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Divagazioni su un collegamento antico tra Libarna e Precipiano

Sovente la letteratura, spinta da quel vento della fantasia che permette ai pensieri di innalzarsi oltre il pur necessario e imprescindibile orizzonte dei dati, pare anticipare quanto questi ultimi tendono a confermare: molti ricorderanno certamente tutte le anticipazioni di Verne o Asimov, solo per citare i casi più eclatanti. Anche il nostro territorio, tuttavia, si parva licet, ci offre un significativo esempio, il quale, a sua volta, ci dà lo spunto per ulteriori riflessioni; nel romanzo di Rosario Magrì, Tredicesima Legione, ambientato nella nostra Libarna, più volte viene citato un ponte in pietra che scavalcava il fiume mezzo miglio a settentrione della città[1]. La stretta di Serravalle, ove nei secoli medievali e in età moderna, in collegamento con il borgo nuovo, venne in effetti edificato un ponte, ancora oggi croce e delizia per pedoni ed automobilisti, sarebbe stata il luogo idoneo per un attraversamento quantunque non abbiamo evidenza che esso esistesse in quei tempi, mentre altre fonti ci indicano una posizione diversa che vedremo più avanti. Pure Roberto Allegri propendeva per un’ipotesi simile[2]:

«… penso che la strada, poco dopo Libarna abbia varcato la Scrivia e si sia portata sull’altra sponda del torrente per raggiungere poi Tortona superando Monterosso, press’a poco dove ora esiste una strada disagevole collocata a mezza costa. Mi sembra infatti che parecchie considerazioni militino a favore di questa tesi».

A suffragio di ciò, Roberto Allegri riporta altresì il toponimo Lastrico in quanto evidenza di una strada importante connessa con le villae di Stazzano e Cassano sulla destra Scrivia, la cui desinenza designa un prediale romano.
Tesi pronunciata anche dall’autorevole e mai scontata voce di Giuseppe Antonio Bottazzi nel 1808[3], mentre Giorgio Monaco segnala i resti di un ponte medievale[4].
Monaco, importante, sebbene talvolta criptica, voce, ci informa che[5]:

«Indubbiamente ad un ponte presso Libarna si riporta l’Oderico che riferisce. “trovo anche scritto qualmente in certi avanzi di un ponte su la Scrivia si legge in caratteri romani VIA COSTVMA PLACENTIAM”. Difatti nella regione intorno a Libarna va cercato il solo punto in cui la Postumia traversava la Scrivia».

Senz’altro doveva esserci un collegamento sul Rio della Pieve e uno sul fossato di Pichareto come ci informa Bottazzi[6].
Aldo Rossi commenta così l’esistenza di un ponte tra la sponda sinistra e destra della valle nei dintorni di Libarna[7]:

«L’abazia di San Pietro sorse alla confluenza del Borbera con la Scrivia, su un’altura che, a causa dell’erosione di questi due fiumi, è detta Isola di Precipiano, e che è unita al resto dell’antica Libarna da un ponte costrutto dai monaci benedettini ed esistente ancora nel secolo XIV, come il Bottazzi afferma risultargli da alcune pergamene da lui esaminate»

Tornando al Bottazzi, inesauribile fonte e precocissimo esempio di studi fondati sull’esame autoptico dei dati archeologici, egli indica la presenza di un ponte tra Libarna e Precipiano che proseguiva probabilmente anche verso la sponda di Vignole, dando per scontato che fosse coevo alla città romana:

«Sì grande è l’altezza, e capacità di questi avanzi, che ha dato luogo alla credenza volgare d’una strada sotterranea da Tortona a Serravalle … Tirava l’acqua al disopra dell’antica Libarna; per mezzo di grandi archi passava sopra il fiume Scrivia, e Borbera nelle vicinanze del moderno Precipiano, e quindi costeggiando la collina passava sotto la presentanea Villalvernia, e di là a Tortona[8]».

«Un ponte sostenuto da alti e grossi pilastri … univa l’isola così detta ne’ susseguenti tempi di Precipiano, col corpo della città … Per mezzo di quest’isola, ora ridotta dall’arte a penisola, per via di altro ponte sulla Borberia si aveva il passaggio alla bella amena e fertile valle, di cui ignoriamo l’antico nome Romano, e che nei secoli di mezzo dicevasi valle di Bolberia, ora de Sigg. Rati Opizzoni[9]»

«Dagli avanzi dei grandiosi pilastri esistenti nell’alveo della Scrivia rilevai, che la direzione del ponte tra l’isola e il corpo della città era precisamente vicino all’Anfiteatro, ed incontro all’acquedotto superiore[10]».

Citava nuovamente archi grandiosi che sostenevano l’acqua e il suo serbatoio pensando che il nome di Arquata fosse nato da Ad arcus aquarum, ovvero opus arcuatum[11]. In un recente lavoro abbiamo escluso che la portata dell’acquedotto tra Pietrabissara e Libarna potesse alimentare anche Tortona, pur essendo la pendenza possibile, ma potevano esserci altre fonti o derivazioni da rii minori se non dallo Scrivia stesso[12].

Il ponte è segnalato anche da Gaetano Poggi per una bolla di Papa Celestino V del 1196 riferita dal Bottazzi, in cui il Monastero di Precipiano viene posto in capo all’opera[13].

Le importanti ricerche di Edoardo Morgavi hanno fornito un ulteriore tassello a questa vicenda: egli fotografò anni fa i resti di un pilone nell’alveo del torrente di cui però noi non conosciamo la posizione (figura 1) [14].

Figura 1: i resti del ponte tra Libarna e Precipiano rinvenuti e fotografati da Edoardo Morgavi di Arquata Scrivia

Sarà necessario confermare la sua età facendo un confronto con i due presenti nello Scrivia a Cassano di età repubblicana e imperiale[15]. Questi ultimi sono stati studiati da Gian Michele Merloni (figura 2)[16]:

«Il ponte più antico … (con) il piedritto meglio conservato misura m 14 in lunghezza e m 7 circa in larghezza e circa m 6 in altezza … la dimensione delle arcate è ipotizzabile intorno a m 10/13. … nucleo in opera a sacco con sassi, schegge litiche e ciotoli fluviali cementati da dura calce, mentre il rivestimento esterno appare in bella opera con conci di pietra locale posti in opera a secco in filari curati e precisi, alti da cm 30 a cm 45 e talora ancorati tra loro per mezzo di robuste grappe di ferro».

Figura 2: i resti del ponte romano di Cassano (da TOZZI, 1996, p. 57).

Per completezza mettiamo in evidenza che nel torrente Riccò a Pontedecimo (GE) venivano segnalati resti di un ponte romano «ancora visibili alla metà del secolo scorso»[17]. Piera Melli scrive che:

«Le notizie sulla conservazione di un ponte romano sul Polcevera (Riccò, N.d.R.), ancora visibile alla metà del secolo scorso, sono da accettare con cautela, potendosi preferibilmente riferire ad una struttura medievale che, in ogni caso, poteva aver sostituito o inglobato un manufatto più antico[18]».

Recentemente Ennio Cirnigliaro e Paolo de Vingo hanno ritrovati e fotografati i resti: anche qui è necessario procedere a confronti e prove di laboratorio per determinarne l’età.

Ora, stando ai dati del Bottazzi, ed unendo questi ultimi con quelli accumulatisi nel tempo, possiamo ragionare meglio sulla inconfutabile presenza di un ponte, tentando di ubicarlo con maggiore precisione. Partiamo da un dato topografico di estremo interesse: la forma urbis di Libarna, progettata in età cesariana e post cesariana, presumibilmente in connessione con quel processo di romanizzazione culminante con un corpus di provvedimenti legislativi- la Lex Roscia del 49 a.C., la Lex Iulia Municipalis del 45 a.C. e la Lex Rubria del 42 a.C. – che mettevano ordine nella politica e nell’urbanistica delle città italiane, presupponeva ab origine un’area di rispetto ad est del decumano massimo, il quale, sostanzialmente, terminava di fronte ad essa. In quell’area, circa novant’anni dopo (a dimostrazione della grande capacità di pianificazione a lungo termine degli urbanisti romani) verrà edificato l’Anfiteatro, il quale, per tutta la durata di vita della città, ne diverrà scenica chiusura ad oriente.

Tale scelta, di fatto, si poneva come speculare a quella di interrompere momentaneamente il cardine massimo, ossia la Via Postumia, innanzi al Foro, completamente pedonalizzato (altro esempio di lungimiranza che mette alla berlina il nostro secol superbo e sciocco e, soprattutto, quello precedente), deviando il flusso di traffico sul cardine inferiore o su quello superiore[19], con il primo – per inciso- che rappresenterebbe l’unico tratto lastricato superstite della Via Postumia nel territorio che fu della Regio IX Liguria.

Stando così le cose, il nostro ponte, il quale ragionevolmente doveva essere il prolungamento di un decumano, non poteva risultare ubicato in corrispondenza del decumano massimo, terminante, come si è visto, di fronte a quella fascia di rispetto in cui verrà edificato l’Anfiteatro, bensì di un altro decumano, a nostro parere posto a meridione del principale (figura 3).

Figura 3: lo schema della Via Postumia intorno al Foro e una possibile posizione del ponte come prolungamento di un decumano destro.

Il ponte, inoltre, data la sua ubicazione antistante il grande corridoio ovest-est della Val Borbera, aperto, tramite il valico di Capanne di Carrega, sulle valli Trebbia e Aveto (era libarnese tutto il territorio dell’ alta e media Val Trebbia, dalle attuali Torriglia sino almeno a Mezzano Scotti, a valle di Bobbio nel Piacentino, oltre alla parte terminale della Val d’ Aveto), doveva costituire il punto di partenza dell’ itinerario per Bobbio, fondamentale punto di snodo già da prima della sua fioritura altomedievale.

Sempre in tono probabilistico risulterebbe allora un orientamento di Libarna dettato oltre che da quanto supposto da Mario Codebò, Henry De Santis e Sergio Pedemonte, anche dall’ortogonalità della Via Postumia con il ponte stesso, che diverrebbe dunque centrale in quel capolavoro urbanistico che fu la città di Libarna[20].

Se assumiamo che il ponte attraversasse lo Scrivia tra Libarna (vicino all’Anfiteatro), Precipiano e il terrazzo morfologico di Vignole, le curve di livello attuali, più o meno sui 228 m slm), avrebbero richiesto un’opera di almeno un km (figura 4): paragonato con l’attuale infrastruttura di Vocemola che non è neanche la metà, ci sembra una soluzione azzardata.

Figura 4: traccia e profilo longitudinale di un ipotetico ponte sullo Scrivia da Libarna a Precipiano e poi terrazzo morfologico di Vignole (da Google Earth)

Nella corografia di Libarna allegata al volume del 1815 il nostro Canonico segna la posizione del ponte nei pressi del Rio Redimero risultando un’opera comunque impegnativa, anche se poteva essere divisa in due tratti, e che dimostra una volta di più la capacità degli ingegneri che operarono a Libarna (figura 5, freccia blu).

Figura 5: In rosso i resti dell’acquedotto (N. 3) e in blu quelli del ponte (N. 4) (da BOTTAZZI, 1815)

E non è tutto! A ciò si aggiungono infatti altri interessanti dati: tale opera, come sostenuto dal Bottazzi, portava anche l’acqua. Se ciò avveniva a livello stradale ci troveremmo sostanzialmente di fronte ad un canale che correva all’altezza del suolo: la differenza tra canale e acquedotto è che il secondo finisce in un Castellum che eroga l’acqua in pressione e perciò a 8-10 metri di altezza[21].

Prendendo alla lettera le sue parole dobbiamo pensare che oltre al livello stradale ne esistesse un altro superiore con lo specus: non possiamo ovviamente sapere se essa proveniva dalla Val Borbera per le esigenze della città romana o se effettivamente andasse verso Precipiano e da lì a Tortona.

Ci troveremmo in tal caso di fronte a tipologie analoghe all’esempio valdostano di Pont d’Ael (in cui la strada correva al disotto dello speco) o a quello provenzale del Pont du Gard, il quale si sviluppa addirittura su tre livelli: 49 metri di altezza e 275 di lunghezza (figura 6). Quanto all’altezza del nostro, se assumiamo il letto dello Scrivia a 206 metri circa[22], avremmo la strada 22 metri sopra il torrente e il tetto dell’acquedotto a 236-238 metri, quindi una struttura di almeno 30 metri di altezza[23].

Figura 6: Pont du Gard (Francia)

In conclusione, il ponte doveva servire pure la Via Postumia repubblicana in destra Scrivia [24]: un’opera strategica utilizzata per Val Borbera, Valle Spinti, Valle Scrivia e acquedotto, entro un mondo complesso e interconnesso in cui uomini, merci e idee viaggiavano all’interno di un territorio nel quale l’economia del bosco e l’agricoltura dialogavano in maniera razionale a partire propriamente dalla determinazione di un coerente impianto insediativo di montagna e collina. Sarebbe bello proseguire, concentrandosi maggiormente sui dati storici, archeologici e ambientali in grado di permetterci una più accurata analisi: lo faremo, forse, in futuro. Ci basti qui, per ragioni di spazio e di ricerca, aver suscitato nei lettori quella sana curiosità che sempre è sprone a nuove ricerche e, dunque, a nuove possibili scoperte.

Lo studio di un collegamento tra Libarna e Precipiano ha messo inoltre in evidenza la possibile presenza, ovviamente già segnalata da altri Autori, di ulteriori opere ingegneristiche che in futuro dovranno essere localizzate e studiate: sul torrente Riccò, presso Pontedecimo, in territorio genovese, sul fossato di Picareto, nel rio della Pieve, alla stretta di Serravalle e a Cassano. Tali evidenze costituiscono la naturale dimostrazione che la città di Libarna e la Via Postumia nacquero da progetti urbanistici razionali e richiesero un enorme sforzo per la loro realizzazione. Non sappiamo in quanti anni tutto ciò si svolse ma immaginiamo le schiere di uomini intenti a cavare blocchi di arenaria, sperimentare la calce più adatta, importare marmi, forgiare grappe e puntazze, lavorare il legno portato dai monti.

Quanto a noi, vi presentiamo ad ora solo delle ipotesi suggestive. In primis, infatti, bisogna capire dove effettivamente Edoardo Morgavi individuò gli avanzi del pilastro – ammesso e non concesso che ancora siano visibili – rilevarne posizione, dimensione e direzione, onde ottenere un quadro il più realistico possibile. È tuttavia certo che tale monumento all’ingegno umano doveva essere un vero e proprio capolavoro che avrebbe stupito quanto e forse più dell’Anfiteatro e del Teatro, delle Terme, del Castellum, dell’acquedotto «la cui altezza era tale, che volgarmente si credeva un bastione[25]», dei mosaici e dei manufatti di prestigio[26], magari rivestito in marmo, o con epigrafi, o semplicemente dotato di pietra ben squadrata, a marcare un territorio in cui le genti di montagna, non use a certa magnificenza, avessero ben presente il potere e la forza di Roma. In questo senso, ci piace chiudere con le considerazioni di Plinio il Vecchio, il quale, in un celebre passo della Naturalis Historia (III, 39) parla di Roma come omnium terrarum alumna, nutrice di tutte le terre: 

«(Roma) terra omnium terrarum alumna eadem et parens, numine deum electa quae caelum ipsum clarius faceret, sparsa congregaret imperia ritusque molliret et tot populorum discordes ferasque linguas sermonis commercio ad colloquia adduceret, homini idhumanitatem daret breviterque una cunctarum gentium in toto orbe patria fieret».

([Roma è] terra al tempo stesso alunna e madre di tutte le terre, scelta per volere degli dei per rendere lo stesso cielo più luminoso, per unificare gli imperi dispersi, per mitigare i costumi e per condurre al dialogo, tramite lo scambio della lingua, i linguaggi discordanti e fieri di tanti popoli, per donare la civiltà all’uomo e per diventare, in breve, l’unica patria di tutte le genti del mondo intero).

Figura 7: schema di acquedotto romano che necessariamente termina con un castello idraulico (da Internet).

(Ringraziamo Francesco Maria Bianchi della Società Storica del Novese, Renzo Piccinini del Centro Studi In Novitate, Roberto Botta e Lorenzo Punta di Chieketé, per l’aiuto).

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Altri studi consultati.

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[1] Ringrazio Lorenzo Punta per avermi suggerito la citazione. MAGRI’, 1974, p. 37.

[2] ALLEGRI, 1974, p. 18.

[3] BOTTAZZI, 1808, p. 77.

[4] MONACO, 1936, pp. 40-41.

[5] MONACO,1936, p. 8. Nella nota 2 riporta: Oderico, Lettere ligustiche, Bassano, 1792, p. 46; Carnevale, Notizie storiche dell’antico e moderno tortonese, I, 89.

[6] BOTTAZZI, 1815, p. 166 e p. 49.

[7] ROSSI, 1994, p. 62 e 63 (ricavato da ALESSIO F., 1909, “Della condizione economica della Chiesa tortonese”, in Boll. Soc. St. Econ. e Arte del Tortonese. Del ponte, dice Rossi in nota 9 a p. 69, si tratta nei documenti LXVIII e LXIX del Cartario edito da L.C. BOLLEA,” Cartario dell’Abazia di Precipiano”, in BSSS, XLIII/II, 1911 che noi però non siamo riusciti a consultare.

[8] BOTTAZZI, 1808, p. 80: abbiamo lasciato la punteggiatura dell’Autore. FINOCCHI, 1996, pp.86-88.

[9] BOTTAZZI, 1915, p. 27.

[10] BOTTAZZI, 1915, p. 44.

[11] BOTTAZZI, 1808, pp. 133-134. Su questo toponimo vedere anche CANAZZA e PEDEMONTE, 2026, in stampa.

[12] PEDEMONTE e TREMARI, 2023, p. 49.

[13] POGGI, 1909 (carta) e 1914, p. 256. In questo ultimo lavoro l’Autore cita in nota BOTTAZZI, Ruderi di Libarna p. 88 che non conosciamo: nel testo del 1815 il Canonico riporta la Bolla del 1196 (p. 78) ma non cita il ponte.

[14] Vedere foto postata su Facebook – “Serravalle com’era” del 9 ottobre 2026.

[15] TOZZI, 1996, p. 57; MERLONI, 2012.

[16] MERLONI, 2012, p. 31 e CERA, 2000, p. 161.

[17] CERA, 1998, p. 69 e nota 26; CERA 2000, p. 156)

[18] MELLI, 2001, p. 99.

[19] FINOCCHI, 1996, p. 72, 74 e 81. QUERCIA e altri, 2018, figura 65, p. 190. QUERCIA, GATTI e CABIALE (2018), figura 68, p. 193.

[20] CODEBO’, DE SANTIS e PEDEMONTE, 2026, p. 6 (azimut 139°39’) e PEDEMONTE (2024).

[21] CANAZZA e PEDEMONTE, 2026, in stampa. Non dimentichiamo inoltre che dalla Val Borbera si può raggiungere Bobbio e il territorio di Velleia.

[22] All’epoca romana il letto dello Scrivia doveva essere più basso visto che esisteva un porto a Tortona.

[23] Il campanile della chiesa parrocchiale di Isola del Cantone (GE) è circa 32 metri.

[24] CANAZZA, CIRNIGLIARO e PEDEMONTE, 2015 e PEDEMONTE (a cura di), 2025.

[25] BOTTAZZI, 1808, p. 133.

[26] MERCANDO, 1998, pp. 398-416; ROSSI e altri, 2008. Senza dimenticare la groma o il disco lunare.

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