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L’Oltregiogo di Goffredo CASALIS – 1. Serravalle Scrivia

Goffredo Casalis

Negli anni precedenti l’Unità d’Italia, il nuovo stato che stava per nascere sentì il bisogno di conoscersi e di farsi conoscere anche attraverso opere di erudizione e di divulgazione. Fiorirono dunque molte opere con il compito di presentare il territorio italiano raccontandone la storia anche minuta, le emergenze artistiche e architettoniche, la bellezza del paesaggio, le risorse economiche e commerciali: annuari, guide, atlanti, dizionari storici e geografici, quasi sempre in più volumi, attraverso i quali il nuovo Regno l’Italia, diremmo oggi, promuoveva la sua immagine e il suo nuovo carattere unitario. 
Una delle opere più importanti e conosciute fu sicuramente quella di Goffredo Casalis, sacerdote originario di Saluzzo, ma soprattutto storico ed erudito di vaglia. Casalis scrisse un’opera chilometrica già nel titolo: il “Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna”, nel quale descriveva minuziosamente le caratteristiche geografiche, storiche ed economiche di tutte le località del futuro Regno d’Italia. Lavorò con passione al suo “dizionario” per oltre vent’anni, tra il 1833 e il 1856. Ne uscì un’opera monumentale, articolata in 28 volumi ognuno dei quali constava di centinaia e centinaia di pagine (in realtà i volumi sono 31, perché il XVIII si articola in quattro tomi).
Da questa opera fondamentale, abbiamo deciso di estrarre le pagine che descrivono, uno per uno e dettagliatamente, i Comuni dell’Oltregiogo: li proporremmo, da oggi, con una cadenza di uno o due ogni mese.
Iniziamo, come è d’obbligo, in omaggio alla nostra storia, con Serravalle, la cui descrizione è compresa nel volume XIX edito nel 1849 (ovvero alcuni anni prima dell’attivazione della ferrovia): A Serravalle lo storico saluzzese dedica una voce particolarmente lunga e articolata perché in essa è compresa anche una sinsetica storia della città di LIBARNA.
Di seguito, vi proponiamo dunque la trascrizione delle pagine dedicate a Serravalle seguite da un PDF sfogliabile con l’intera voce, compresa anche la storia di Libarna.

SERRAVALLE (Serravallis Novensium), capoluogo di mandamento nella provincia di Novi1, diocesi. di Tortona, divisione di Genova.  Sta sopra un’eminenza, a mezzodì da Tortona sulla, sponda sinistra dello Scrivia, tra questo, fiume-torrente, e il monte or detto del castello.

Tra lo Scrivia, a cui vi soprastà un ponte in pietra, ed il borgo passano la via regia e la nuova strada ferrata. Quel fiume-torrente vi scorre ad un livello di metri 204, misurati nelle basse acque.
Il borgo è distante tre miglia e mezzo da Novi, e dodici da Tortona.
Il mandamento di cui Seravalle è capo luogo confina: a ponente con quelli di Novi, Gavi, e Castelleto d’Orba; a tramontana colla provincia di Tortona; a mezzodì con quella di Genova, ed a levante col mandamento di Rocchetta Ligure. I comuni che lo compongono sono: Serravalle capoluogo; Arquata; Vignole; Stazzano; Borghetto di Borbera; Torre dei Ratti; Castello de’ Ratti; Molo; Grondona.
Le vie comunali che corrono sul territorio di Serravalle, sono quattro, tutte in mediocre stato; una tende a Gavi pel tratto di metri 2.238; un’altra, lunga metri 1.528, scorge a Vignole; la terza della lunghezza di metri 3.578 conduce a Cassano-Spinola; l’ultima che è di soli metri 581, si rivolge a Stazzano.
I colli che sorgono in questo comune sono assai fertili, e coltivansi in gran parte a viti: i monti sono sterili anzi che no.

Il territorio produce specialmente vino, cereali, legumi, patate, castagne e bozzoli; il vino si trasporta a Genova; i bozzoli si smerciano in Novi; gli altri prodotti in vegetabili sono appena sufficienti alla consumazione locale.
Per cagione della scarsità dei pascoli, e per l’uso limitatissimo dei prati artificiali, non si può nutrire una gran quantità di bestiami: non si mantengono che 515 bestie bovine , 47 cavalli, poche capre e pecore, ed alcuni majali.
Nello Scrivia vi si pescano alcune poche anguille, barbori e quagliasti.

Presso il borgo trovansi conchiglie fossili, nella scarpa d’un incassamento della strada reale di Genova fra alcuni straterelli di marna bigia, leggermente cerulea, ruvida al tatto, molto effervescente cogli acidi, e che si appiglia fortemente alla lingua.

Anche a poca distanza dall’abitato sulla sponda sinistra (in realtà la destra; n.d.r) del suddetto fiume-torrente, trovasi una sorgente d’acqua solforosa, di temperatura comune e di un sapore alquanto epatico: è poco abbondante; scaturisce da un’arenaria composta di granellini selciosi e di copioso cemento calcareo, nel quale discopresi una quantità di puntini spatici, lucicanti. Tale arenaria è a strati inclinati di circa 25 gradi a tramontana. Quell’acqua, non è conosciuta d’alcun uso in medicina: ma i villici dei dintorni l’adoprano con qualche giovamento nelle lente malattie dei visceri addominali, e nelle affezioni della pelle.

Il borgo di Serravalle era già cinto di mura, munito di una fortezza; e poté perciò resistere a gagliardi assalimenti; ma quando la fortezza ne fu smantellata, ne rimasero atterrate in varie parti anche le mura che lo cingevano, e nella formazione della nuova regia strada, che lo attraversa nel mezzo, venne reso totalmente libero ed aperto.

Sulla destra riva dello Scrivia sta un piccolo sobborgo, cui dà accesso un antico ponte in pietra: appiè di esso vedesi una chiesuola, che contiene una statua in marmo, rappresentante s. Giovanni Nepomuceno, pregiato lavoro del 1722. Quel ponte a sei arcate soffrì molto in occasione d’una piena straordinaria, avvenuta nell’anno 1834.
Gli edifizi ne furono ristaurati ed abbelliti: in mezzo ad essi trovasi ora una piazza di mediocre grandezza, sulla quale corrisponde la chiesa parrocchiale collegiata, che è di antica costruzione, sotto il titolo di s. Martino. Vi esistono oltre la parrocchiale due oratorii; la chiesa e il convento dei cappuccini, ed una chiesuola, attigua al cimiterio, situato alla prescritta distanza dall’abitato.

Ponte della “Madonnetta” sulla Scrivia, e chiesetta “Presentazione di Maria al Tempio

La collegiata di Serravalle è composta di sedici canonici, comprese le due dignità dell’arciprete e del decano. Questa collegiata noverò sempre ecclesiastici distinti per esimia dottrina, e per singolari virtù; tra i quali è da notarsi il dottore in leggi, e canonico Luigi Pernigotti, cameriere d’onore di sua Santità, già vicario generale della diocesi di Tortona, valente sacro oratore.

Della sua rara facondia, e del suo civile coraggio egli diede anche luminose prove nel Parlamento Nazionale, di cui è membro degnissimo; a tal che ne torna onore al collegio elettorale di Serravalle, che lo scelse a suo deputato.

Vi si fondavano un’abazia sotto il titolo di s. Michele da Sommaripa; due confraternite; un convento di frati Agostiniani di s. Maria del Soccorso; ed un ritiro di zitelle.
Uno degli edifìzi di questo borgo serve ad uso di caserma pei reali carabinieri.

Vi si tengono due annue fiere, una detta di s. Martino, l’altra di s. Domenico. Il martedì vi è giorno di mercato.

Ad avvivare l’industria degli abitanti vi furono stabilite due filature dei bozzoli, trentadue telai per tele di lino, l’imbiancamento di esse, e le piccole arti industriali: oltreché loro dee giovare il commercio di transito da Genova alla Lombardia, e quello del vino, eccedente ai bisogni locali. Vi sono due molini, uno a quattro ruote alla Crosa, e l’altro a tre ruote a Feriolo.

Di non poco rilievo vi è un’opera pia, cioè uno spedale, detto di s. Giuliano, che contiene otto letti destinati al ricovero degl’infermi poveri del luogo. L’annua sua rendita ascende a lire 1.435,59.
Vi si adoprano tuttora i pesi, e le misure antiche del genovesato.

Gli abitanti sono assai robusti, inclinati alle arti meccaniche, ed all’industria, ma sembra che non si distinguano per solerzia, ed attività.
Popolazione 2.400 circa.

Catasto Teresiano, mandamento di Serravalle, foglio 32 (1723)

Cenni storici. Questo borgo che probabilmente sorse, come altri vicini luoghi, dalle rovine dell’antica città di Libarna di cui si dirà qui sotto, si chiamò da principio borgo nuovo, ma fu poi detto Serravalle, perché ivi chiude la vallata. Gli serviva di antemurale una poco distante rocca, edificata sopra un monte, detto degli Arimanni.

Nei bassi tempi fu chiamato il monte Olivo (mons Arimanorum)\ dal che sembra potersi dedurre che il possesso enfìteutico erane stato ceduto o dai re d’Italia, o dai monaci benedittini di Precipiano, che probabilmente ne avevano il temporale dominio, ad un colonia di Arimanni, ossia di uomini liberi, i quali facevano coltivare gli ottenuti terreni dai loro servi, restando un tributo di vassallaggio a chi aveva l’alto dominio dei fondi ch’essi facean coltivare: quella colonia erigeva sulla cima dei monte Olivo una forte rocca; la quale conteneva un presidio, comandato da un governatore o castellano: fatto è che sul principio del secolo XI il castellano di quella fortezza si riconobbe vassallo della chiesa di Tortona; ond’è che poscia nel 1122 il tortonese vescovo Pietro disponendo liberamente del predetto castello degli Arimanni, lo alienò al comune di Tortona, e questo, o per maggiore difesa, o per assicurare il suo commercio, fece costrurre a piè del monte parecchi edifizii, a cui, come già s’è toccato, diedero primamente il nome di Borgo Novo, e poi quello di Serravalle. Per questi fatti la repubblica di Genova mosse guerra al comune di Tortona, il quale resistette sì bene gagliardamente alle poderose forze di quella nemica; ma dovette poi cedere all’esercito dell’imperatore Federico I, che nel 1153 s’impadronì della sopraccennata rocca, lasciandovi una guarnigione di militi pavesi, come aveva fatto nel vicino luogo di Arquata.

Sul cadere del secolo XII vennero stipulate certe convenzioni di pedaggio per Serravalle tra il comune di Tortona, ed i marchesi Malaspina, le quali fanno congetturare che quei marchesi vi avessero acquistato qualche feudal giurisdizione; ma dobbiamo osservare che quel comune, non molto tempo dopo, diede ai Malaspina l’investitura di Serravalle, della quale per altro ne furono poscia dispogliati, perché scoperti colpevoli di tradimento. Dopo ciò gli abitatori del castello, e del borgo ottennero il diritto di nominarsi i consoli, e di formarsi uno statuto*, ma avendo abusate di tali privilegi, il comune di Tortona venne nella deliberazione di dare Serravalle in feudo alla possente famiglia Spinola; feudo che le fu confermato nel 1311 da un diploma imperiale, e che fu da essa goduto sino alla sua estinzione, accaduta nel 1596. Il feudo passò allora nella famiglia Doria; ma venne abolito nel secolo XVIII, quando la casa d’Austria fe’ cessione di Serravalle ai re di Sardegna.

Castello e borgo murato di Serravalle in una veduta compresa nel Piano dimostrativo dei confini di Novi, secolo XVII

Gli statuti di cui godeva questo borgo nel 1618, si trovano manoscritti negli archivii di corte. Gli Spinola, mentre n’erano nel tranquillo possesso, ne avevano ingrandita, e meglio fortificata la rocca mercé di grossi bastioni; né avevano trascurato di cingere il borgo di valide mura, e di forti torri. Successivamente i duchi di Milano, gli spagnuoli, la casa d’Austria, e in fine la casa di Savoja aggiunsero nuove fortificazioni alle antiche: la fortezza, che sorgeva sulla cima di una rupe, era tutta ricinta di alti e grossi baluardi, che presentavano la figura di un pentagono irregolare; nel lato più debole trovavasi afforzata da una tanaglia, ed in un altro da due rivellini. In occasione delle ultime guerre quella importante fortezza fu presa e ripresa più volle dagli austro-russi e dai repubblicani di Francia finché per ordine del francese governo venne intieramente smantellala nel 1805. Sulla manca riva dello Scrivia, tra Serravalle ed Arquata, dove la valle di quel rapido fiume-torrente si apre a semicerchio in vasta e fertile pianura, sorgeva, a breve distanza dai siti ove stanno i due sopraccennati borghi, una città, ch’era cospicua nei secoli della romana possanza. Chiara testimonianza ne fanno le monete romane, le opere di bronzo e di terra colta, i frantumi dei marmi e delle sculture, che colà si dissotterrarono, e specialmente gli avanzi di alcuni suoi pubblici edifizii, non ancora totalmente distrutti dal tempo, dei quali si farà cenno qui appresso.

Tra le Sue mura scorreva la via Costuma, che dicesi anche Postumia, la quale staccandosi dalla strada Emilia poco lungi da Piacenza, toccava Tortona, e quindi solcata la valle di Scrivia, e valicato l’appennino nel luogo or detto il colle dei Giovi, o Gioghi, scendeva a Genova seguendo il corso del Riccò, e della Polcevera. Di questa antica via romana, ornai più non rimane alcuna traccia.
Non v’ha dubbio che quella città era LIBARNA.

  1. Nel 1859 la cosiddetta Legge Rattazzi modificherà questa suddivisione amministrativa in vista del processo unitario. Novi Ligure non sarà più provincia e diventerà uno dei Comuni della provincia di Alessandria ↩︎

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