Mario Roberto Berthoud e il suo tempo (1905 – 1945)

Nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, Circe dice a Leucotea: «L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia.»
In questo 2020 ricordiamo, a settantacinque anni dalla sua morte, Mario Roberto Berthoud. E come in tutti gli anni precedenti anche noi sentiamo forte la necessità di rimodellarne il ricordo, nonostante la via Berthoud, la stele a Berthoud, nonostante il Mausoleo dei Caduti per la libertà dove egli riposa insieme ai ragazzi della Benedicta, perché tutti questi segni concreti della gratitudine collettiva, con l’avvicendarsi delle generazioni, rischiano di smarrire il loro significato e di perdersi tra i tanti indistinti particolari del paesaggio urbano. 

Il 17 maggio del 1945, sul numero 10 del Ribelle (organo della IV Divisione “Pinan-Cichero”) appare la prima biografia resistenziale di Berthoud.
Che fosse il più irriducibile antifascista era noto agli abitanti di Serravalle e dintorni. Il periodico partigiano svela per la prima volta il suo ruolo di organizzatore clandestino, a capo di un lavoro complicato, difficile, che tesseva fili nell’ombra, sventava insidie, stabiliva intese tra tendenze disparate per convogliare ogni energia al fine ultimo.Comunista di fede antica e ferma, accettò non solo la collaborazione con tutti i partiti, ma egli stesso li chiamò a raccolta e nel settembre 1944 fondò il Comitato di Liberazione Nazionale a Serravalle. Instancabile nella sua azione direttiva, era anche sempre presente di persona dovunque ci fosse un’azione immediata da svolgere: raccoglieva armi, ne curava la consegna a destinazione, raccoglieva e forniva informazioni, seguiva da vicino ogni manifestazione dell’attività partigiana. 
Il Ribelle racconta come rifiutò di abbandonare il suo posto di pericolo a Serravalle per mettersi in salvo, dell’arresto e del suo trasferimento a Genova, delle torture che dovette subire e che lo uccisero con spietata lentezza.

Molti conoscono la sua biografia politica e di combattente per la pace e per la libertà. In questa sede perciò proverò a rimodellarne la figura storica e il profilo umano non con un nuovo apporto storiografico (non mi sono imbattuto in testimonianze e documenti inediti), ma con un racconto, il suo racconto, attingendo alle testimonianze orali che ho raccolto fra il 1997 e il 1998 e agli esiti di una mia ricerca sulle vicende politiche e amministrative di Serravalle nella prima metà del secolo scorso.

Torniamo solo per un momento al 17 maggio 1945 e riprendiamo la lettura del Ribelle. 
La sua azione politica, pur così energica e fattiva, non era dettata dall’odio: sentiva il male nel fascismo, desiderava la liberazione, come il bene necessario, ma mai un senso di risentimento verso chi pure era responsabile di tanti guai.
Nell’animo di Berthoud la pietà non morì mai e il compianto per il suo martirio era ancora ben radicato nei cuori di coloro che lo conobbero e mi parlarono di lui più di cinquant’anni anni dopo la sua scomparsa. 

Mario Roberto Berthoud nasce a Serravalle l’11 febbraio del 1905 da Antonio e Angela Illiano. Suo nonno Dominique Berthoud, un liberale di Annecy, nell’Alta Savoia, si era rifugiato in Piemonte per sfuggire alla persecuzione politica del regime golpista di Napoleone Terzo, che aveva messo fine alla Seconda Repubblica. 
Dominique entra nell’apparato governativo piemontese e si stabilisce definitivamente a Serravalle per esercitarvi la funzione di ufficiale giudiziario. 
Non si conosce il motivo per cui la sua famiglia decade socialmente. Quello che è certo e che Berto, come lo chiameranno i suoi amici e compagni, nasce in una famiglia operaia.

Agli inizi del ‘900 Serravalle si è lasciata alle spalle il lungo inverno che ha attanagliato l’economia, reso ancora più rigido dalle guerre doganali con la Francia. Prospera il commercio cittadino e il borgo è costellato dalle ville di numerose famiglie benestanti genovesi. La popolazione è cresciuta di quattrocento unità negli ultimi dieci anni, segno di un notevole sviluppo delle attività industriali, soprattutto edili e tessili. Il borgo si è allungato lungo la Strada Regia o Via Maestra, raccolto tra due piazze: a nord Porta Milano, a sud Porta Genova.
Nella stazione Ferroviaria convogliano le merci dei 22 comuni del Mandamento di cui Serravalle è il capoluogo e quelle della Val Lemme. 
La Piazza del mercato è teatro di fiere, balli agostani e campo per l’esercito regio in transito. Per il resto Serravalle è un serpente selciato lungo e sinuoso sul quale si affacciano, senza soluzione di continuità negozi, botteghe, osterie, alberghi e bettole: un grande centro commerciale diffuso, tutt’uno con il tessuto urbano.
L’industria è costituita dalle fornaci per la fabbricazione dei mattoni (proprietà dei Balbi, dei Traverso, dei Bailo e dei Cabella) e dagli opifici tessili e cotonieri sviluppati per mezzo di società anonime di capitali stranieri.
La società civile si riconosce nei valori e nelle organizzazioni cattoliche. La Congregazione di Carità (del Comune) si occupa della beneficenza alle famiglie povere e l’opera pia dell’ospedale S. Giuliano, con otto posti letto, è destinata alla cura e al ricovero degli infermi che non possono permettersi medico e medicinali. 
La vita amministrativa è piuttosto movimentata, anche se la legge elettorale esclude dal voto i braccianti agricoli, gli operai e tutte le donne. Di fatto esiste una sola forza elettorale, soggetta all’egemonia dei commercianti, attraversata da correnti occasionate quasi sempre da ragioni fiscali (dazio, focatico, imposta di esercizio). 
I braccianti agricoli, gli operai e le operaie non hanno rappresentanze politiche, ma due riferimenti mutualistici: la Società Operaia Progressista (liberale) e la Società di Mutuo Soccorso.
Il proletariato serravallese, nonostante i salari molto bassi, gode di condizioni più favorevoli rispetto agli abitanti degli altri Comuni del Mandamento. 
Esistono molte opportunità di lavoro e le retribuzioni misere si sommano tra tutti i numerosi membri della famiglia. Anche i fanciulli lavorano, molti nelle fornaci a tre lire la settimana. Le donne, nel cotonificio e nelle filande guadagnano tre lire al giorno. Il lavoro minorile è la ragione per cui nelle scuole elementari istituite dal Comune le frequenze diminuiscono sensibilmente dopo la seconda classe.

Berto inizia a frequentare nel 1911 la scuola elementare nell’edificio dell’ex convento dei Cappuccini e la mensa scolastica nella chiesetta sconsacrata. Avrà tre maestre e due maestri, di cui un Olivari, anziano garibaldino, che lo accompagneranno fino alla sesta elementare. 
D’estate i suoi compagni di classe aiutano i genitori nei campi, tanti vanno alle fornaci per unirsi temporaneamente ai bambini che hanno abbandonato la scuola. Berto non può seguirli: pur essendo il più alto della sua classe, è talmente esile che non riuscirebbe a sopravvivere a quella fatica. 
Ogni mattina, alle sei, lo sveglia il suono cupo della sirena di un piroscafo, che è stata montata sul tetto del Candeggio delle tessiture Ferrari e che ordina alle operaie di trovarsi puntuali sul posto di lavoro, pena il licenziamento immediato. Lui si alza, i suoi genitori sono già in fabbrica, e si prepara per andare a scuola, ogni giorno più consapevole delle condizioni della classe sociale a cui appartiene la sua famiglia. 
Se fisicamente lascia molto a desiderare, l’intelligenza compensa il deficit toracico per cui anni dopo sarà riformato. 
D’estate si applica come garzoncino nelle botteghe degli artigiani e dopo la sesta elementare inizia l’apprendistato vero e proprio nella bottega di un calzolaio. 
Le botteghe, un po’ dappertutto,  sono da sempre luoghi di incontro e di discussione. Nell’estate del 1914, alla vigilia delle prime elezioni amministrative a suffragio universale maschile, il sindaco invita i panificatori a calmierare il prezzo del pane: è incominciata la Guerra Europea, la Prima Guerra Mondiale per i posteri, e un’insolita energia politica pervade la città. Berto ascolta in silenzio le lunghe discussioni tra gli avventori della bottega e incomincia a porsi le prime domande sulla politica.

Il 29 luglio 1914 si riunisce il Consiglio Comunale appena eletto: entrano a far parte dell’assemblea sette socialisti su venti consiglieri e sebbene in minoranza, sono molto decisi a battersi per la causa dei lavoratori.
Il 16 gennaio 1915 il gruppo socialista presenta un’interpellanza al sindaco con la quale chiede Quali provvedimenti intende adottare la Giunta per far fronte alla crescente disoccupazione. L’amministrazione guidata da un sindaco giovanissimo, Giovanni Davico, comunica un programma di lavori pubblici per circa sessantamila lire. Il capogruppo socialista, Giuseppe Tognin, chiede inutilmente, di dar vita alla municipalizzazione del pane, della farina, del grano e del carbone, per sostenere i bisogni della povera gente. 
Cessa la somministrazione gratuita dei medicinali ai poveri. 
Nel 1916 anche il sindaco Davico viene arruolato, i prezzi raddoppiano, la pubblica illuminazione viene riconvertita a petrolio e ridotti i punti luce.

Il biennio 1917/18 è sicuramente il periodo più duro: quasi tutti i giovani si trovano al fronte, il territorio comunale viene dichiarato “zona di guerra”, i generi alimentari sono introvabili e un’epidemia di polmonite uccide decine di persone.
Il sindaco Erasmo Trabucco, il 31 ottobre 1918 indice mestamente i festeggiamenti per la “Vittoria delle Armi Italiane”.
La vita sociale e politica riprende lentamente, seguendo il flusso dei reduci che si protrae per alcuni anni. 
La ripresa economica ricomincia dalle industrie: G.B. Gambarotta, Società Acido Tannico, Società Industrie Nazionali Cotoniere e Fornaci Balbi

Berto ha quindici anni, legge appena può l’Avanti! e soprattutto L’Ordine Nuovo, il settimanale di cultura socialista fondato da Antonio Gramsci il 1° maggio 1919. 
È un ragazzo socievole ma poco loquace, che ascolta, riflette e legge molto. Si iscrive alla Federazione Giovanile Socialista Italiana e s’impegna e dà il suo contributo di attivista per la vittoria socialista nelle elezioni comunali del 3 ottobre 1920.
L’11 ottobre 1920 il rosso vessillo viene posto sul palazzo del libero Comune di Serravalle dal neoeletto sindaco socialista Giuseppe Agretti. Il Partito Socialista ottiene la maggioranza assoluta (16 consiglieri su 20) e Giuseppe Tognin, il consigliere più votato, apre la prima seduta inneggiando al Socialismo e alla Terza Internazionale.
Il Sindaco Agretti, in una sala gremitissima e festante illustra il programma e parla di soppressione di tutti gli abusi, di distribuzione del carico tributario nel modo più equo e razionale, di incremento di tutte le misure sanitarie per tutelare i supremi diritti della classe lavoratrice, di sviluppo delle cooperazioni e della pubblica istruzione. E se non basteranno le nostre forze, conclude, non mancherà l’azione concorde di tutti i Comuni socialisti.
La Giunta socialista – che è formata da Federico Balduzzi, Paolo Cavanna, Pietro Zuccotti e Giuseppe Tognin – apre una breve stagione contrassegnata dall’utopia egualitaria, mentre avanza l’onda nera del fascismo.
Nella prima seduta dopo il suo insediamento,  il Consiglio approva un ordine del giorno contro i fascisti, il calmiere dei prezzi dei generi alimentari e di prima necessità, la pensione alle vedove di guerra sole, la rideterminazione della tassa di famiglia, l’estensione della tassa di esercizio alle imprese agricole con dipendenti, l’istituzione della scuola serale, il mantenimento dell’insegnamento della religione come garanzia della libertà di pensiero, il sostegno ai lavoratori delle Fornaci Balbi in lotta per le otto ore di lavoro giornaliere, l’invio dei bambini poveri ai bagni marini.
Di lì a poco, a Livorno nel gennaio 1921, nel corso del 17° congresso del Partito Socialista Italiano, per iniziativa della corrente di sinistra guidata da Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci nasce il Partito comunista d’Italia – Sezione italiana dell’Internazionale comunista.
Berto aderisce immediatamente alla Federazione Giovanile Comunista d’Italia. Per lui è il compimento di una vocazione politica ardente e l’inizio della militanza nel seno della federazione alessandrina, che s’intensifica dopo l’instaurazione della dittatura fascista.
Per le sue precoci doti politiche e capacità organizzative, i compagni lo soprannominano Germoglio. Germoglio: che soprannome meraviglioso! Visto il dramma politico che vive il Paese fa venire in mente un fiore che sbuca dalla terra inaridita, ma anche l’apparire di una fiammella nel buio. 
Berto non sarà mai un settario e modellerà la sua crescita e la sua autodisciplina, accogliendo senza riserve i profetici imperativi gramsciani riportati a sinistra della testata de L’Ordine Nuovo: Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.
Berto, il germoglio comunista, in paese è stimato da tutti, fa i turni alla Pubblica Assistenza Serravallese, l’attuale Croce Rossa, partecipa alla vita della comunità. 
Ercole Pozzi detto Angelo (classe 1903) mi disse con un misto di orgoglio e nostalgia: È stato Berthoud che ci ha portato tutti a tirare la portantina nella Croce Rossa.

Nel luglio del 1922 il Governo invia a Serravalle un commissario prefettizio e i consiglieri socialisti sono costretti a dimettersi. 
Il commissario abolisce la refezione scolastica e i soggiorni al mare per i bambini poveri, chiude le scuole serali, licenzia due operai e ripristina il regime fiscale antecedente la riforma socialista.
Il 21 aprile 1923 il nuovo sindaco, ammiraglio Enrico Mattia Giavotto, apre la prima sessione consiliare inviando un deferente saluto alla loro eccellenza Benito Mussolini e il Consiglio nomina cittadino onorario quel commissario prefettizio che ha defenestrato la giunta socialista.

Berto dimostra di meritare il soprannome di Germoglio: di fronte al nuovo conformismo sociale modellato con la violenza dal regime liberticida fascista, non nasconde la sua fede politica e partecipa attivamente alla vita e all’attività del Partito Comunista alessandrino e secondo alcuni diventa segretario provinciale della federazione giovanile.
Viene riformato alla visita di leva eppure dimostra una fibra straordinaria: lavora nel Calzaturificio Angelo Vitale di Alessandria e dal 1924 è il responsabile della cellula clandestina del Partito Comunista all’interno della fabbrica; è il riferimento del partito a Serravalle, dove conduce la vita di sempre per nulla intimidito dai picchiatori in camicia nera di Stazzano e di Gavi che sempre più spesso signoreggiano in paese. Sappiamo che è tenuto sotto stretta sorveglianza e lo sa anche lui che si muove con prudenza, ma con costanza e determinazione, per raggiungere gli obiettivi che gli assegna il partito.
Del breve periodo che precede il primo arresto di Berto, avvenuto nel 1931, Angelo Pozzi mi ha mostrato due belle fotografie. Le ha scattate nella primavera del 1927 Lucio Montaldo e ritraggono Berto in compagnia dei suoi amici Vittorio Bailo, Pino Piccinin, Luigi Piccardo, Dario Raviolo e, appunto, Angelo Pozzi. Berto è al centro, alto e magro, il suo viso scavato sembra più luminoso degli altri, indossa un abito scuro, la camicia bianca sbottonata sul collo e un Borsalino grigio. Ha braccia lunghe, abbandonate sui fianchi. Mentre i compagni guardano l’obiettivo e Angelo suona la chitarra, lui sembra guardare lontano, verso un altrove di pace e libertà.
In un altra fotografia di proprietà di Mario Molinari, un’istantanea scattata sulla piazza del mercato intorno al 1930, Berto appare in primo piano, mentre fuma una sigaretta e osserva assorto una gara di bocce. Questa foto ispirò poi un bellissimo dipinto del maestro Emilio De Brevi.
L’ultima immagine risalente a questo periodo è un suo ritratto, che mi sento di attribuire al fotografo Santino Tornielli e che è stata largamente utilizzata dal suo partito, dall’ANPI e dalle istituzioni. È un Berto in salute, in forma, in giacca e cravatta, i capelli nerissimi con il taglio alla Gramsci. Il suo viso irradia serenità, fermezza e sincerità. 
Ecco come lo ricordava nel 1998 Federico Mazzarello: Berthoud ero un uomo forte e agile, ma a vederlo non lo avresti detto. Dal marmista (…) c’erano un po’ di guanti d’allenamento e facevano gli incontri di pugilato. (…) Per ultimo c’era l’incontro tra Berto (Berthoud) e Angelo Stevazzi. Angelo era un ercole, ma guadagnava sempre Berto. Aveva un’agilità! L’ho visto giocare a “tira ka venu” (…): quattro sotto e tre sopra e lui per ultimo saltava in cima.

Nel Trentuno, la dittatura fascista decide di stroncare la riorganizzazione del Partito Comunista anche nell’Alessandrino e mette in atto una vasta operazione di polizia. Berto viene arrestato con altri compagni delle cellule clandestine comuniste del Cappellificio Borsalino e della Vetreria Astigiana. 
Deferito al Tribunale speciale per la difesa dello Stato è condannato a tre anni di reclusione, che sconterà nel carcere di Finale Ligure. Qui si dedica allo studio dei classici del pensiero politico e sociale trasformando i tre anni di carcere in tre anni di formazione culturale e di confronto politico con gli altri detenuti. 
Partecipa a una protesta contro le restrizioni apportate al regime carcerario e la direzione del carcere annoterà sulla denuncia l’aggravante del suo incitamento alla rivolta al grido di Viva l’Internazionale, viva la rivoluzione, abbasso il fascismo! 
Attua con altri compagni lo sciopero della fame e partecipa alla rivolta, nel corso della quale restano feriti sei agenti e tre detenuti.
Finisce di scontare tutta la pena e rientra a Serravalle in regime di sorvegliato speciale
Probabilmente viene fermato e rinchiuso per alcuni giorni nel carcere mandamentale di Serravalle per l’inaugurazione della Camionale, avvenuta il 29 ottobre 1935 alla presenza del re Vittorio Emanuele Terzo. Quello stesso giorno Mussolini taglierà il nastro a Genova.

Berto ha perso per sempre il lavoro in fabbrica, si mette in proprio e si guadagna il pane del calzolaio in paese. Il lavoro non gli manca, è un artigiano capace e stimato e pure i fascisti si servono da lui. 
Inutile dire che riallaccia immediatamente il legame con il Partito Comunista, riprende l’attività clandestina e la sua bottega sarà per sempre un ritrovo di antifascisti.
Così lo ricorda Federico Mazzarello: Berthoud faceva il ciabattino. Io ero un garzoncino e facevo anche per lui delle commissioni. Anche la sua bottega era un luogo di ritrovo e le camicie nere, a farla apposta, venivano a sbattere lì. Mi ricordo che diceva sempre questa frase, sfregando forte le scarpe appena finite:A dispetto dei maligni il sole risplende.”

Ora immaginate: guarda negli occhi quelle canaglie, sorride sereno e ripete: “A dispetto dei maligni il sole risplende”. Di quale sole si trattasse lo lascio alla vostra immaginazione.

Il 19 maggio 1940, alla vigilia dell’intervento dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, il sito archeologico di Libarna ospita un grande raduno fascista in costume, per celebrare i fasti dell’antica Roma e la grandezza di Mussolini, grottesca reincarnazione di Gaio Giulio Cesare.
Berto intensifica l’azione propagandistica contro l’entrata in guerra dell’Italia
Quando incontrai Angelo Pozzi nel 1998, egli, riguardando le due fotografie che vi ho descritto, interruppe il racconto del suo ritorno dalla campagna di Russia e seguì un altro filo: Sai da viene “Be”? mi chiese così, senza un motivo apparente. Mio papà era tutto a riccioli da giovane, quando passava i vicini gli facevano “Bee-bee!”. Così mio papà era “Il Be” e io, Angelo, “Ingeléin deè Be”. Abitavamo al palazzone di via Palestro e mio padre aveva un’osteria in via Palestro dove giocavano a carte e la posta era una gallina, un pollo. Nel palazzone, sopra di me, abitava Berthoud – lui era del Cinque – che aveva fatto un buco nel camino per mandarmi giù i manifestini contro la guerra. Lui si che la politica ce l’aveva nel sangue… Era socialista. Era quando cominciavano le legnate, erano i fascisti che venivano a picchiare.

Il 27 e 28 ottobre 1942 Serravalle è colpita da violenti nubifragi che rovinano le strade, molte abitazioni e il palazzo municipale. Alle sciagure della guerra e alla bancarotta comunale si assomma l’alluvione.
Il peggio deve ancora succedere.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Berto entra immediatamente nella Resistenza, fonda il CLN locale, tiene i contatti con i gruppi partigiani della Val Borbera e accetta l’incarico di commissario politico delle formazioni garibaldine della Val Lemme.
In quel mese di settembre 1943 Serravalle sprofonda nel buio: per le continue incursioni aeree degli Alleati e per l’occupazione tedesca (i soldati della Wehrmacht sono accasermati nell’edificio scolastico dei Cappuccini, mentre il comando si è stabilito qui, in Villa Caffarena. 

I partigiani sono insorti sulle montagne circostanti, regna la scarsità di viveri, medicinali e combustibili e si ode un solo unico lamento: la sirena che annuncia l’arrivo dei bombardieri.
Quella sirena è azionata dal mese di ottobre 1943 e fino al 23 aprile 1945 nell’ufficio postale dalle tre impiegate, Anna Gemme, Angela Soncino e Modesta Scarso. Viene venduta dal Comune il 26 luglio 1945 alla FIDASS per ottomila lire e da allora ha segnalato i turni di produzione della fabbrica fino al giorno della sua chiusura.

Il 7 aprile 1944 si consuma l’eccidio della Benedicta
Berto conversando in bottega cita spesso la Divina Commedia e la Bibbia. Chissà se gli viene in mente la visione profetica dell’Apocalisse, quella in cui l’angelo apre il quinto sigillo… 
Quante volte si è visto passare davanti agli occhi i volti familiari dei troppi ragazzi seviziati, umiliati e trucidati, testimoni e martiri della pace, della giustizia, dell’uguaglianza e della libertà?
È stato allora che ha deciso di rendere anche la sua testimonianza? 
Rimane al suo posto, sordo agli avvertimenti che, secondo alcuni, pure dalla parte fascista gli arrivano: Berto, i Tedeschi verranno a prenderti, scappa…
Il 28 dicembre 1944, verso sera, il comandante tedesco e una decina dei suoi soldati lo prelevano a casa sua, gli mettono i ferri e lo trascinano alla stazione ferroviaria.
Lo rinchiudono nella sala di attesa di seconda classe prima di essere consegnato alle SS a bordo del primo treno per Genova
Il suo destino è segnato, in paese sanno che a Genova lo attende il carcere e poi la deportazione in Germania o la condanna a morte. 
Si dice che si siano mossi invano in tanti per trarlo in salvo: un pezzo grosso serravallese, i suoi due fratelli (uno ferroviere, l’altro che si è arruolato nella Guardia Nazionale Repubblicana), il parroco e l’alto comando partigiano che vuole proporre un scambio di prigionieri. 
Di certo si sa che a Genova viene condotto in questura per essere interrogato dalle autorità fasciste e subisce le prime sevizie, poi viene portato nella sezione riservata ai prigionieri politici del carcere di Marassi e torturato dalle SS
Poiché non si piega ai tormenti viene portato nella Casa del fascista universitario in via Giulio Cesare e viene interrogato dalla Gestapo, con quali strumenti purtroppo si sa. Sono strumenti per spaccare le ossa, per lacerare la pelle, per scarnificare le unghie, per somministrare scariche elettriche, per provocare un annegamento controllato.

Berto resiste… resiste… resiste… resiste ancora e non tradisce i compagni, non tradisce i partigiani, non tradisce gli uomini del CLN serravallese, non abiura la sua bandiera rossa. 

Berto è invincibile.

A un mese esatto dall’arresto, il 28 gennaio 1945, verso sera, gli aguzzini della Gestapo lo riportano a Marassi. Berto in fin di vita.
Un giovanissimo medico ebreo, Guido Artom, detenuto dal 7 dicembre, tenta di rianimarlo, poi supplica i carcerieri di trasferire Berto in ospedale. 
E che, mi vieni a disturbare di domenica? – gli risponde uno di loro – Se deve morire può morire anche qui.
Berto è in coma, sdraiato sopra la paglia che ricopre il pavimento, in un camerone dove sono rinchiusi una trentina di detenuti politici. 
Il suo corpo è piagato, i piedi e le mani sono un grumo di sangue. Gli hanno rotto la testa.

Un compagno diventa sua madre, lo sostiene e lo culla.

Nella notte, nel buio dello stanzone tutti sentono una voce affranta.

Il compagno Berthoud è morto

«L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia.»

Il monumento a Mario Roberto Berthoud

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