L’Oltregiogo di Goffredo CASALIS – 4. Gavi

Continuiamo il nostro viaggio tra le pagine del “Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna” di Goffredo Casalis, sacerdote originario di Saluzzo, ma soprattutto storico ed erudito di vaglia.
Negli anni precedenti l’Unità d’Italia, vennero pubblicate molte opere dedicate alla storia del territorio italiano, alle sue emergenze artistiche e architettoniche, alla bellezza del paesaggio, alle sue risorse economiche e commerciali: attraverso esse il nuovo Regno che si andava costituendo intendeva promuoveva la propria immagine e il proprio nuovo carattere unitario.
Quella di Casalis fu sicuramente una delle opere più importanti e conosciute: ad essa il sacerdote saluzzese lavorò con passione per oltre vent’anni, tra il 1833 e il 1856. Ne uscì un “Dizionario” monumentale, articolato in 28 volumi ognuno dei quali constava di centinaia e centinaia di pagine (in realtà i volumi sono 31, perché il XVIII si articola in quattro tomi).
Da questa opera fondamentale, abbiamo deciso di estrarre le pagine che descrivono, uno per uno e dettagliatamente, i Comuni dell’Oltregiogo: dopo gli articoli dedicati a Serravalle, ad Arquata e ai Comuni dell’Alta Val Borbera, ecco ora la voce che Casalis dedicò a Gavi: il testo comparve nel volume settimo, edito nel 1840.
Vale la pena notare che In quell’epoca Gavi aveva una importanza strategica, viaria e commerciale ancora di grande rilievo: la strada Regia era appena stata costruita e la ferrovia Torino-Genova era soltanto un progetto che si sarebbe concretizzato più di dieci anni dopo. Da secoli viaggi e commerci tra il mare e la pianura avvenivano valicando l’Appennino attraverso il Passo della Bocchetta e transitando per Gavi: un’epoca che stava ormai volgendo al termine.
GAVI (Gavium), capoluogo di mandamento nella provincia di Novi, diocesi e divisione di Genova. Dipende dal senato di Genova, Ha un uffizio di posta.
È borgo o citta, a cui appartengono le ville di Alice, Sarmoria, Monterotondo, e i due villaggi denominati Pratolungo, e Sottovalle.
Come capo di mandamento ha soggetti i comuni di Carrosio, Fiaccone, Parodi e Voltaggio.

Vi sono un comandante militare incaricato della polizia, e del comando del forte; un comandante in secondo; un maggiore di piazza; il giudice del mandamento; un vice-uditore di guerra; un sotto-commissario di guerra; un esattore del mandamento.
Le mura e le torri della fortezza quasi circondano il recinto dell’abitato. Le fortificazioni esterne sono nominate la Galleria e Montemoro.
Strade. Dal confine di Novi a tramontana sino a quello di Carrosio ad ostro, passa, pel tratto di due miglia, la strada provinciale. Vi corrono varii tronchi di vie comunali; uno di un miglio circa da Gavi sino al limite di Serravalle, dirigentesi alla nuova strada reale della Scrivia; un altro a poca distanza da Gavi dividesi in due: il primo di essi, da mezzanotte a mezzodì, scorge al confile di Parodi; il secondo, da mezzanotte a ponente, conduce, pel tratto d’un miglio circa, al comune di s. Cristoforo.
Un’altra via comunale, della lunghezza pure di un miglio, tende da ostro a borea al confine di Bisio; ed infine un tronco di strada di qua mette al territorio di Arquata, ed è della lunghezza di mezzo miglio.
Gavi è distante miglia quattro da Novi.
Torrenti. Due torrenti scorrono in questo comune, e nascono entrambi nei balzi vicini: sono essi il Neirone ed il Lemo, o Lemme: il primo discende da Pratolungo, e passando a tramontana dietro il poggio della fortezza, si unisce ivi al torrente Lemo, il quale ha la sua sorgente alla Bocchetta, bagna i territorii di Fiaccone, Voltaggio, Carrosio, ed uscito appena dal territorio di Gavi, entra nell’Olba. Il Neirone vi si tragitta sulla via provinciale, mediante un ponte di cotto; e cosi pure il Lemo, in vicinanza della porta di Gavi detta di Borgonuovo. Lunghesso il Lemo esistono alcuni laghetti che contengono pesci d’inferior qualità.
Compongono questo territorio alcune poche pianure dette di Valle, della Maddalena, di Soriva; colli che si coltivano principalmente a viti ed a campi; varie balze popolate di piante cedue; ed alcuni monti comunali non infecondi di pascoli.

Prodotti minerali. Vi si trovano nel territorio di Gavi:
Calce solfata, selenite, prismatica di Monterotondo.
Calce solfata, selenite, trapezia nell’argilla.
Argilla figulina bigia, con impressione d’una conchiglia.
Arenaria bigio-giallastra, composta di minuti granelli quarzosi, conglutinati con cemento calcareo, sparsa di puntini spatici, lucicanti e di rare squamette di mica argentina: la sua solidità non è però considerabile.
Si rinviene sulla riva sinistra del rivo Lemo, a pochi minuti a greco da Gavi, ove forma qualche strato fra molti altri di analoga arenaria assai fragile, i quali sono per lo più divisi da piccoli strati di marna sabbiosa, e di arenaria, talora a grani grossi calcarei, quarzosi, micacei, e di serpentino. La stratificazione pende di gradi 30 a tramontana: s’adopera come pietra da scalpello; ma ad uso soltanto di recipienti, soglie, termini, ecc.
Arenaria simile alla precedente, ma ancora meno solida, e di tinta bigio-giallastra non tanto carica. Delle cave denominate le Chiappare, poste sul monte che s’innalza a maestro presso Gavi, e coltivate per gli usi comuni.
Arenaria bigio-cerulea, minutamente granellare, carica di scaglie microscopiche di mica argentina: l’acido nitrico vi eccita una viva effervescenza e l’acciarino vi trae qualche scintilla: racchiude pezzetti di legno bituminato, e talora intieramente carbonizzato. Tiene alquanto di arenaria con grani minuti, di color bigio scuro che volge al ceruleo, dura, tenace, e di frattura quasi concoidea, molto carica di squamette di mica argentina ed effervescente cogli acidi; e forma a pochi minuti sotto le cave delle Chiappare sopraddette, alcuni piccoli strati di metri o,i5 a metri 0,20 di spessezza, fra una marna sabbiosa giallastra, la quale alternasi e scambiasi con un’arenaria simile alla sopra indicata. La stratificazione di tali roccie volge a gradi 75 a greco, coll’inclinazione di gradi 30 a tramontana.

Prodotti vegetabili. Il suolo essendo in generale pietroso non produce che in poca quantità fromento, meliga , legumi e castagne; i quali prodotti non si ragguagliano all’uopo della popolazione. Ma in compenso si fanno soprabbondanti ricolte di uve; e il vino che riesce assai buono vendasi a’ negozianti forestieri con notevole profitto del comune.
Chiese. La chiesa parrocchiale sotto il titolo di s. Giacomo è governata da un arciprete colla qualità di vicario foraneo.
Vi hanno inoltre tre pubblici oratorii, unò sotto l’invocazione di s. Giacomo, l’altro sotto quella di N. D. Assunta in Cielo, ed il terzo dedicato alla SS. Triade: vi hanno ancora una cappella a Monterotondo, una chiesuola in Alice, ed un convento de’ PP. Minori Osservanti di s. Francesco in Valle.
I villaggi di Pratolungo, e di Sottovalle hanno entrambi una chiesa parrocchiale; la prima è intitolata a S. Maria della Neve, la seconda a s. Nicolò da Bari.
Palazzi e piazze. Vi hanno due piazze, una piccola presso la parrocchia esistente in Gavi, ed un’altra più grande in fine quasi dell’abitato verso la porta di Novi.
Vi sono quattro palazzi osservabili in Gavi nella contrada maestra; uno ve n’ha nella contrada superiore, ed alcuni altri ve ne sono nel recinto del paese.

Opere pie. Per ricoverare i malati poveri vi esiste un ospedale capace di contenere diciotto letti: esso è amministrato da quattro personaggi nominati dal consiglio de’ confratelli dell’oratorio di s. Giacomo.
Evvi un monte di pietà, di cui quattro sono gli amministratori eletti dal consiglio dell’oratorio di N. Donna Assunta in Cielo.
Oltre a queste opere pie, havvene un’altra, che dà sovvenzioni a zitelle povere ed oneste in occasione del loro maritaggio.
Mercato e fiere. In virtù di regie patenti del 22 gennajo 1821 si fa un mercato nel lunedi di ogni settimana.
Per antiche concessioni vi sono giorni di fiera il 24 di maggio e il 22 dello stesso mese in Valle; il 25 di luglio in Gavi, e l’8 di settembre in Valle, luogo distante da Gavi un terzo di miglio.
Oltre la guarnigione del forte evvi una stazione di quattro reali carabinieri a piedi comandata da un brigadiere. Gli abitanti sono in generale robusti, affaticanti e costumati. Popolazione 5.703.
Cenni storici. Poiché la terra di Gavio trovasi nella costiera del colle Rivelato, ed era già circondata di forti mura, ed aveva un forte castello a difesa della via tendente da Genova ai lombardi paesi; e poiché era già molto popolata, massime di ricchi negozianti, fu fatta capitale di un marchesato a favore di un ramo dei Malaspina che portonne il nome per lungo tempo.
A quest’antico marchesato apparteneva la valle d’Orba. Se pongasi mente che le terre di Ottaggio e di Palodio, e i luoghi di Cassinelle e Mollare stati tolti nel 1417 dai genovesi a Tommaio Malaspina signore di Val d’Orba, erano contenute nel marchesato di Givi, si scorgerà ch’esso comprendeva il distretto dell’antica città di Libarna, della quale parleremo al proprio luogo, e che i confini di quel marchesato si vogliono forse distendere sino al confluente del Lemme nell’Orba.
Quando poi, nei tempi più bassi, si perturbarono non poco i confini dei marchesati e delle contee, le terre di Ovada, di Rossiglione e di Tagliolo esistenti nello spazio dell’antico marchesato di Gavi, furono in parte occupate dai marchesi del Bosco, che dai monferrini Principi ne ricevettero l’investitura.

Oltre a ciò lo Stella ci narra che i genovesi nel 1210 ebbero da Ottone marchese del Bosco, Ovada, Tagliolo e parte di Rossiglione, e che posteriormente ottennero anche giurisdizioni sopra Ovada e Rossiglione da Tommaso Malaspina per dieci mila lire. Il perchè non si può dire con sicurezza se coteste terre appartenessero in progresso di tempo al marchesato del Bosco od a quello di Gavi, essendo la valle d’Orba stata posseduta per lunga età promiscuamente dai marchesi di Gavi e da quelli del Bosco.
È per altro riferito negli annali di Genova, che le anzidetto parti di signoria su Rossiglione ed Ovada furono portate in dote a Federico Malaspina dei dominatori di Gavio da Agnese sua moglie, figliuola di Guglielmo: a questo modo, per le frequenti alienazioni si vennero a mano a mano restringendo, ed infine quasi si annichilarono gli anzidetti dominii.
Ritornando adesso a parlare degli antichi marchesi di Gavio, osserveremo ch’eglino, oltre Val d’Orba possedevano Tassarolo e non pochi altri luoghi nei contadi di Alessandria e di Tortona.
Uno di essi, che era abate, vendette, come scrive il Giustiniani, nel 1121 il castello di Ottaggioai genovesi, insieme con altri paesi di Valle d’Orba.
Nell’anno 1172 addi 10 d’agosto fu stipulata nella chiesa di s. Giacomo di questo borgo una convenzione tra gli uomini di Alessandria ed i marchesi di Gavi. In essa gli alessandrini giurarono di difendere quei marchesi da qualunque nemico, di loro conservare i luoghi di Gavi, Montaldo, Ameglio, Tassarolo, Pasturana, e promisero eziandio di mantenere sempre in buono stato una strada che da Alessandria mettesse alla loro capitale. Dal suo canto il marchese Alberto figliuolo di Guidone marchese di Gavio, in compagnia de’ suoi figli Giovanni Vermo, e Manfredo, esentò gli abitanti di Alessandria presenti e futuri dal pagare qualsivoglia sorta di diritti e pedaggi nel luogo di Gavi, nel distretto di esso, e in tutti i paesi ad esso Alberto soggetti; diede inoltre agli alessandrini la facoltà di intervenire liberamente ai mercati della sua capitale, loro concedendo per ciò un ampio salvo condotto. A quest’atto si veggono sottoscritti fra gli altri il vescovo de Montemoresino ed un Trencherius de Gavio.
Gli uomini di Asti e di Alessandria nel 1197 fecero tra loro una lega offensiva e difensiva contro i vicini potentati, escludendo per altro i marchesi di Gavio cui si obbligarono di difendere in ogni tempo.
Due anni dopo si fece ancora una convenzione tra il marchese Bonifacio di Monferrato e i comuni di Alessandria, Vercelli ed Asti che tutti promisero di conservare intatti i gaviesi dominii.

Sul principio del secolo XIII Gavio, siccome ci narra lo Stella, fu venduto a Genova dai marchesi Alberto, Guglielmo, e Rainero; ma questa vendita fu cagione che nel 1220 insorsero gravi contese tra il comune di Genova e quello d’Asti; le quali contese vennero sedate cinque anni appresso per via di laudo fatto di consenso dei contendenti.
Nel 1224 i genovesi avendo tolto agli alessandrini il luogo di Capriata e ai tortonesi quello di Arquà, ne avvenne, che gli uomini di Alessandria e i loro alleati di Vercelli, Tortona e Milano andarono ad assaltare il forte di Capriata, il quale trovandosi ben presidiato, loro fece cosi gagliarda resistenza, che ei s’indussero ad abbandonare l’impresa dopo avervi devastato tutto il territorio. Incoleriti perciò i genovesi, si raccolsero in grande numero ed uniti ad alcune squadre straniere, diedero l’assalto a Gavio e Montaldello, e non sì tosto se ne fecero padroni, atterratene le mura e le case, ritornarono col bottino a Genova. Non guari andò che Asti e Genova collegatesi insieme, mossero guerra ad Alessandria ; la quale cercò di allontanare col l’arte la tempesti che la minacciava; e le venne fatto di corrompere con danari un Pietro Bono in allora governatore di Gavio, il quale promise di dare questo luogo già risorto dalle sue rovine in mano degli alessandrini e dei loro alleati tortonesi; ma il comune di Genova, appena ebbe di ciò contezza,* pensò tostamente al modo d’impedire l’esecuzione di quel tradimento, e spedi un buon nerbo di truppe capitanate da un Oberto Advocato, e da un Pietro Vento, le quali entrate nel tortonese, vi occuparono parecchi villaggi cui mandarono in fiamme: gli alessandrini allora mossero con grande impeto ad assalire quelle truppe liguri, e fattane orribile strage, ne costrinsero i pochi fuggitivi a rifugiarsi nella terra di Gavio.
Finalmente, dopo tante contese ed ostilità, ad istanza dei piacentini, che al buon uffizio avevano spedito un Alberto Russollo ed un Rugerio de Bonifaciis, la repubblica di Genova inclinò a far pace col comune di Alessandria e cogli alleati di esso; per la qual cosà addi 9 novembre 1227 si fece concordemente un atto, in forza del quale si lasciò l’arbitrio di terminare quelle discordie al comune di Milano, che a tant’uopo delegò un Buccatio Brema, un Guifredo Pirovano ed un Lanfranco di Pontecastello.
Pel fattosi compromesso gli alessandrini furono condannati a far pace coi genovesi, a non riscuotere da loro alcun dritto di pedaggio sul luogo di Gavio, a conservare libere le terre di esso Gavio e di Montaldo, Ameglio, Tassarolo, Pasturana, e a mantenere strade ben costrutte per Gavio. A rincontro i genovesi vennero obbligati a lasciare tranquilli gli uomini di Alessandria, a renderli immunì, dal pedaggio nella loro capitale; se non che si lasciò a Genova il diritto di riscuotere dagli alessandrini alcuni balzelli, a cui erano già questi assoggettati prima della guerra; ed infine si stabilì che due mesi dopo dovessero i genovesi e gli alessandrini unirsi per atterrare tutte le fortificazioni di Capriata.
Ma il comune di Alessandria ponendo in non cale la data fede, mandò le sue squadre nel 1238 ad assalire il luogo di Capriata, il cui podestà ed i genovesi che poterono sottrarsi al furore della vincente soldatesca, andarono a salvarsi .nel castello di Gavi.

Verso il fine del secolo XIII questa terra fu occupata dai galli quando ei furono discacciati dai ghibellini di Genova.
A questo tempo tanta era l’importanza del forte di Gavi che Facino Cane volendo condursi per la Polcevera ad assalire la città di Genova, pensò, che senza l’acquisto di quel forte, che è la chiave di tal passo, non avrebbe potuto conseguire il suo principale intento che poi gli andò fallito; e in cotale pensiero comprò pel prezzo di venticinquemila fiorini d’oro il luogo fortificato di Gavi dai francesi che lo occupavano, ed alla sua morte lo lasciò a Ludovico Cane suo nipote, il quale nel 1413 il restituì ai genovesi per diecimila ducati.
Ma l’anno vegnente l’imperatore Sigismondo confidando di fare grandi cose in Italia per mezzo dei genovesi, volle innanzi a tutto impadronirsi della fortezza di Gavi, che non tardò a venire nelle sue mani; se non che fu indarno la sua fiducia per riguardo a Genova, che a quell’età era sommamente travagliata dalle civili discordie.
Quando Filippo Maria Visconti divenne signore di Genova, vendette questo borgo a Petrino Fregoso, che per altro lo tenne assai poco, essendo venuto di bel nuovo in potere della repubblica.
Indi a non molto tempo lo acquistarono i nobili Guaschi di Alessandria; ma poiché Genova loro lo ritolse per forza, ebber eglino ricorso al re di Francia; il che fu cagione di gravi dissapori tra quel re e la repubblica ligure; i quali dissapori non cessarono fino a tanto che Gavi non ritornò nella signoria dei Guaschi, cbe quindi pacificamente lo possedettero.
I genovesi, ricuperata la libertà per opera dell’ immortale Andrea Doria, acquistarono di bel nuovo dal conte Antonio Guasco questa terra pel prezzo di quattordici mila scudi.
Da quel tempo in poi il luogo di Gavi fece sempre parte della repubblica ligure, tranne per breve spazio di tempo nel 1625 in cui il Lesdiguières se ne impadronì per inganno nel giorno vigesimo secondo d’aprile; ma Indi a poco i genovesi avendo avuto il sopravvento, riconquistando le piazze cbe loro erano state tolte dai Gallo-subalpini, non tardarono ad investire il forte di Gavi che presto si arrese per colpa del Gouvernot, da cui erane comandato il presidio, e che poi giudicato reo di tradimento fu condannato a morte dal parlamento di Aix.
All’epoca della ristorazione politica, Gavi insieme col genovesato, fu riunito al Piemonte.

