Ritorno da scuola (un alunno del Sessantadue)

Spesso mi capita di dire “mi a stagu a na kaseina”, per dire che non so nulla dell’argomento di cui si parla oppure di cui non conosco la risposta ad una domanda.
Io in una cascina ci ho abitato davvero e all’epoca voleva dire essere isolati e non avere rapporti con nessuno.
Fino al novembre del 1962 ho abitato alla cascina Albergo di proprietà della famiglia Figari che si trovava ( è stata demolita) sulla collina di fronte alla Bollina sul versante che guarda verso Novi e la cascina Pezza.
Era l’estremo lembo di Serravalle al confine con Gavi (loc Zerbe e Ca di Radiccia) e guardava verso Novi (cascina Verzina).

A ottobre del 1962 come tutti i Remigini, ho iniziato a frequentare la 1ª elementare, e visto che Serravalle era distante, i miei genitori mi iscrissero a Monterotondo. La scuola si trovava in un caseggiato all’inizio della strada che dalla chiesa va verso Novi. La distanza da casa mia alla scuola era comunque di 2 Km e poco meno se si prendeva la scorciatoia attraverso i sentieri che attraversavano i boschi, da percorrere rigorosamente a piedi. Erano due pluriclasse (1ª, 2ª e 3ª una e 4ª e 5ª l’altra). La prima maestra che ho avuto si chiamava Irma Zanco e poi l’ho ritrovata come commissario d’esame in 5ª elementare.

Mio papà Savio, nel frattempo aveva trovato lavoro in fabbrica, la Subalpina di Arquata, con l’intento di dare ai suoi due figli un futuro migliore con redditi comunque non eccessivi ma certi. La decisione di trasferirsi fu sbocco naturale vista la scomodità tra l’abitazione e il nuovo posto di lavoro.

Dopo San Martino, periodo in cui chi abitava e lavorava in campagna traslocava essendo il termine della stagione agricola, ci trasferimmo dall’altra parte del comune, verso Stazzano, lungo la strada che dal Lastrico sale al Santuario della Madonna del Monte (a Madona de e Mounte -Montespineto) in una cascina sulla sinistra della strada a poco più di un chilometro dal Lastrico e a uno e mezzo dal Santuario: le Chiappette o Ciapete. Come nella cascina Albergo anche “e Ciapete” non era servita dalla rete elettrica per cui la luce derivava da un impianto a gas con delle retine che posizionate in un lampadario si accendevano con i fiammiferi. A differenza dell’Albergo avevamo l’acqua in casa, proveniente da una vasca scavata nel tufo a monte dell’abitazione.

Nell’idea dei miei genitori avrei dovuto frequentare le scuole presso il Santuario dove c’erano delle pluriclasse.
Dopo alcuni giorni di assestamento per sistemare le poche cose che avevamo nella nuova casa, mia mamma Luigina mi prese per mano e mi accompagno “a Madona” per riprendere il percorso scolastico.

Giunti in cima alla salita ed entrati nel piazzale, cercammo la scuola che si trovava sul retro del Santuario, dove poi fu creato l’alloggio per Suor Maria Eustella. Bussammo alla porta e qualcuno che non ricordo (le maestre o altra figura della scuola), ci disse che non avrebbero preso nuovi alunni in quanto la scuola l’anno successivo sarebbe stata chiusa e consigliavano di andare a Serravalle. Ritornammo a casa con mia mamma preoccupata per quello che sarebbe successo il giorno dopo.

Il giorno successivo, dopo esserci vestiti e preparata la cartella, scendemmo verso Serravalle e ci presentammo a scuola. Il ricordo che ho di quel giorno è di una grande classe con tanti bambini ma non ricordo chi fosse l’insegnante. Il maestro Bellatorre giunse ad anno in corso e ci seguì fino alla 5ª. Dopo pochi minuti che ero entrato in classe, venni chiamato dalla maestra Moratti e da mia mamma che nel frattempo aveva fatto le pratiche d’iscrizione.
“Quande ke te finiu a scoa ti ve nku sta maistra ka t disa kos ti devi fo” mi disse mia mamma dopo avermelo detto anche in italiano.

Claudio Barbieri, 2ª elementare, 1962

Noi in casa parlavamo in dialetto e l’italiano mi era stato insegnato da mia mamma e una zia qualche mese prima dell’inizio dell’anno scolastico.
Finite le lezioni, venne a prendermi la maestra Moratti che mi accompagnò nel piazzale antistante la scuola e mi presentò a un signore con una macchina grande dicendomi che mi avrebbe accompagnato a casa. Il signor Sericano, u Cilu, mi fece salire su una 1800 Fiat dove erano seduti altri bambini, non ricordo quanti ma sicuramente tanti.
Negli anni successivi giunsi a contarne una quindicina, in pratica tutti quelli che abitavano dall’altra parte della Scrivia, Lastrico e vie vicine.
Dopo un po’ la macchina si fermò all’altezza della chiesetta di San Michele e “u Cilu” mi fece scendere e mi disse: “auva ti cuntinui nte sta strò e poi ti trovi ca to”.

Piano piano mi avventurai per quella strada che avevo percorso al mattino in senso contrario ma di cui non ricordavo assolutamente nulla. Il percorso era quello ben descritto da Roberto Almagioni in un altro articolo (Via Montespineto).
All’altezza del Cascinotto mi trovai la strada sbarrata da due cagnolini bellicosi che abbaiavano e mi ringhiavano contro. La loro bellicosità era inversamente proporzionale alla loro dimensione e io piccolo bambino di 6 anni sperduto in un mondo ignoto mi misi a piangere a dirotto.
La signora Pina che abitava col marito Nanni e il figlio Stefano al Cascinotto, sentito l’abbaiare dei suoi cani, mi venne incontro e mi disse: “o capiu chiekete, auva at kumpagnu a ca”. Nel frattempo la Luigina, preoccupata iniziò a scendere verso Serravalle e appena ci vide si senti rincuorata ma anche molto arrabbiata e mi abbracciò.

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