Donne Serravallesi nella Resistenza

Il 9 settembre 1943 a Roma, nasce il Comitato di Liberazione Nazionale, cui prendono parte tutte le componenti politiche dell’Antifascismo. Dall’autunno la mobilitazione del nuovo organismo clandestino coinvolge progressivamente nella Resistenza anche il mondo femminile, chiamando alla militanza madri, mogli, sorelle, che – sebbene impegnate nel gravoso compito di sostituire, nelle campagne, nelle fabbriche, negli uffici privati e pubblici, la manodopera degli uomini mandati a combattere, come avvenuto durante la Grande Guerra – si erano già dimostrate «consapevoli protagoniste di atti di “resistenza civile”, dal forte valore politico, come lo “Sciopero per il pane” del marzo del 1943 a Torino dove le operaie incrociano le braccia chiedendo “pane e pace”…».[1]

Il Fascismo negò ogni autonomia alle donne italiane, confinate nella dimensione di moglie devota e di madre esemplare, in una società di uomini: «certo non sono più “fantasmi” come nello stato liberale, sono cittadine sebbene di serie “b”. A loro è chiesto primariamente di dare figli alla nazione, l’aborto è considerato un crimine contro lo Stato. Spesso molte hanno un’occupazione, ma il salario loro riconosciuto è in media 1/3 di quello degli uomini. Alle donne che lavorano nella scuola non è concesso insegnare materie umanistiche, in ossequio alla dottrina Gentiliana...».[2] Dopo l’Armistizio anche le donne italiane videro aprirsi davanti a loro il baratro della guerra civile in cui la nazione stava precipitando. Furono circa 6.000 le donne che scelsero di aderire a vario titolo alla Repubblica Sociale Italiana, come dal 18 aprile 1944, per le volontarie nelle fila del “Servizio Ausiliario Femminile” della R.S.I. Tra le italiane che dall’8 Settembre 1943 si erano spese nella rischiosa opera di salvataggio e di assistenza ai soldati italiani sbandati o renitenti alla leva, numerosissime scelsero di aderire alla Resistenza: «…antifasciste per scelta personale, tradizione familiare o più semplicemente “di guerra”- cioè per quell’opposizione che si sviluppa sulla base della quotidianità fatta di bombardamenti, fame, lutti, dei quali si incolpa a ragione il regime armate o disarmate, d’ogni fascia sociale e di ogni professione, giovani e meno giovani, meridionali e settentrionali …»[3], rischiando l’arresto, il carcere, quand’anche la fucilazione o la deportazione.

Le “resistenti” si organizzano, sempre più numerose, a partire dai “Gruppi di Difesa della Donna”, «…creati dalle donne e per le donne quale vera e propria struttura politica che, sulla scorta di un “programma di affermazione di diritti e opportunità”…»[4], portando alla Lotta per la Liberazione la loro preziosa opera di informatrici, staffette portaordini, infermiere, partigiane combattenti. Il loro impegno si rivelò indispensabile e determinante, tanto nell’azione clandestina – dietro le linee del nemico -, quanto nella lotta armata – in città e nelle fabbriche -, nelle fila dei G.A.P. e nelle S.A.P., come in montagna – nelle Brigate dell’Appennino e delle Alpi – (Nell’immagine in alto a sinistra, tratta dal sito dell’A.N.P.I. di Limbiate, partigiane sfilano dietro al tricolore). Decisivo il contributo femminile nell’attività organizzativa quotidiana della Resistenza: la stampa di materiale di propaganda antifascista, affissioni e distribuzioni di manifesti e volantini clandestini, l’assistenza alle famiglie dei combattenti della Libertà, il collegamento tra i reparti partigiani, il passaggio delle informazioni, il trasporto e la raccolta di armi, munizioni ed esplosivi, di viveri, indumenti e  medicinali, la preparazione di rifugi e nascondigli per i partigiani. Per numerose patriote e partigiane l’orizzonte della lotta non si limitava alla liberazione dal nazifascismo: esse combattevano avendo in mente la costruzione di una società nuova per le donne italiane. La Resistenza «per la gran parte di loro, giovani ragazze di meno di vent’anni,  fu la prima vera grande esperienza di partecipazione politica e di scoperta di se stesse e dei propri diritti. È con la Resistenza che in Italia si afferma il movimento di emancipazione femminile… La partecipazione delle donne cresce progressivamente, diventando con il passare dei mesi sempre più determinante anche sul piano militare, vincendo talvolta un certo malcelato maschilismo presenta tra i partigiani, imbracciando in prima persona le armi, assumendo anche ruoli di comando nelle formazioni combattenti…».[5] Secondo i dati A.N.P.I. le donne partigiane riconosciute come combattenti furono 35.000, 70.000 fecero parte dei “Gruppi di difesa della Donna”. Tra le 4.999[6] partigiane e patriote piemontesi, 95[7] furono quelle nate e/o residenti in provincia di Alessandria. Le donne piemontesi cadute nella Lotta di Liberazione furono 99, in 185 vennero deportate, 38 le cadute civili.[8] Tra le partigiane cadute l’unica alessandrina è Letizia Rupin Elli, nata il 10 ottobre 1921, ad Avolasca, nel Tortonese, Partigiana in forza alla Divisione IV “Pinan Cichero”, Brigata “Arzani”, dal 1 gennaio 1945 al 9 marzo 1945, data della sua morte, in combattimento, a Brignano Frascata, in Val Curone. Nella S.A.P. della Brigata “Arzani” le donne partigiane furono 37, nella Brigata “Oreste” furono 26.[9]

Le serravallesi la cui attività partigiana o patriottica è stata formalmente riconosciuta risultano essere cinque. Le sorelle Carolina e Iolanda Bisio, figlie di Enrico Bisio, parrucchiere e Teresa Carrea, casalinga, militarono nelle formazioni partigiane locali. Carolina Bisio, nacque a Serravalle Scrivia, il 17 agosto 1921. Casalinga. Partigiana combattente, con il nome di battaglia di “Cugina”, fu in forza alla 3° Brigata Garibaldi “Liguria”, dal 15 dicembre 1943 al 30 aprile 1945. Iolanda Bisio, nacque a Serravalle Scrivia, il 9 aprile 1923, Partigiana combattente, dal 5 agosto 1944 al 30 aprile 1945, IV Divisione “Pinan Cichero”, S.A.P. Brigata “Arzani”. Nel 1946 si sposò con Attilio Simonassi e per qualche mese si trasferì a Stazzano, per poi ritornare a Serravalle.

La scelta resistenziale fu condivisa con il fratello Edilio Bisio, nato il 9 febbraio 1927, a Serravalle. Impiegato, rappresentante. Partigiano combattente dal 1 agosto 1944 al 30 aprile 1945, in forza alla IV Divisione Garibaldi “Pinan Cichero”, 58° Brigata “Oreste”. (Nell’immagine a sinistra un fotogramma, tratto dal film di Giuliano Montaldo del 1976 “L’Agnese va a morire”, ispirato all’omonimo romanzo di Renata Viganò). Ines Leandro, nacque il 2 giugno 1916, a Serravalle. Figlia di Emilio Leandro, meccanico e di Assunta Fossati, casalinga. Impiegata, dattilografa. Partigiana combattente, con il nome di battaglia di “Ines”, servì, dal 1 ottobre 1944 al 30 aprile 1945, in forza alla IV Divisione “Pinan Cichero”, S.I.P. Brigata “Oreste”. Morta a Novi Ligure, il 5 ottobre 1990. Pierina Daffunchio. Figlia di Vittorio Daffunchio, operaio e di Giuseppina Bailo, casalinga,  nacque a Serravalle, il 10 luglio 1921. Nel 1922 la famiglia si trasferì a Cassano Spinola. Si impegnò nella Resistenza con il nome di battaglia di “Piera”. Le venne riconosciuta la qualifica di Patriota, dal 1 gennaio 1945 al 7 giugno 1945, presso la 3° Brigata “Candida”, operante nell’Acquese.  Deceduta a Stazzano il 1 agosto 2016. Maria Antonietta Zuccotti in Ratti. Figlia di Pietro Zuccotti, Capitano del Regio Esercito e di Teresa Figini, agiata. Nacque a Serravalle, il 6 ottobre 1896. Casalinga. Nel 1917 si sposò a Milano con Giuseppe Ratti. Nel 1926 si trasferì a Cuneo. Durante la seconda guerra mondiale, residente a Torino, maturò la scelta partigiana, servendo nel CMRO Comando Formazioni Autonome, con funzioni di collegatrice, dal 15 settembre 1943 al 8 maggio 1945. Deceduta a Limbiate (MI), il 9 marzo 1986. Anche per Maria Antonietta la scelta resistenziale ebbe connotazioni famigliari. Nelle fila della Resistenza militarono infatti, anche due cugini: Carlo Zuccotti, partigiano combattente della Brigata “Oreste” con il nome di battaglia di “Milan” e Primo Zuccotti, ciclista professionista, partigiano combattente del Comando Divisione “Pinan Cichero”. Le donne della Resistenza, partigiane o patriote, nate o residenti nei principali centri del Novese e delle valli limitrofe, la cui attività venne ufficialmente riconosciuta, furono: 15 a Novi Ligure, 2 a Pozzolo Formigaro, 5 a Gavi, 2 a Carrosio, 3 a Bosio, 11 a Voltaggio, 9 a Mornese, 8 a Parodi Ligure, 1 a Vignole Borbera, 4 ad Albera Ligure, 10 a Cantalupo Ligure, 8 a Cabella Ligure, 7 a Rocchetta Ligure, 6 a Mongiardino Ligure, 3 a Carrega Ligure.[10]

La misura del contributo delle donne alla Resistenza ed alla Lotta di Liberazione in Italia fu tutt’altro che marginale, non semplici fiancheggiatrici ma protagoniste attive. Il tributo in vite umane versato alla causa, fu alto. Se di 460.933 qualifiche partigiane riconosciute, circa 53.000 furono assegnate a donne (solo l’11,5%), le donne partigiane combattenti furono 35.000, in 70.000 fecero parte dei “Gruppi di difesa della Donna”. 4.653 furono le donne arrestate e torturate dai nazifascisti, oltre 2.750 vennero deportate in Germania, 2.812 furono passate per le armi o impiccate, 1.070 caddero in combattimento.[11] Un’immaginaria bandiera di combattimento sui cui, a guerra finita, vennero appuntate 19 Medaglie d’oro al Valor Militare, 54 Medaglie d’Argento, 167 Medaglie di Bronzo.[12] I numeri in realtà non tengono conto che, a guerra finita, molte partigiane scelsero di rimanere nell’anonimato – per motivazioni personali o perché schiacciate dal peso delle convenzioni sociali che le confinano ancora nel ruolo di mogli e madri – non chiesero neppure il riconoscimento della loro attività resistenziale alle preposte Commissioni Regionali.

Al termine del conflitto le donne della Resistenza ebbero grandi speranze di veder riconosciuto un nuovo ruolo nella società della nuova Italia democratica, forti del sangue versato, del valore dimostrato, del rispetto e della riconoscenza maturati nel corso della lotta di Liberazione. Voltare pagina con l’immagine della donna coltivata dalla dittatura fascista. Venne il 25 aprile 1945, i “giorni della montagna” erano finiti, ma non per tutte le partigiane la giornata della Liberazione ebbe il sapore immaginato. Nelle strade e nelle piazze di tutta Italia si festeggiò la ritrovata libertà. I reparti della Resistenza sfilarono tra ali di folla in giubilo, ma molto spesso le partigiane – in marcia entusiaste ed orgogliose – si videro relegate alle retrovie dei cortei. A loro non venne consentito di sfilare in armi; in qualche caso si chiese loro di partecipare non portando al collo i fazzoletti con gli amati colori delle loro formazioni, ma bensì con le fasce della croce rossa al braccio; talvolta venne loro suggerito di restare a casa. Purtroppo dalla moltitudine che inneggiava alla libertà non mancarono gesti di derisione, frasi sprezzanti ed irriguardose, gli sguardi biasimevoli dei “benpensanti”. Per molti, fuori e dentro la Resistenza, ciò che l’eccezionalità della guerra aveva reso possibile alla donne, costituiva un capitolo chiuso.

Le “donne in grigioverde” non avevano alcuna intenzione di abbandonare il cammino di emancipazione intrapreso con l’impegno diretto nella Resistenza, ma dovettero fare i conti con la realtà: una parte significativa della società italiana era ancora immatura, nonostante un primo importante risultato fosse stato conseguito con il diritto di voto – riconosciuto alle donne per la prima volta nella storia d’Italia – con le Elezioni Amministrative del 1946. Nel primo Parlamento Repubblicano saranno solo 49 le donne elette alla Camera ed al Senato. Ventuno le donne elette all’Assemblea Costituente, con il cui significativo contributo vennero sanciti nella Costituzione della Repubblica un corpus di diritti, la cui realizzazione però si rivelò ben presto molto lungo. Per lungo tempo infatti furono numerosi gli aspetti della “questione femminile”, rimasti aperti ed irrisolti, dal ruolo delle donna nella società, a quelle nella famiglia, nel lavoro, nella politica. «…In un universo in cui permane la “centralità del paradigma del maschio guerriero, che fa della lotta armata una modalità prettamente maschile, conservando archetipi culturali” che richiederanno altri decenni per essere anche solo scalfiti, le donne partigiane imbarazzano e destabilizzano anche coloro che, al loro fianco o con loro al proprio fianco, hanno combattuto per dar vita a qualcosa di radicalmente nuovo. È per questa ragione che, alla Liberazione, le donne sono escluse da molte delle sfilate partigiane nelle città liberate; in precedenza, non erano mancate, tra i compagni di lotta, le voci che criticavano la scelta femminile di abbandonare il focolare per impegnarsi nella guerra partigiana, che implica convivenza, promiscuità, assenza di controllo parentale. Oltre a questo, anche la Resistenza cerca spesso donne che siano disposte a continuare a svolgere, per quanto delocalizzate dagli spazi consueti dell’esistenza di generazioni e generazioni femminili, i compiti classici dell’assistenza e della cura: quindi, più che combattenti, si vogliono donne madri e spose, cuoche e infermiere. Alle donne, in sintesi, si dimostra gratitudine e rispetto, ma non riconoscimento politico o militare: “…Per molte che combattono, poche accedono a ruoli politici o militari di rilievo, pochissime diventano comandanti o commissari politici…”….».[13]

Fonti: Archivio Storico del Comune di Serravalle Scrivia; Banca dati del Partigianato Ligure – Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell′Età Contemporanea “R. Ricci”; Banca dati Partigianato Piemontese Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “G. Agosti”; www.partigianiditalia.beniculturali.it.

Immagine in intestazione tratta dal sito www.patriaindipendente.it.


[1] La Resistenza e le donne. La partecipazione femminile al movimento di Liberazione, 2004.

[2] Ritanna Armeni, Mara. Una donna del Novecento, Editore  Ponte alle Grazie, Milano, 2020.

[3] Le donne nella Resistenza, A.N.P.I., Roma (https://www.A.N.P.I..it/storia/196/le-donne-nella-resistenza consultazione on line del 24.04.2020).

[4] La Resistenza e le donne. La partecipazione femminile al movimento di Liberazione, 2004.

[5] La Resistenza e le donne. La partecipazione femminile al movimento di Liberazione, 2004.

[6] In Banca dati del Partigianato Piemontese, In Banca dati del Partigianato Piemontese, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea ‘Giorgio Agosti’, Torino; .

[7] In Banca dati del Partigianato Piemontese, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea ‘Giorgio Agosti’, Torino (consultazione on line del 24.04.2020).

[8] Donne piemontesi nella lotta di liberazione, Commissione femminile dell’A.N.P.I. Provinciale di Torino.

[9] Giambattista Lazagna, Ponte rotto, Ed. Colibrì, Paderno Dugnano (MI), 2005.

[10] Dati elaborati da Banca dati del Partigianato Piemontese, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea ‘Giorgio Agosti’, Torino e da Banca Dati del Partigianato Ligure, Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell′Età Contemporanea “Raimondo Ricci”, Genova.

[11] Duccio Pedercini, La Resistenza delle donne e la Toponomastica femminile, articolo in www.resistenzaitaliana.it, A.N.P.I., Roma (http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenzadonne3.htm consultazione on line in data 11.07.2020).

[12] Duccio Pedercini, La Resistenza delle donne e la Toponomastica femminile, articolo in www.resistenzaitaliana.it, A.N.P.I., Roma (http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenzadonne3.htm consultazione on line in data 11.07.2020).

[13] Le donne nella Resistenza, A.N.P.I., Roma (https://www.A.N.P.I..it/storia/196/le-donne-nella-resistenza consultazione on line del 24.04.2020).