gioco, e cioè dal fatto che al mazziere, dopo la distribuzione di tutte le carte del mazzo, rimangono due carte in più rispetto agli altri giocatori: deve quindi scegliere, tra tutte le sue carte, due da scartare (che rimangono a lui, come se le avesse prese durante il gioco e sono conteggiabili nei punti) . Dallo “scarto” deriva l’accezione negativa data al termine “tarocco”, “taroccato” che vale appunto come “di scarto”.

[2] Pierluigi e Ettore Erizzo – Il regalo del mandrogno – Ed. Araba Fenice 2001 pagg. 579–581

[3] Pierluigi e Ettore Erizzo – Il regalo del mandrogno – Ed. Araba Fenice 2001 pagg. 486–491

[4] Il bel mobile da sagrestia è stato rubato con destrezza nell’inverno nevoso del 1990: gli esecutori, saliti sino alla villa con un camion e divelta un’inferriata con un cavo d’acciaio agganciato al camion, hanno caricato il mobile con tutta calma e se lo sono portato via: assieme al mobile anche qualche quadro,  qualche libro antico e qualche suppellettile . La precisione dell’esecuzione e la selezione competente degli oggetti involati rendono evidente che qualcuno in precedenza, magari occasionale ospite degli Erizzo, aveva censito gli oggetti degni di attenzione e suscettibili di essere ceduti vantaggiosamente a qualche antiquario genovese di coscienza disinvolta.

[5] Il ritratto dell’ufficiale dai capelli rossi, molto più probabilmente sabaudo che napoleonico, è giunto a chi scrive per legati testamentari.